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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXVI domenica del tempo ordinario (anno C)
Am 6,1.4-7; Sal 145/146; 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31
Qualcosa d’importante dovrà pur significare l’insistenza con cui la liturgia della Parola ripropone – subito prima della pagina evangelica – la stessa acclamazione alleluiatica con cui già domenica scorsa veniva introdotto l’ascolto del vangelo: «Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). È una frase che annuncia una sorta di permuta, un capovolgimento di posizione e di condizione tra l’unico veramente ricco e noi tutti poveri, chi in una maniera o in una misura e chi in altra maniera e misura. O l’inversione di rapporto tra la “ricchezza” divina, che si lascia avvolgere e oscurare dall’umana povertà divenendo un vuoto a perdere, e questa stessa povertà umana che, di converso, si tramuta in un vuoto a rendere, ossia in un investimento sicuro, tutto a nostro vantaggio. San Paolo l’ha descritto – in 2Cor 5,18 – col termine greco katallaghê, che vuol dire letteralmente “scambio”, spiegando che il compito di continuare ad attuarlo è dei discepoli del Cristo, sempre, anche ora e qui, nel bel mezzo del mondo, all’interno della storia, non chissà quando e dove.
Mi pare sia questa l’opportuna chiave di lettura di tutti i brani biblici di oggi, accomunati da un’istanza di giustizia che conferisce loro una marcata valenza sociale e politica. La Parola di Dio, così, non solo imprime slancio alla nostra tensione credente verso il cosiddetto “aldilà”, ma anche ridesta la nostra attenzione operosa per l’ “aldiqua”. L’indignazione per l’ingiusto stato delle cose penultime dev’essere – per i cristiani, come per tutti – pressante e urgente non meno della speranza nelle cose ultime: ecco il messaggio che riceviamo dalla Parola del Signore in questa domenica. Essa ci provoca a prenderne coscienza e a dare un nostro fattivo contributo, finché siamo in tempo, negli ambienti in cui viviamo.
Il profeta Amos incardina questo appello nel confronto tra due figure emblematiche della storia antica ebraica: da una parte il re-poeta Davide e dall’altra Giuseppe, figlio di Giacobbe, dapprima venduto dai fratelli e poi assurto ad alte cariche amministrative presso la corte del faraone d’Egitto, dove però la sua stirpe finì per cadere in schiavitù. Dopo secoli da quegli accadimenti, le nuove guide del popolo – i notabili del regno israelita, al nord e al sud della Palestina, gli «spensierati di Sion», come li chiama il profeta – sono egoisticamente soddisfatti del benessere conquistato dalle guerre d’espansione del re Geroboamo II e ormai governano con la chitarra in mano, cioè dandosi ai divertimenti, senza pensare ai problemi della gente comune, senza prendere contatto con le difficoltà dolorose dei poveri, senza farsi responsabilmente carico dei disagi altrui, piuttosto crogiolandosi in una festa permanente, che gratifica soltanto loro e induce gli altri alla disperazione. Amos, parlando per conto di Jhwh Adonai, prevede la rovina di quei gaudenti, gridando contro di loro il rimprovero riportato nella prima lettura.
Un’invettiva vera e propria, che riecheggia nei toni ironici con cui Gesù, nella pagina evangelica, racconta la parabola del ricco spendaccione e del povero Lazzaro, questo chiamato – dopo esser morto – a condividere la beatitudine eterna col patriarca Abramo per aver sempre confidato nell’aiuto di Dio (e in ebraico il nome “Lazzaro” vuol dire appunto “Dio è il mio aiuto”), quello invece destinato a patire i tormenti infernali per essersi disinteressato delle tribolazioni del mendicante.
