Rosario Livatino: testimone della rilevanza sociale del Vangelo

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Sono convinto che la testimonianza credente del magistrato Rosario Livatino, ucciso nel 1990 dalla Stidda agrigentina, ci riveli anzitutto l’importanza della rilevanza sociale del Vangelo. Infatti ripercorrere il martirio del giudice siciliano ci ricorda che il kerygma, cioè l’annuncio della morte e risurrezione del Cristo, abbraccia tutte le profondità, le grandezze e le miserie degli uomini. Ciò ci fa intendere l’evangelizzazione come un’opera che risulta strettamente connessa alla promozione umana la quale è una delle priorità del Vangelo.

Questo è vero anche quando l’attività di diffusione del cristianesimo avviene in modo implicito tramite la vita svolta nelle realtà familiari, sociali e professionali. Così il messaggio evangelico possiede delle rilevanti implicazioni sociali poiché spinge i discepoli a reimpostare le proprie relazioni sul fondamento dell’amore.

Si tratta, per dirla con papa Francesco, di una “chiesa in uscita” caratterizzata dalla comunicazione del Regno di Dio nella vita quotidiana e concreta degli uomini affinché possano diffondersi spazi di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti. Insomma quello che ha promosso Livatino attraverso il suo lavoro di amministratore della giustizia. In quest’ottica, il cristianesimo non può limitarsi all’ambito della ricerca della serenità delle singole coscienze bensì è destinato alle pubbliche piazze, al mondo del lavoro, alla vita da cittadini la quale è essenziale per vivere il dono dell’amore di Cristo.

Di conseguenza l’impegno con gli altri nelle realtà sociali fa parte – come sostiene Bergoglio nella Laudato sì – della spiritualità poiché permette di vivere la carità nella storia e, così, di rispondere tramite qualsiasi mezzo all’appello alla santità proveniente da Dio. In tal modo la vicenda di Livatino ci dice che l’annuncio del Vangelo è per la vita delle persone, per la loro storia e non per un mondo concepito in senso astratto, atemporale, neutro.

Ne deduciamo che i cristiani sono chiamati a divenire – nelle concrete situazioni della storia – anima delle città che abitano perché l’atto della fede mira a liberare il consesso umano dall’ingiustizia intesa come forza negativa che corrompe l’uomo. Da ciò si evidenzia la dimensione pubblica della fede la quale interpella i singoli ad un impegno per gli altri e a favore della ricerca del bene comune.

Quest’esistenza estroversa dei cristiani non mira alla realizzazione di uno Stato teocratico e di una società cattolica bensì tende a Cristo – come insegna il Concilio Vaticano II – nel rispetto dell’autonomia delle realtà temporali e dunque della laicità e della pluralità delle nostre istituzioni. Ciò emerge in modo evidente dalla testimonianza di vita di Rosario Livatino il quale sembra invitare i credenti all’impegno nel mondo, ad entrare nella mischia della storia, a vivere il martirio quotidiano e non – per riprendere un’espressione di papa Francesco – a restare sul “balcone della vita”.

Questi temi affiorano in modo più o meno diretto da una relazione su “Fede e diritto” che Livatino tenne a Canicattì il 30 arile del 1986.[1] In quell’occasione, il giudice siciliano sosteneva che non è corretto contrapporre le entità della fede e del diritto poiché, alla prova dei fatti, queste due realtà sono: «continuamente interdipendenti fra loro, sono continuamente in reciproco contatto, quotidianamente sottoposte ad un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale, sempre indispensabile».

Il rapporto fra fede e giustizia ipotizzato da Livatino comporta un legame del cristianesimo alla storia che riguarda gli uomini come, ad esempio, tutte le questioni connesse ai temi bioetici che inducono la morale d’ispirazione cristiana ad avere e a proporre una peculiare interpretazione della tutela della vita.

La relazione fra fede e diritto viene ampliata da Livatino attraverso i temi congiunti al “diritto biblico” e al “diritto canonico”. Persuaso del fatto che la Bibbia non rappresenti un codice legislativo a cui il credente deve adeguarsi, Livatino sostiene che nell’Antico e nel Nuovo Testamento sono presenti tutti quei valori senza tempo – come il rispetto per l’uomo, la trascendenza, la tolleranza, la solidarietà, la carità – che sono a fondamento della morale della nostra civiltà. Così nella Bibbia il diritto è una sorta di strumento che tende ad agevolare il vissuto morale dei singoli all’interno delle comunità.

Tuttavia, questa interpretazione del diritto biblico non porta Livatino a sostenere la nascita di uno Stato confessionale poiché in lui sono chiare le parole gesuane connesse al “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare” le quali da un lato invitano al rispetto della legge degli uomini dall’altro sanciscono il limite dell’opera umana poiché la politica, la giurisprudenza, l’economia non possono rappresentare il “tutto” degli uomini.

Questa dialettica sembra emergere anche quando Livatino affronta il legame fra giustizia degli uomini e carità divina: «La giustizia è necessaria ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana». Su questa medesima scia interpretativa, Livatino presenta l’importanza per la comunità ecclesiale del diritto canonico.

Quest’ultimo, infatti, consente ai singoli di vivere all’interno dei gruppi umani attraverso il rispetto di norme che mirano alla perfezione tanto del singolo quanto della comunità. Quindi, a parere del magistrato siciliano, l’ordinamento giuridico ecclesiale non sostituisce la fede e non è finalizzato a se stesso bensì – al pari dell’arte, della filosofia, della letteratura – è elevato al piano sovrannaturale come strumento per organizzare in modo adeguato la vita della Chiesa.

Come sappiamo, la vicenda umana di Rosario Livatino è terminata in modo violento il 21 settembre del 1990 quando alcuni killer della Stidda lo raggiunsero e l’uccisero. Il dono della sua vita per l’ottenimento della giustizia terrena sembra condensare quanto vissuto da Rosario lungo il corso della sua esistenza che ci rimanda al modo di vita dei cristiani delineato nello scritto del II secolo d. C. intitolato A Diogneto. Questo documento ci testimonia che in una società plurale e pagana – almeno quanto la nostra – i cristiani non si distinguevano per la lingua, per il modo di vestire o di vivere, per l’appartenenza a qualche regione o per qualche abitudine particolare bensì per il loro modo di vivere la carità. Quest’ultima era la prima forma di evangelizzazione non scritta, non parlata o gridata ma vissuta. Così come è stato per Rosario Livatino.


[1] R. Livatino, Non di pochi ma di tanti. Riflessioni intorno alla Giustizia, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2012, pp. 43-85.

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