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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXVI domenica del tempo ordinario (anno A)
Ez 18,25-28; Sal 24/25; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32
Il tema centrale nella liturgia della Parola di questa domenica è la conversione, presentata quale via maestra verso la salvezza. Nei vangeli e negli altri scritti neotestamentari, per dire “conversione”, ricorrono diversi termini greci. I due principali sono epistrophḗ, che significa “voltarsi, girarsi dall’altra parte, cambiare orientamento, cambiare comportamento”, e metánoia, che vuol dire “mutare modo di pensare, di interpretare la realtà, di vedere il mondo, di avvertire l’esistenza, di intendere il senso della vita, di conoscere Dio”. La conversione è tutto questo al contempo: un atto complesso e integrale, un’esperienza dinamica e impegnativa, che risulta da vari fattori, vissuti in personale responsabilità, a cominciare dalla disponibilità ad assecondare l’azione della grazia divina.
La salvezza, a cui la conversione conduce, è difatti un dono gratuito di Dio. Ma, come tale, esige di essere accettata e accolta liberamente e consapevolmente. La salvezza è l’intreccio tra la grazia divina e la responsabilità umana. Il fatto è che proprio la grazia rende abili a dare una risposta positiva e generosa all’appello di Dio, senza tuttavia forzare nessuno a rispondere. La responsabilità è suscitata dalla grazia del Signore, ma dev’essere esercitata da ciascuna persona umana. Non è un riflesso incondizionato, ma un’opzione fondamentale da reiterare continuamente. Nella prima lettura di oggi il profeta Ezechiele, parlando per conto di Jhwh Adonai, lo spiega chiaramente: la salvezza si riceve, ma pure si accoglie. La salvezza implica la resipiscenza dell’ingiusto («Se il malvagio si converte […], ha riflettuto [vayir’éh, nel testo ebraico, tradotto in greco apéstrepsen – cioè girarsi e capovolgersi – nella Settanta e in latino considerans – ha preso in considerazione il suo peccato – nella Vulgata], perciò si è allontanato da tutte le colpe commesse e quindi vivrà e non morirà»). La salvezza implica nondimeno la perseveranza del giusto (che non deve traviarsi e «allontanarsi dalla giustizia»).
Nella pagina evangelica, la breve parabola dei due figli inviati a lavorare nella vigna di famiglia mostra come la conversione sortisce da un duplice movimento, interiore ed esteriore, introverso ed estroverso, spirituale e ascetico, etico e morale. Nel racconto di Gesù, il primo dei due figli rispose di non voler andare a lavorare nella vigna, «ma poi si pentì e vi andò». Il secondo figlio, invece, ch’era sembrato più disponibile alla richiesta di suo padre, pronto ad obbedirgli come si obbedisce a un capo («Sissignore», gli risponde), non vi andò affatto. Gli uditori di Gesù convennero unanimemente che a «fare la volontà del padre» fu soltanto il primo figlio, pentendosi d’avergli dapprima risposto negativamente. Il verbo pentirsi, metamélei, oppure metamélomai (cambiare decisione) è strettamente imparentato – quanto al suo significato – con il verbo metanoeîn (mutare modo di pensare). E riecheggia l’attitudine a «riflettere» che, già nelle parole di Ezechiele, induce il malvagio a convertirsi. Significa, più precisamente, riscoprire ciò che davvero importa, l’essenziale, alla cui luce quel giovane comprese che il lavoro nella vigna non rappresentava una corvée cui sottoporsi supinamente, bensì l’assunzione di responsabilità nei confronti di una eredità preziosa.
Il pentimento, inoltre, è propedeutico alla fede. La quale è anch’essa un’esperienza totale e totalizzante, alla portata di tutti e importante per tutti, nessuno escluso: per le prostitute e i pubblicani, che s’erano convertiti grazie alla predicazione di Giovanni Battista, ma anche per i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, refrattari a quella stessa predicazione, ai quali il Maestro di Nazareth stava non a caso raccontando la sua parabola.
Pentirsi, o convertirsi, significa in definitiva avere gli stessi pensieri che un vero figlio – il Figlio! – ha nei confronti di ciò che il Padre suo vuole. Pentirsi e convertirsi equivale a rapportarsi filialmente con Dio, incontrato una buona volta come il Padre e non come un padrone. Paolo, nella sua lettera ai Filippesi, che ascoltiamo come seconda lettura, ci invita giustappunto ad «avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Nel suo greco, l’Apostolo scrive phroneîte, che tradotto letteralmente sta per pensate, o considerate, le vostre reciproche relazioni alla stessa maniera in cui Cristo Gesù considerava e pensava il suo rapporto con Dio, sapendosi Figlio suo e accettando di sperimentare la fraternità con tutti noi, fino al punto di sobbarcarsi alla nostra debole condizione umana, svuotandosi di ogni sua prerogativa divina. Per questo motivo deve valere anche per noi ciò che egli ebbe a cuore: «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri».
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