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Esistono libri che si limitano a leggere il presente e libri che, diversamente, provano a interpretarlo, offrendo categorie capaci non soltanto di descrivere la realtà, ma di trasformarla. Vangelo e politica. Spunti per interpretare la contemporaneità (Plumelia, 2026) di Rocco Gumina appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Pur nella sua essenzialità editoriale, il volume si propone come un itinerario di riflessione che invita a (ri)pensare non soltanto il ruolo dei cattolici nella politica contemporanea, ma, più profondamente, la possibilità stessa che il cristianesimo continui a rappresentare una risorsa critica per la costruzione della convivenza umana.

Impreziosito dalla prefazione di Pierluigi Castagnetti, già segretario del Partito Popolare, deputato ed europarlamentare, e dalla postfazione del sociologo Pietro Piro, il libro si inserisce nella tradizione del cattolicesimo democratico italiano che, da Luigi Sturzo a Giuseppe Dossetti, da Giorgio La Pira ad Aldo Moro, ha sempre interpretato la politica come servizio al Bene comune prima ancora che come esercizio del potere.
L’originalità del lavoro di Gumina consiste proprio nel sottrarsi tanto alla nostalgia di una stagione politica ormai conclusa quanto alla tentazione, oggi assai diffusa, di confinare il cristianesimo nella sola sfera privata. La sua proposta – e chi lo conosce lo sa bene – è differente: il Vangelo non offre un programma politico in stricto sensu, ma continua a costituire una grammatica dell’umano, una chiave ermeneutica attraverso cui comprendere le sfide del presente e orientare responsabilmente l’agire pubblico.
Il volume nasce dalla raccolta di contributi apparsi negli anni su diverse riviste di approfondimento teologico, culturale e politico; eppure, ciò che avrebbe potuto rimanere una semplice antologia assume progressivamente la forma di un percorso coerente. I saggi dialogano tra loro e convergono nel proporre una lettura della contemporaneità che parte dai fondamentali, riconoscendo come la politica e la predicazione evangelica siano essenzialmente «agire volto a favorire la giustizia e la promozione umana» (p. 13).
Questa definizione, solo apparentemente semplice, racchiude una precisa antropologia politica che l’autore stesso cerca di proporre da anni. La politica viene infatti sottratta alla logica della conquista del consenso e restituita alla sua originaria vocazione: costruire le condizioni affinché ogni persona possa realizzare pienamente la propria dignità, senza mai cadere però nell’Io-centrismo. È una prospettiva che richiama certamente la Dottrina sociale della Chiesa, ma che trova significative consonanze anche nella tradizione filosofica contemporanea. Si pensi ad Hannah Arendt, per la quale la politica coincide con lo spazio nel quale gli uomini agiscono insieme, dando forma a un mondo comune, oppure al personalismo di Jacques Maritain, secondo cui la comunità politica trova il proprio fondamento nella promozione integrale della persona e non nell’assolutizzazione dello Stato.
È proprio questa impostazione a costituire il filo rosso dell’intero volume. Gumina mostra come il cristianesimo possa ancora offrire categorie interpretative capaci di abitare la complessità senza ridurla. La fede, infatti, non si traduce in appartenenza ideologica, ma genera uno stile di presenza nella storia nel quale responsabilità, giustizia e fraternità diventano criteri – «ripartire dai fondamentali», per citare il volume – dell’azione politica.
In questa prospettiva acquistano particolare rilievo le pagine dedicate ai discorsi di papa Francesco ai movimenti popolari. L’autore li interpreta come espressione di una precisa visione ecclesiale e sociale, nella quale la pluralità non rappresenta una minaccia, bensì il luogo stesso entro cui il Vangelo manifesta la propria energia (ἐνέργεια). La diversità, quando è abitata dalla logica dell’incontro, diviene possibilità di comunione e, dunque, di unità. Si tratta di una prospettiva che dialoga indirettamente con Paul Ricoeur e con la sua idea di una democrazia capace di tenere insieme etica della convinzione ed etica della responsabilità, evitando tanto il moralismo quanto il pragmatismo privo di principi.
La Dottrina sociale della Chiesa – più volte indagata dall’autore nel corso delle sue riflessioni – emerge così non come repertorio di risposte precostituite, ma come tradizione viva, chiamata continuamente a confrontarsi con il dispiegarsi del cammino storico. L’impegno cristiano coinvolge tutta l’esistenza e non può mai considerarsi definitivamente compiuto; da qui scaturisce una riflessione che investe i grandi temi della giustizia sociale, dell’uguaglianza, dei diritti dei popoli e della dignità della persona.
Particolarmente significativa risulta la riflessione dedicata alla pace, forse una delle pagine più urgenti da leggere e diffondere dell’intero volume. In un tempo segnato dal ritorno della guerra nel cuore dell’Europa e dalla moltiplicazione dei conflitti dimenticati, Gumina propone una riflessione che supera ogni ingenua retorica pacifista. La pace, infatti, non coincide semplicemente con l’assenza della guerra, ma con la costruzione di relazioni giuste. «L’unica alternativa alla guerra – scrive l’autore – è la pace intesa come cambiamento sociale e superamento della violenza, dei conflitti e dei fanatismi. In quanto dono escatologico, la pace è accoglienza di Dio; in quanto compito umano è frutto della responsabilità etica dell’uomo» (p. 49).
