Ecco, è qui: un bambino è nato per noi

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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nel Natale di Gesù (anno A)

Messa della notte: Is 9,1-6; Sal 95/96; Tt 2,11-14; Lc 2,10-114

Messa dell’aurora: Is 62,11-12; Sal 96/97; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20

Messa del giorno: Is 52,7-10; Sal 97/98; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

«In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio. E il Verbo era Dio»: è l’annuncio capitale che la pagina evangelica – il Prologo giovanneo – dà nella messa del giorno di Natale. Il Verbo (il Lógos, nell’originale greco) che è tutto. E che è tutto, da sempre e per sempre, in riferimento a Dio.

È, infatti, in principio (en archê, nel greco del quarto vangelo): a cominciamento. O, più precisamente, a fondamento iniziale. Come dire che è il cespite dell’essere, coincidendo quindi con Dio. Ma è, anche, di fronte a Dio. E, perciò, al di là di Dio, distinto – ancorché non distante – da lui. O, più esattamente, in rapporto con Dio, rivolto a Dio (pròs tòn Theón). Anzi: all’unico Dio, se vogliamo prendere sul serio l’uso dell’articolo determinativo, che in greco indica appunto qualcosa, in questo caso Qualcuno, che viene affermato nella sua irriproducibile singolarità. Il Verbo è il dentro di Dio, l’intimo suo più profondo, la sua autoimmanenza. Ma è, pure, il suo oltre, il suo fuoriuscire da sé, l’orizzonte incommensurabile del suo trascendersi. Insomma, il Verbo esprime il tutto di Dio e, insieme, il suo tutt’altro. L’assolutezza non solitaria e non isolata di Dio. Per questo il Verbo è davvero Dio. O, più letteralmente, Dio è proprio il Verbo (kaì Theòs ên ho Lógos).

Uffa, che astruso gioco di parole…, potremmo pensare. Oppure: ma che noiosa tautologia, che ripete a oltranza sempre la medesima parola! La quale, tuttavia, è la Parola per eccellenza, che s’identifica con Dio e con la sua sovreccedenza: Dio in sé e oltre di sé. Dio sempre e comunque. All’inizio e di seguito. A monte e a valle.

Eppure questa divina Parola si rivela per nulla scontata, nient’affatto ripetitiva. Perché si traduce in una parola umanissima: «E il Verbo si fece carne», continua ad annunciare il Prologo. Così, all’improvviso, la simmetria omnicomprensiva si disloca in una storica asimmetria: «E venne ad abitare in mezzo a noi». E la stretta (e infinita) relazione tra Dio e il suo Lógos si slarga (e si condensa) nel rapporto con l’intera famiglia umana nel mondo. Verbum abbreviatum, dicevano a tal proposito alcuni Padri della Chiesa antica. Rimpicciolito sì, costretto nella piccolezza della carne e per giunta nella carne di un neonato poverissimo, «adagiato in una mangiatoia» annota l’evangelista Luca che ascoltiamo nella messa della notte e in quella dell’aurora. Ma, al contempo, dischiuso compiutamente, finalmente colto nel suo senso più pieno, capace di dire la paradossale ulteriorità di Dio, che si mostra «sempre maggiore» – come insegnava Anselmo d’Aosta – solo allorché diminuisce. Giacché il tutto divino è veramente tale – totale – nel suo tutt’altro: che è il niente. «Il più grande nel regno dei cieli è il più piccolo in mezzo a voi», spiegherà poi – a più riprese – il Maestro di Nazareth. Avvertimento difficile da capire per Pietro e per gli altri pescatori di Galilea. Al pari della kénōsis di cui Paolo parlerà nella sua lettera ai Filippesi, meditando sullo «svuotamento» vissuto dal Cristo.