Nietzsche avrebbe detto che in brani biblici come questi emerge la morale triste del cristianesimo, intrisa di risentimento per chi è felice e per chi ha saputo realizzare i propri progetti. In realtà le Scritture denunciano giustamente gli squilibri sociali e le colpe politiche di chi li produce o li tollera. Il salmo responsoriale ce lo ricorda efficacemente: «Il Signore rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri, rialza chi è caduto, protegge i forestieri, sostiene l’orfano e la vedova, ama i giusti e sconvolge i piani dei malvagi». Così egli «regna per sempre». Sono qui elencati i segni messianici che avrebbero un giorno indicato l’arrivo dell’inviato di Dio: sono talmente rivoluzionari e – al contempo – storicamente improbabili, che possono insinuare il dubbio che il Messia sia davvero venuto nella persona e nella vicenda di Gesù. Il loro significato, difatti, non è scontato, né tanto meno ovvio. Si tratta di espressioni gravide di senso salvifico a tal punto da rischiare – paradossalmente – di risultare ambigue, rimanendo pertanto esposte alla manipolazione politica e al fraintendimento di chi attende il momento della rivalsa, di chi si organizza per prendersi la rivincita, di chi pretende di avere il dovere di vendicarsi e di rivendicare risarcimenti dai più deboli e dagli inermi, di chi da vittima preferisce finalmente trasformarsi in carnefice.
Se interpretiamo in questa prospettiva la Parola di Dio, non la comprendiamo, semmai la travisiamo. Per indovinarne il senso compiuto e completo, ci conviene prendere in seria considerazione ciò che san Paolo, nella seconda lettura, scrive a Timoteo, rievocando «la bella testimonianza resa da Gesù Cristo davanti a Pilato». L’annotazione paolina ci rimanda al capitolo 18 del quarto vangelo, lì dove è narrato il processo al Maestro di Nazaret. Il procuratore romano aveva domandato a Gesù, condotto in catene al suo cospetto, se fosse lui il re atteso in Israele. Gesù gli aveva risposto che sì, era proprio lui quel re, ma non nel senso che l’alto ufficiale imperiale o i sacerdoti di Gerusalemme e i notabili giudei davano alla regalità messianica. Re, sì. Ma non di questo mondo. Non perché il suo regno resti confinato nell’iperuranio, al di sopra delle nuvole, ma in quanto non corrisponde alla logica del potere per il potere e ai piani politici di chi, su questa terra, regna e governa pensando al proprio tornaconto, fomentando e addirittura scatenando le guerre, perpetrando soprusi, negando agli altri ogni diritto e imponendo doveri insopportabili, uccidendo indiscriminatamente civili e combattenti, affamando e assetando donne e bambini. Sebbene sia seminato in questa nostra storia, conficcato in essa a mo’ di croce, il regno inedito e inaudito del Cristo non è di questo mondo, non obbedisce alla logica rapace di chi è re o principe o presidente – diremmo ai nostri giorni – di questa o di quella potenza o superpotenza. Questa è la “verità” di Gesù, che lascia perplesso e spiazzato Pilato. Ed è questa “verità” che si rivela, nell’esperienza pasquale del Cristo, coerente più che a una qualsivoglia alḗtheia filosofica alla ’èmet di Dio, vale a dire – per tradurre dall’ebraico biblico – alla fedeltà con cui Dio porta a compimento le sue promesse di redenzione, inviando il suo Messia mansueto e disarmato, il cui testamento suona spiazzante e arduo anche per i suoi discepoli: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono, anche se si fanno chiamare benefattori. Per voi non sia così!» (Mt 20,25-26 e Lc 22,25-26).
È questa la diakonía tês katallagês, il servizio della permuta affidato da Gesù ai suoi amici (2Cor 5,18), che deve spingerci «alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (1Tm 6,11).
Il massimo dell’amore per se’ ( egoismo) è realizzabile esclusivamente attraverso l’accoglienza dell’Amore dell’ Altro che comprende tutti ed il tutto.
Non vedo altra strada che dalla nostra molteplicità possa portare alla Unità nel percorso “in avanti e in alto”, dalla materia allo Spirito.
Diversamente l’uomo finirà per rimanere cristallizzato come il ricco epulone della parabola il quale, dal suo abisso, continua a chiedere al Padre Abramo benefici solo per sé e per la sua famiglia utilizzando i “servigi” di Lazzaro che finalmente riconosce.