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Che cosa dobbiamo fare?

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Introduzione alla lectio divina su Lc 3,10-18

16 dicembre 2012 – III domenica del tempo di Avvento

         E le folle lo interrogavano dicendo: “Che faremo quindi?”. Rispondendo diceva loro: “Chi possiede due tuniche condivida con chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani per essere battezzati e gli dissero: “Maestro, che cosa faremo?”. Egli disse loro: “Non esigete niente di più di quello che è stato stabilito per voi”. Lo interrogavano anche dei soldati, dicendo: “E noi che cosa faremo?”. E disse loro: “Non molestate nessuno né estorcete denaro, e accontentatevi dei vostri stipendi”. Ora, poiché il popolo era in attesa e tutti pensavano nei loro cuori riguardo a Giovanni se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose, dicendo a tutti: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, al quale non sono degno di sciogliere il legaccio dei suoi sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha il ventilabro nella sua mano per mondare la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile”. Raccomandando dunque molte altre cose, annunziava al popolo la buona novella.

 

Leonardo Da Vinci, Giovanni Battista, 1508-1513

“Che cosa dobbiamo fare?”. Tre categorie di persone interpellano Giovanni Battista con questa stessa urgente domanda: le folle, i pubblicani, i soldati. E per ciascuna di queste categorie Giovanni diversifica la risposta, in base alla loro differente situazione di vita.

A ben guardare tuttavia, le tre risposte si collocano tutte nello stesso orizzonte di giustizia sociale, di sobrietà, di superamento dell’avidità e del senso del possesso. Giovanni addita ai suoi interlocutori un cammino di umanizzazione, badando bene di non tratteggiarlo a tinte eroiche, ma di presentarlo alla portata di tutti. Non chiede infatti alle folle la povertà estrema da lui stesso abbracciata, ma la condivisione della “seconda tunica” e del cibo con chi non li ha. Allora come ora, ci viene chiesto di guardare oltre i nostri bisogni, dando dignità a quelli degli altri.

Inoltre, nel suo prendere sul serio l’istanza dei pubblicani, gli odiosissimi e corrotti esattori delle imposte, nonché quella dei soldati (pagani, perché ai giudei era interdetto il servizio militare), il Battista mostra di avere un cuore realmente capace di interagire con l’altro nella sua irriducibile diversità, tratto questo che lo avvicina a Gesù di Nazareth. La salvezza, insomma, non è preclusa a nessuno, e la domanda di salvezza merita una risposta da chiunque provenga, peccatore o giusto che sia. Giovanni non propone ricette precostituite, non dà elenchi di azioni pie da compiere, ma chiede un cambiamento radicale di rotta e di visione del mondo: chiede di non abusare del proprio potere a chi con l’abuso quotidiano ha strutturato quel potere, chiede di non angariare o vessare l’altro pretendendo quello che non può o non deve darci. E non parla solo di denaro, ma di una scelta di vita nonviolenta (non “molestate” nessuno) che rinuncia all’uso strumentale del prossimo.

A metà del brano, le “folle” anonime dell’inizio sono diventate “il popolo” in attesa. Era convinzione comune, infatti, che la fine del mondo e la venuta del Messia erano ormai imminenti, e di fronte al carisma del Battista l’identificazione col Cristo dovette scattare facilmente, a tal punto che “tutti” meditavano in cuor loro sul ruolo di Giovanni e i suoi discepoli erano ormai numerosissimi. La celebre risposta del Battista è tesa quindi a sciogliere quei dubbi e ad additare con chiarezza l’identità del vero Messia. Sia che sia riferita allo schiavo, sia all’amico dello sposo, l’immagine di chi non si ritiene degno di sciogliere i legacci dei sandali rende comunque l’idea del passo indietro compiuto da Giovanni, che si “autoriduce” per fare spazio al Veniente. In questo suo farsi voce che preannunzia il vero Messia, sebbene usi ancora toni severi da profeta del Primo Testamento, Giovanni si fa “evangelizzatore” di una realtà nuova (annunziava al popolo la buona novella).

“Il Battista combatte la riduzione del Cristo a una vaporosa figura, avvolta in un alone luccicante da immaginetta sacra, trasudante una bontà dolciastra e sentimentale, come spesso avviene in un certo devozionalismo. Cristo ci mette di fronte a scelte laceranti: “Non crediate che io sia venuto a portare pace ma una spada” (Mt 10,34). … Cristo viene ad accendere un fuoco sulla terra, vuole che esso si apra un varco nel gelo dell’indifferenza. Egli non ci lascia ampi spazi di compromesso, non ci permette fughe strategiche, non tollera le mezze misure e gli equilibrismi… Il cristiano che non si sente un po’ bruciato dal filo di fuoco del Vangelo, che vuole restare neutrale e indisturbato, è ancora lontano dal Regno di Dio” (G. Ravasi).

Valentina Chinnici

 

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