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I Chiaroscuri – La protesta globale per il clima. Luci e ombre

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«Fridays for future»

La corale adesione alla giornata «Fridays for Future», la più grande iniziativa studentesca globale in difesa dell’ambiente e del clima, tramette una promessa e, al tempo stesso, potrebbe nascondere un equivoco.

La promessa è nell’assunzione, da parte dei giovani, della responsabilità verso la terra, in particolare verso quell’aspetto essenziale alla sua sopravvivenza che è il clima.

Il grido d’allarme della sedicenne svedese Greta Thunberg, candidata al Nobel per la pace, è stato raccolto dai giovani di mezzo pianeta e ha fatto nascere un nuovo movimento studentesco, con una specifica connotazione ecologista.

E così, rispondendo all’ultimo appello lanciato da Greta su Twitter, migliaia di studenti di 123 Paesi si sono dati appuntamento per venerdì 15 marzo, per manifestare contro l’irresponsabilità degli adulti di fronte al fenomeno del riscaldamento globale e chiedere con forza ai governi dei rispettivi Paesi politiche più incisive per ridurre le emissioni di anidride carbonica.

 Solo in Italia queste manifestazioni sono state più di duecento, tutte affollatissime, con slogan come “Scendiamo in piazza, manifestiamo, oggi a scuola non ci andiamo”, “Siamo ancora in tempo”, “Pazienza niente, studenti per l’ambiente”, o come quest’altro, più colorito: “Ci siamo rotti i polmoni”.

Responsabilità generazionali

Alle spalle c’è un’idea chiara e difficilmente contestabile: «Abbiamo abitato questo pianeta per pochi anni» spiegava uno degli organizzatori, «troppo pochi perché qualcuno possa rimproverarci o addossarci le colpe dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua, della terra».

È vero: la colpa del disastro in corso, nell’ambito ecologico come in tanti altri, non ricade certo sui giovani, spesso additati e quasi demonizzati come i portatori di tutti i problemi, ma sugli adulti, su noi che li critichiamo. Il problema, in realtà, siamo noi!

I limiti della protesta

Questo l’aspetto positivo di una protesta che vede i giovani finalmente protagonisti consapevoli del loro destino. Ma c’è anche il rischio dell’equivoco. E l’equivoco sarebbe di credere che la svolta invocata in queste manifestazioni possa essere determinata dalla loro momentanea riuscita.

Perché qualcosa cambi davvero, deve farsi strada, nei singoli Stati, un orientamento politico in questo senso. Perché il problema dei cambiamenti climatici è planetario, ma può essere risolto solo con accordi che richiedono una cooperazione tra i vari governi.

Ogni nazione per sé, nessuna per il mondo

Ora, la linea prevalente delle politiche nazionali, in questi ultimi anni, sembra andare invece nella direzione opposta. L’emergere di tendenze sovraniste nella maggior parte delle nazioni sta rendendo sempre più problematiche le possibilità di accordi internazionali che le vincolino al rispetto di regole comuni.

Dopo che la caduta del muro di Berlino aveva fatto sperare in una nuova stagione di apertura dei confini, assistiamo invece a una nuova proliferazione di barriere tra una nazione e l’altra. In questa logica, non solo è difficile che si creino più strette forme di cooperazione per affrontare insieme le minacce al futuro del pianeta, ma si assiste al defilarsi di alcuni Paesi dai trattati precedentemente stipulati, in nome della tutela degli interessi nazionali.

Significativo il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima dopo l’elezione di Trump. La logica del “prima noi” – in questo caso “prima l’America” – rende sempre più improbabile una rinunzia ai propri interessi particolaristici.

Ma non si tratta solo del clima. Ovunque stanno ricominciando ad affiorare, e in molti casi a prevalere, logiche centripete e difensive, che distruggono le realtà cooperative fin qui con tanta fatica edificate. Si veda il caso della Brexit rispetto all’Unione Europea. Si vedano le spinte antieuropeiste sempre più forti in diversi paesi della stessa Unione.

foto di Malte Hübner, su Wikipedia

Solo tornare a fare politica può determinare il cambiamento

Per cambiare questo trend, decisamente sfavorevole alle richieste scandite dai giovani il 15 marzo, non bastano gli slogan di una manifestazione, sia pure imponente: è necessaria una svolta che, nelle diverse nazioni, riporti al governo forze favorevoli alla collaborazione internazionale.

E questa svolta non avviene con un colpo di bacchetta magica, ma con un serio impegno dei cittadini, nei rispettivi Stati, volta a cambiare la mentalità oggi dominante e la classe dirigente che ne è l’espressione. È necessario, insomma, un ritorno alla politica.

Ora, proprio questa prospettiva, sfortunatamente, almeno in Italia, sembra essere molto lontana. I giovani scendono volentieri in piazza per fare cortei, gridare slogan, impiantare sit-in.

Ma sono estremamente restii a leggere i giornali, a informarsi seriamente attingendo alle fonti accreditate consultabili su Internet, a partecipare a incontri, conferenze, dibattiti che li aiutino, da un lato, a comprendere meglio la complessità delle situazioni e dei problemi, e consentano loro, dall’altro, si incidere con la loro opinione sulle vicende politiche.

Una scuola che non forma più alla politica

Né la scuola provvede minimamente a dare un’educazione politica adeguata. Il risultato è che le manifestazioni di piazza degli studenti non si inseriscono in un serio processo di sensibilizzazione e di informazione che le preceda, le motivi e le segua, ma restano episodi isolati. Finita l’eccitazione del momento, si torna a fare lezione come se nulla fosse accaduto.

Significativo, a questo proposito, il declino delle assemblee di istituto nelle scuole: nate a seguito degli eventi del Sessantotto per aprire spazi di confronto democratico, da molti decenni sono ormai ridotte, nel maggior parte dei casi, ad essere solo un’occasione per saltare un giorno di lezione ogni mese.

Non è da oggi, del resto, che si evidenzia questa discrepanza tra una partecipazione studentesca prevalente emotiva, che potremmo chiamare “folkloristica”, e l’impegno reale per giungere a una cittadinanza responsabile.

È significativo che i famigerati parlamenti della Seconda Repubblica siano stati eletti da persone che avevano celebrato, da studenti, i fasti dei cortei e delle occupazioni post-sessantottini, frutto di un riflusso mascherato da protesta. Come è significativo che le generazioni formate a questo tipo di protesta siano quelle che poi hanno dato luogo ai picchi di astensionismo registrati nelle ultime elezioni.

Educare alla cittadinanza responsabile

Ecco, il rischio che bisogna assolutamente evitare è che si ricada in questa logica perversa. Il ruolo della scuola può essere decisivo. Bisogna introdurre una formazione ad una cittadinanza responsabile e all’impegno politico – ferma restando la differenza tra politica e gioco dei partiti! – come elemento strutturale del curriculum scolastico, senza affidarsi alle iniziative sporadiche di questo o quel docente più sensibile.

Altrimenti le aspirazioni a un mondo diverso e migliore – per il clima come per qualunque altro problema – resteranno un sogno illusorio, che ai giovani ogni tanto è concesso, sotto lo sguardo sorridente degli adulti, in attesa che l’incalzare delle interrogazioni di fine quadrimestre faccia dimenticare ai ragazzi i giorni dell’indignazione e dell’ira, mentre i governi continuano, con le loro politiche miopi ed egoiste, a rubare loro il futuro.

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