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Esiste la realtà?

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Da venerdì 14 a domenica 23 p.v. Palermo accoglierà il Gay Pride 2013 ospitando una serie di eventi di carattere culturale e politico, con la partecipazione di circa 100.000 persone. Il sindaco Leoluca Orlando e il presidente della regione siciliana Rosario Crocetta hanno dato la loro adesione. Per la prima volta, nella storia del Gay Pride – il primo si è tenuto nel 1994 – partecipano ufficialmente alla manifestazione due esponenti di primo piano delle istituzioni e del governo a livello nazionale, la presidente della Camera, Laura Boldrini e il ministro delle pari opportunità Josefa Idem. Non ci sarà il cardinale di Palermo, Paolo Romeo.

Questo il sintetico bollettino, in cui ho cercato di riassumere i termini dell’evento nazionale che per una settimana coinvolgerà la nostra città. Già da esso emerge una netta contrapposizione tra  autorità politiche, espressione di un variegato mondo intellettuale e civile, e l’autorità religiosa, che rappresenta l’altrettanto variegato – ma su questo problema in complesso abbastanza compatto – mondo cattolico. Sono da prevedersi, dunque, dichiarazioni di fuoco dall’una e dall’altra parte, condanne e scomuniche reciproche.

Per quello che mi riguarda, non mi ritengo – e non sono – un osservatore neutrale. Quello in cui inserisce questo articolo è il sito della Pastorale della cultura dell’Arcidiocesi di Palermo, di cui sono indegnamente il direttore dal 1990. Ogni mia affermazione, dunque, è in partenza, agli occhi di chi condivide la prima posizione, comprensibilmente sospetta. Ma non essere neutrale non vuol dire non cercare di essere obiettivo. Perciò posso sperare che, tra coloro che non la pensano come me, ci sia qualcuno disposto a non trasformare il sospetto in una preclusione aprioristica e a prendere in considerazione le riflessioni che mi accingo a fare. Ho avuto modo di incontrare, anche recentemente, dei gay  e sostenitori della causa gay, perfettamente all’altezza di questa speranza.  

Da parte mia, non amo gli anatemi. Peraltro, capisco benissimo l’esigenza da cui nasce una manifestazione come il Gay Pride. Capisco l’appassionata rivendicazione di rispetto da parte di chi ha una identità sessuale tradizionalmente oggetto di scherno e di discriminazione più o meno violenta. Capisco la loro delusione di fronte a una Chiesa che a lungo ha contribuito a questo clima, omettendo di ricordare ai propri fedeli che  nell’omosessuale, come in ogni essere umano, il cristiano è chiamato a riconoscere il volto del suo Signore. Tutte le discussioni, le riserve, le precisazioni di principio che si possono fare sull’omosessualità non devono portare a dimenticare la inviolabile dignità  delle persone in carne e ed ossa che si hanno davanti e che Dio ama con tutto il suo cuore. È questa dignità, da sempre calpestata e vilipesa, che suscita, anche da parte del cristiano, un moto di intima solidarietà verso il Gay Pride.

In linea con questa solidarietà, sono convinto che alle coppie di gay e di lesbiche debbano essere concessi tutta una serie di diritti, del tipo permesso sul lavoro quando uno dei due ha bisogno di assistenza, possibilità di fare testamento l’uno a favore dell’altro, etc. Perché sono persone.

Non amo gli anatemi, ma neppure le mode culturali. E francamente mi sembra che oggi sia diventato di moda, più che il rispetto delle persone (non mi sembra che la nostra società ne tenga molto conto, omosessuali o no), la valorizzazione dell’omosessualità come tale, in nome di un principio, dato ormai comunemente per scontato.  Questo principio è che la natura umana non esiste, come non esiste la natura di istituti – per es. il matrimonio – che debbano fondarsi su di essa. L’una e l’altra, in questa prospettiva, vanno considerate piuttosto il frutto di condizioni storico-culturali, che gli individui devono essere liberi di modificare, seguendo la propria spontanea inclinazione. I dati naturali sono, allora, del tutto inadeguati a fornire delle linee di comportamento. Ognuno deve poterne dare l’interpretazione che ritiene più adatta alle proprie esigenze, “raccontando” la propria identità   a  modo proprio, senza che nessuno – meno che meno lo Stato – abbia il permesso di contestare il suo racconto in nome di astratte teorie morali. Ne deriva, come immediata conseguenza, che non ci sono motivi per limitare il matrimonio alle coppie etero, e neppure ce ne sono  per negare a quelle omo di adottare bambini.

Sarò omofobo, ma io su questo non sono d’accordo. Non perché sono credente, ma semplicemente perché la mia ragione mi impedisce di unirmi al coro sempre più nutrito di cui anche il Gay Pride di Palermo, con tutte le importanti personalità che vi partecipano,  è espressione.

Intanto non sono d’accordo sulla premessa, che è la negazione dell’esistenza di una natura umana comune a tutti. Ovviamente la si può chiamare come si vuole, e se a qualcuno non piace la parola “natura”, la chiami con un altro nome. Ma che ci sia un elemento per cui tutti gli esseri umani siamo affratellati, e che faccia da discrimine tra ciò che è umano e ciò che non lo è, mi sembra l’unica difesa contro tutto ciò che comporta una minaccia alla dignità di cui si parlava prima. «Se questo è un uomo»: il titolo del noto romanzo di Primo Levi riassume meglio di ogni argomentazione ciò che voglio dire. E’ in base questo elemento comune che ha senso applicare il discorso sui diritti “umani” a tutta una serie di individui, pur appartenenti a stirpi biologiche, a culture, a contesti sociali , così diversi.

Quanto alla conseguenza che si trae da questa negazione della natura umana, mi sembra che coincida con quell’individualismo selvaggio da cui la nostra società è già ampiamente dominata. Ognuno dà alle cose il nome che vuole, nega di avere detto quello che ha detto, di aver fatto quello che ha fatto, e gli altri, per avere il diritto di fare lo stesso, gli danno credito. Nel gioco dei “racconti” degli individui, la realtà non c’è più. Abbiamo tutti il diritto di “inventarla”, magari con l’aiuto della televisione. Sono tanti anni, ormai, che la nostra politica si regge su questa logica, e sappiamo dove ci ha portato. I tempi sono dunque maturi per fingere per legge che l’unione tra due uomini o tra due donne  sia la stessa identica cosa che quella che dai primordi dell’umanità ha costituito il matrimonio. Anche in 1984 di Orwell la realtà dei fatti veniva ridefinita e rinominata in base alla volontà del Grande Fratello. E, poiché il Grande Fratello per noi sono l’opinione pubblica e le mode culturali, faremo così anche noi.

In questo modo si giustifica anche la totale irresponsabilità verso gli altri.  Ne vediamo gli esempi evidenti in tutta la nostra prassi sociale.  Su questa linea purtroppo si muove il Gay Pride, con la sua rivendicazione del diritto di adozione per le coppie gay. Certo, anche i figli delle coppie etero oggi spesso sono massacrati da un’educazione consumistica, peggio ancora, rischiano di essere considerati loro stessi, dai genitori, oggetti di consumo affettivo.  Però la dualità dei sessi, su cui è fiorita tanta letteratura scientifica, è da sempre un punto fermo per lo sviluppo e l’identificazione della personalità del bambino. Oggi naturalmente lo si nega, perché è di moda farlo. E se ne ha il diritto: tanto la realtà non esiste.

 

Giuseppe Savagnone

 

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