In questo contesto trovano spazio alcuni rimandi che il volume suggerisce implicitamente. Penso, anzitutto, a Emmanuel Lévinas quando l’autore, richiamando anche la terza Enciclica bergogliana Fratelli tutti, fa riferimento alla necessità di «mettere in primo piano la coesistenza dei volti» (p. 55). Il volto dell’altro, nella prospettiva levinasiana, precede ogni decisione politica perché fonda originariamente la responsabilità. E ancora, a questa mia chiave di lettura si affianca il richiamo a Jacques Derrida e alla sua riflessione sull’ospitalità incondizionata, intesa come apertura radicale all’altro che impedisce alla giustizia di ridursi a semplice equilibrio giuridico; un rimando che appare particolarmente significativo in un tempo nel quale l’idea di remigrazione conosce una crescente e preoccupante diffusione.
La riflessione si approfondisce ulteriormente attraverso il riferimento, ora esplicito, alla teologia della speranza di Jürgen Moltmann, opportunamente richiamata da Gumina quando afferma che «la pace non corrisponde alla semplice prosperità e al benessere bensì alla giustizia poiché senza questa non c’è vera pace» (p. 48). Il richiamo allo shalom biblico restituisce pienamente il significato della pace come pienezza della vita e delle relazioni, molto distante da ogni concezione puramente negativa e dannosa della non-belligeranza. Per questo motivo una teologia autenticamente al servizio della pace implica «il riconoscimento del valore inestimabile della persona umana, l’impegno a migliorare la vita di tutti, a ridurre gli armamenti e a superare le diseguaglianze economiche e sociali» (p. 50), fino a ispirare «modelli di coesistenza sociale e politica fondati sulla responsabilità e sulla ricerca del possibile dinanzi a situazioni drammatiche come l’attuale conflitto russo-ucraino» (ibid.).
Del resto, il termine ebraico shalom non indica semplicemente l’assenza della guerra, bensì la completezza, la pienezza, la perfezione delle relazioni. Perché questa pienezza possa germogliare è necessario che ciascuno contribuisca alla sua costruzione. L’opera dell’uomo diviene così indispensabile affinché il dono possa realmente abitare la storia.
Infine, uno dei capitoli più significativi è certamente quello dedicato alla rigenerazione della politica attraverso la figura di Piersanti Mattarella. Gumina individua nel presidente della Regione Siciliana uno dei testimoni più credibili di una politica ispirata cristianamente, capace di coniugare rigore morale, passione civile e servizio alle istituzioni fino al sacrificio della vita. Non sorprende che, accanto a Mattarella, ritornino figure come Giuseppe Dossetti – al quale l’autore ha dedicato anche il volume Giuseppe Dossetti tra intenzione e fine. Gli anni dell’impegno politico (1943-1958) [Il Pozzo di Giacobbe, 2024] –, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani, accomunate dall’aver concepito la politica come un autentico esercizio di responsabilità e di servizio al Bene comune.
È proprio a partire dall’esperienza di Piersanti Mattarella che Gumina ripropone una delle affermazioni più incisive del volume: «cambiare il partito per rinnovare la politica» (p. 64). Una frase che conserva ancora oggi una sorprendente attualità, perché invita a riflettere sulla necessità di (ri)generare non soltanto le strutture della rappresentanza, ma anzitutto la cultura politica, il nucleo (κάρυον) dell’agire politico. In controluce riaffiora l’insegnamento di Romano Guardini, secondo il quale ogni autentico rinnovamento delle istituzioni presuppone sempre una rinnovata formazione delle coscienze.
Non meno significativa appare la conclusione del volume, affidata alla riflessione sulla Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. La scelta non è casuale. Se la politica rappresenta il luogo della costruzione del Bene comune, è la scuola a costituire lo spazio nel quale tale Bene viene preparato attraverso la formazione totale della coscienza critica. Gumina, la cui vocazione pedagogica è vibrante, coglie efficacemente la portata profetica dell’opera di Barbiana, ricordando come l’educazione non possa ridursi a semplice trasmissione di competenze, ma debba diventare esercizio di libertà, giustizia e con-divisione. Per questo, epiloga l’autore, «siamo chiamati non tanto ad affermare che don Lorenzo era “uno di noi” quanto a custodire la sua profezia spesso commemorata dopo la sua morte ma quasi mai imitata tanto dalla società quanto dalla comunità dei credenti» (p. 85).
Nel complesso, Vangelo e politica si distingue per il felice equilibrio tra chiarezza espositiva e profondità teorica. Gumina evita sia il linguaggio specialistico sia la semplificazione divulgativa, offrendo al lettore un testo agile ma ricco di riferimenti testuali-culturali e di stimoli critici. Il merito principale del volume consiste nell’aver mostrato come il cristianesimo possa ancora abitare lo spazio pubblico senza trasformarsi in ideologia e senza rinunciare alla propria forza profetica e generativa. Il Vangelo, in questa prospettiva, non fornisce certo soluzioni immediate ai problemi della storia, ma continua a offrire criteri per discernere, orientare e rigenerare l’agire politico e quanti vi abitano.
Quello di Rocco Gumina è dunque, più che una pubblicazione, un esercizio di pensiero; un invito che, proprio a partire da «spunti per interpretare la contemporaneità», si fa promotore di un recupero della dimensione etica dello spazio pubblico, volto a riscoprire quella fraternità universale che papa Francesco ha indicato come orizzonte imprescindibile del nostro tempo e della sua complessità, per richiamare uno dei temi filosofici che più ha impegnato il pensiero di Edgar Morin, recentemente scomparso. È forse questo il contributo più prezioso del libro: ricordare che il Vangelo non appartiene soltanto alla coscienza privata del credente, ma continua a costituire una riserva critica – anche per i non credenti – capace di interrogare il presente, alimentare la speranza e orientare la costruzione di una convivenza più giusta, più fraterna e autenticamente umana.
Interessante, anche se “lettera a una professoressa” dice tanto di più, Don Milani adesso è attuale, ricordato, ma all’epoca era deriso se non ostegggiato…