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Il messaggio alternativo di Michela Murgia

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ⓒ Corriere

Una credente critica

Nella grande eco suscitata dalla morte di Michela Murgia non è mancato il riferimento alla sua fede cattolica. Una fede tutt’altro che tradizionalista e abitudinaria, come quella di tanti “fedeli della domenica”, e che ha profondamente permeato e orientato la sua storia. Responsabile del settore giovanile dell’Azione cattolica in Sardegna, laureata in teologia, aveva anche insegnato religione nelle scuole. Insomma, una cattolica “impegnata”.

Pur critica verso una istituzione che lei accusava (non senza buone ragioni) di essere «strutturalmente patriarcale», la Murgia se ne è tuttavia sentita parte integrante fino alla fine, come ha sottolineato con la sua volontà di avere dei funerali religiosi.

Era convinta che si dovesse restare nella Chiesa per operare dall’interno il cambiamento, non già sparare a zero contro di essa dalla facile posizione di fuoriuscita. Come ha scritto Gennaro Ferrara su «Avvenire», «Michela è stata un’intellettuale credente che ha provato sempre, nella sua coscienza come nelle pagine scritte, a far dialogare la cultura e le istanze del nostro tempo con il Vangelo, con tutta la fatica e le incongruenze che questo comporta».

E per la verità di incongruenze – non solo con le posizioni ufficiali della Chiesa istituzionale, ma con la tradizione cristiana – probabilmente ce ne sono state nelle sue battaglie a favore del diritto all’aborto, dell’eutanasia, dell’omogenitorialità, espresse anche nella scrittura con l’uso della schwa, la “e” capovolta che, al termine di una parola, indica l’indifferenza di genere. Fino al rifiuto della visione tradizionale della famiglia, in favore di una, allargata e fondata sul superamento della differenza di genere (famiglia queer).

«Tutto questo», ha scritto Francesco Ognibene – sullo stesso quotidiano cattolico -, «ha fatto della Murgia l’icona di un’antropologia centrata sulla volontà personale, ispirata a una libertà di scelta insindacabile e a un’autodeterminazione assoluta, che vede nel soggetto il solo arbitro di sé stesso, senza riferimenti ad alcuna istanza oggettiva che lo precede e che condivide con tutti gli esseri umani». Senza, però, dimenticare che l’intento di fondo è sempre stato quello della difesa dei più fragili e degli emarginati, per cui la scrittrice sarda si è sempre prodigata senza riserve e a tutti i livelli. Anche se gli strumenti concettuali di cui si è servita sono stati quelli della cultura radicale oggi dominante.

Due temi esorcizzati dalla nostra cultura

Era inevitabile che fossero proprio questi aspetti del suo pensiero e del suo impegno ad essere messi in primo piano e celebrati in occasione della sua morte. Eppure, c’è stato anche un altro punto del messaggio di Michela Murgia che ha avuto una notevole risonanza e che sicuramente corrisponde alla più profonda ispirazione evangelica, ed è stata la sua personale testimonianza sul significato della malattia e della morte.

Sono due temi oggi lasciati largamente in ombra dalla cultura ufficiale del politically correct, che invece ha la sua bandiera in quelli del gender e della bioetica. Ed essi non si collocano all’interno del grande scenario delle battaglie ideologiche fra “destra” e “sinistra”, ma, ponendosi alla radice dell’esistenza umana, evidenziano la relatività di tutto il resto, anche di queste stesse battaglie.

Per questo nella nostra società la malattia e la morte vengono abitualmente esorcizzate. I malati vengono accuratamente isolati negli ospedali, lontano dalla vista, e per ricordarsi che esistono bisogna andarli a “trovare”. Una necessità medica, certamente, ma che ha anche il vantaggio di esonerare i sani dall’accompagnarli nel cammino verso la loro morte. E se per caso accade che questa si verifichi in casa, si mandano i bambini lontano, dai parenti, perché non siano turbati da quello che sta accadendo.

Non era così in un lontano passato, quando la famiglia si radunava intorno al moribondo per stargli vicino e raccogliere le sue ultime parole. La morte era integrata nella vita, come dimostrava del resto l’uso di seppellire i defunti nel giardino delle chiese, prima che nel Settecento l’editto di Saint-Cloud (quello che ha ispirato «I sepolcri» di Foscolo) – peraltro per ragionevoli motivi igienici – confinasse le tombe in cimiteri fuori delle mura della città.

Il tabù della malattia e della morte è del resto il risvolto di una cultura che fa della salute, della bellezza, della “forma” fisica il sostituto di altri valori che un tempo davano senso alla vita. «L’importante è la salute», si sente dire spesso. E il moltiplicarsi delle palestre, delle piscine, degli studi dei dietologi e del ricorso alla chirurgia estetica, dimostra quanto questo detto venga preso sul serio. Così come lo conferma l’ansia nevrotica causata da qualunque disturbo, nel terrore che sia solo il sintomo di qualcosa di più grave. Nel venir meno dei grandi ideali, che occupavano il cuore e la mente e per cui valeva la pena di sacrificare tutto, anche la vita, è rimasto questo.