Il Verbum abbreviatum, nondimeno, si prolunga in uno straordinario vocabolario. Il quale mette in rubrica tantissime altre parole che dell’unica Parola riferiscono il significato complessivo. È il lessico natalizio che possiamo ricavare dai brani biblici che compongono la liturgia della Parola nelle tre messe della Natività. Si tratta di parole bellissime, sparse qua e là. E ribadite con opportuna insistenza. Luce e vita: luce è vita. Grazia e salvezza: grazia è salvezza. Diritto e giustizia: cioè verità. Bontà e amore di Dio: cioè misericordia. Speranza e pace. E gioia, gioia, gioia.

Nessuna di queste parole è pungente, o spigolosa, o urticante, o urtante, o violenta. Sono tutte parole disarmate. Voglia Iddio che siano anche disarmanti, come desiderano le persone «che egli ama». In ogni caso illustrano un’altra storia, diversa da quella che si legge nelle pergamene di Tucidide o nei poemi omerici. O nei trattati sull’arte (umanissima e disumanizzante) della guerra. O sui giornali dei nostri giorni. Sono parole che non emettono alcun baccano metallico, nessun frastuono bellico: perché, come afferma Isaia nella prima lettura della messa di notte, «ogni scarpone di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati». Sono, dunque, parole che rivisitano la storia per come essa può essere se la si guarda dal punto di vista di Betlemme. Non con gli occhi – accecati di paura e assetati di potere – di Erode, che alzò e continua ad alzare le armi contro gli innocenti, facendone strage. Bensì con lo sguardo mite e intelligente, colmo di stupore e di gratitudine, dei pastori prima e dei magi dopo.

Una parola mi pare si debba, in questo lessico natalizio, sottolineare: avvenimento, tò gheghonós nel greco di Luca. Si trova nella pagina evangelica della messa dell’aurora. È un participio sostantivato di ghíghnomai, voce verbale che significa “venire all’esistenza”. Lo si può tradurre anche col temine “evento”. Non è un semplice accadimento, vale a dire un fatto ormai lontano nel tempo, finito, caduto nel passato. L’evento è piuttosto dinamico, continua e permane, raggiungendoci e coinvolgendoci. E non proviene semplicemente dal passato, ma dal futuro. Sì, è pure un fatto effettivamente successo, è accaduto storicamente. Ma viene di nuovo riversato nella storia, sopraggiungendo da Dio, come un kairós, come un’occasione propizia offerta anche a noi. Nel brano lucano, in cui questo termine compare, ne sono destinatari i pastori: sono loro che si recano a Betlemme per vedere se «la parola» del Signore è «divenuta realtà» (ídōmen tò rhêma toûto tò gheghonòs hò ho Kýrios eghnṓrisen hēmîn). Oggi siamo noi a dover fare i conti con l’«avvenimento», accettando di diventarne partecipi. E sperimentandone le conseguenze: l’unigenito del Padre, che è il «bambino nato per noi», come dice Isaia nella prima lettura della veglia notturna, ci fa «diventare figli di Dio» a nostra volta. Questa è la «grazia su grazia» annunciata nel Prologo giovanneo.

Il salmista l’aveva intuito già nell’Antico Testamento: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite» (Sal 61/62,12). Dio proferisce una sola parola, poiché ha un’unica Parola. Più radicalmente: perché è la Parola. Ma nella carne umana la Parola riecheggia in moltissimi sinonimi, che si articolano in un lungo discorso: come frammenti che tendono a incastrarsi gli uni con gli altri a mo’ di puzzle, o come tessere di un mosaico che si lascia ammirare quand’è completo. O, ancor meglio, come accenni che danno adito a un racconto nel quale ogni promessa è mantenuta ma non una volta per tutte, e ogni compimento non conclude ma semmai anticipa un di più a venire.

2 replies on “Ecco, è qui: un bambino è nato per noi”

  • Il Verbo non poteva e non può non farsi carne.
    Dobbiamo imparare dal Verbo che si fa carne a riconvertire la nostra carne in parole buone che si traducano in fatti buoni; “dabar” e non parole al vento.
    Tutti dobbiamo fare un’attenta riflessione sul prologo giovanneo, soprattutto chi ha la responsabilità politica di servire la società, dai quali sentiamo usare sempre verbi al futuro.

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