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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nell’Ascensione del Signore (anno A)
At 1,1-11; Sal 46/47; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20
Luca, negli Atti degli apostoli, riceve e trasmette la memoria dell’Ascensione di Gesù al cielo. La sua narrazione è plastica, facendoci immaginare l’Ascensione al modo in cui l’hanno raffigurata i grandi pittori lungo l’intero arco della storia dell’arte, dai mosaicisti bizantini a Rublëv, da Giotto a Rembrandt, fino a Mengs e a Benjamin West e ad altri pittori tardo-moderni. Luca riferisce a Teofilo, al quale indirizza il suo scritto, ciò ch’era accaduto nel giorno in cui il Risorto – dopo aver parlato un’ultima volta con gli apostoli, spiegando loro che presto sarebbero stati «battezzati in Spirito Santo» – «fu assunto in cielo»: egli «fu elevato in alto» e «mentre essi lo guardavano, una nube lo sottraesse ai loro occhi».
A leggere bene il testo lucano, però, ci si rende conto che non vi è ricordato un fatto che, pur prodigioso, si esaurisce nel suo stesso accadere, bensì un evento aperto a ulteriori sviluppi, giacché nel suo accadere è innestata la promessa della Pentecoste (il Risorto la consegna ai suoi discepoli: «riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi») e della Parusia (gli angeli l’annunciano agli apostoli: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo»).
Pentecoste e Parusia sono sviluppi della Pasqua, dal punto di vista cronologico avvenuta quaranta giorni prima dell’Ascensione, ma sotto il riguardo kairologico ancora e sempre in corso: il tempo di Dio (kairós) nel tempo degli esseri umani (chrónos) è la sua Presenza permanente, il suo salvifico Esserci in Cristo Gesù. Gli apostoli continuano tuttavia a non capirlo, tant’è che per loro il giorno in cui avrebbero ricevuto l’unzione dello Spirito Santo avrebbe sancito anche la loro investitura messianica, intendendo la missione messianica secondo le speranze politiche e militari che il popolo nutriva a quell’epoca in Giudea non meno che in Galilea: «Quelli dunque che erano con lui [col Risorto] gli domandavano: “Signore, è questo il tempo (chrónos) nel quale ricostituirai il regno d’Israele?”». Essi tornavano a sperare in un regno davidico, restando inchiodati dentro il tempo di questo mondo (chrónos) e non avvertendo l’urgenza del tempo di Dio (kairós). Per questo motivo Gesù li incalza col suo solito tono paziente, solo apparentemente severo: «Voi non siete capaci di distinguere i tempi (chrónoi) dai tempi (kairói) che il Padre ha stabilito» (così preferisco tradurre dal greco di Luca, mentre la traduzione ufficiale della Cei è la seguente: «Non spetta a voi conoscere tempi [chrónoi] o momenti [kairói] che il Padre ha riservato al suo potere [exousía]»).
Sarà, appunto, l’unzione dello Spirito Santo, a Pentecoste, a renderli capaci di discernere tra le attese insite alla storia umana e le promesse che Dio mantiene allorché si rende graziosamente presente in essa: gli apostoli, infatti, secondo le parole del loro Maestro, dovranno essere testimoni (mártyres) non di un messia che muove battaglia alla testa di un esercito agguerrito, bensì di un altro messia, del messia impersonato dal Crocifisso-Risorto.
Nella pagina evangelica, Matteo offre la sua versione – narrativamente molto più implicita di quella lucana, più stringata, meno immaginifica – dell’Ascensione, mantenendosi in stretta continuità col giorno di Pasqua. L’Ascensione è presentata dall’evangelista come il momento in cui il Risorto si manifesta agli apostoli, in Galilea, allo stesso modo in cui s’era manifestato alle donne presso il sepolcro vuoto al mattino di Pasqua: «Gesù si avvicinòۛ» loro, così come era già «venuto incontro» a Maria di Magdala e all’altra Maria. E come pure si era «avvicinato» a Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor, nel momento in cui – trasfigurandosi – aveva preannunciato la sua risurrezione. L’Ascensione, in questi termini, non è una dipartita. Al contrario, è il momento grazioso (il kairós, potremmo precisare) in cui i discepoli possono, ancora una volta, una volta di più, sperimentare la Presenza del Signore con loro e per loro, l’Esserci salvifico di Dio in Cristo Gesù. Il quale, ormai risorto, partecipe pienamente del potere (exousía) del Padre suo, si rivela ai suoi amici riecheggiando il dirsi di Dio a Mosè nel roveto ardente: «Io sono con voi tutti i giorni», per sempre.
Anche Matteo registra l’incomprensione dei discepoli, che pur vedendo il Risorto, «dubitarono». Gesù li tira fuori dalla perplessità affidando loro la missione di coinvolgere nel discepolato tutti coloro che avrebbero incontrato, a tutti comunicando – tramite il battesimo – la grazia della Presenza divina. Gli apostoli non devono subentrare ai potenti di questo mondo, non devono operare con i metodi di chi conquista la terra con la spada e con armi d’ogni altro genere, non ricevono il mandato di conquistare tutti i popoli. Hanno, piuttosto, il compito di renderli consapevoli della Presenza del Signore nella storia, al fianco degli smarriti, in favore dei più deboli, in mezzo ai più piccoli e ai più semplici, vicino ai più lontani.
L’Ascensione non prelude alla restaurazione del regno davidico, né all’instaurazione di alcun altro regno in cui debba vigere la logica del mondo. Inaugura, semmai, un perdurante tempo propizio per la salvezza di tutti, nessuno escluso. È il tempo della Chiesa, che testimonia al mondo e nella storia comune degli uomini e delle donne d’ogni latitudine l’efficacia salvifica della Pasqua del Cristo: «essa è il corpo di lui», il sacramento, il segno visibile della sua Presenza. Lo Spirito Santo, promessoci dal Risorto, faccia sì che non ci rassegniamo a volgere al condizionale l’affermazione incastonata da Paolo nella sua lettera agli Efesini, proprio nel brano che funge oggi da seconda lettura.
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