La caccia alla lepre

Ma il tentativo di “distrarsi” dal pensiero della morte assume una forma ancora più radicale nello stile stesso del nostro vivere. E non solo oggi. Nessuno lo ha evidenziato più efficacemente di Blaise Pascal, un pensatore del Seicento che ha visto in questo sforzo di distrazione – lui usa il termine divertissement “divertimento” (dal latino de-vertere, “volgere altrove la propria attenzione”) – la vera ragione dell’accanimento con cui gli esseri umani perseguono obiettivi che, a ben vedere, non sono così decisivi per garantire loro una vera realizzazione.

«Così si spiega» – scrive il filosofo – «perché sono così ricercati il gioco, la conversazione delle donne, la guerra, le grandi cariche. Non già che in queste cose ci sia effettivamente della felicità, né che si pensi che la vera beatitudine consiste nel possedere il denaro che si può guadagnare al gioco, oppure nell’inseguire una lepre; queste cose, se ci fossero offerte, non le vorremmo.

Noi non cerchiamo (…) né i pericoli della guerra, né la preoccupazione delle cariche, ma cerchiamo proprio il trambusto che ci distoglie dal pensarci e ci diverte. Questa è la ragione per cui si gusta più la caccia che la preda. Per questo gli uomini amano tanto il rumore e il trambusto; per questo la prigione è un supplizio così orribile; per questo il piacere della solitudine è una cosa incomprensibile (…).

Questo è tutto quello che gli uomini hanno potuto inventare per diventare felici. E quelli che fanno i filosofi su questo e credono che il mondo è troppo poco ragionevole nel passare tutto il giorno a correre dietro a una lepre che non accetterebbero se comprata, non conoscono la nostra natura. Quella lepre non ci garantirebbe dalla visione della morte e delle miserie, ma la caccia, che ce ne distoglie, ci garantisce».

Sono parole che risuonano più che mai attuali nel nostro tempo, caratterizzato da un attivismo frenetico e da un consumismo insaziabile che coinvolgono tutti gli aspetti della nostra esistenza. Nelle società evolute, piuttosto che lavorare per vivere, si vive per il lavoro. E anche quelli dovrebbero essere i momenti di riposo vengono spesso scanditi – nelle discoteche, nelle lunghe code delle vacanze, nelle spiagge affollate – dagli stessi ritmi frenetici, magari ricorrendo all’alcol e alle droghe per riuscire a reggerli fisicamente. «Questo è tutto quello che gli uomini hanno potuto inventare per diventare felici».

Un modo diverso di vivere la malattia e la morte

Michela Murgia, colpita a cinquant’anni da una malattia – il cancro –  che più di ogni altra simboleggia, nel nostro tempo,  il “male”, ha mostrato che è possibile dare un’altra lettura della morte e, per ciò stesso, della vita. «La malattia non è una catastrofe, ma un pezzo della mia vita che vale come gli altri e non voglio trattarla come un segreto oscuro o una cosa di cui vergognarmi», ha scritto in un post destinato a spiegare la sospensione delle sue attività pubbliche.

La scrittrice ha ripreso e approfondito questo pensiero nell’ultima intervista, rilasciata ad Aldo Cazzullo sul «Corriere della sera», dove ha parlato con grande serenità del male che l’aveva colpita e della sua prossima fine. «Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono (…). Gli organismi monocellulari non hanno neoplasie; ma non scrivono romanzi, non imparano le lingue, non studiano il coreano. Il cancro è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. Il tumore è uno dei prezzi che puoi pagare per essere speciale. Non lo chiamerei mai il maledetto, o l’alieno».

In questa prospettiva, neanche la morte appare una catastrofe che travolge e rende insensata la vita, ma ne appare piuttosto il sigillo, la conferma finale che è valsa la pena di viverla. All’intervistatore che le chiedeva se la considerava un’ingiustizia, Michela Murgia ha risposto: «No. Ho cinquant’anni, ma ho vissuto dieci vite. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi».

Un messaggio – radicato nella prospettiva cristiana, che relativizza drasticamente la morte – veramente alternativo rispetto a una società dominata dal clima del “divertimento” e, segretamente, dalla paura. E in effetti esso ha colpito profondamente molti, anche se poi ha finito per essere meno valorizzato degli altri – assai più vicini alla sensibilità dei mass media e dell’opinione pubblica – che la scrittrice ha lanciato nel corso della sua instancabile militanza culturale e politica. Anche se a noi piace pensare che anche ai suoi occhi esso abbia rappresentato, alla fine, l’essenziale.

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