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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella III domenica di Pasqua (anno A)
At 2,14.22-23; Sal 15/16; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35
«In quello stesso giorno» in cui le donne discepole del Maestro di Nazareth s’erano recate al sepolcro vuoto – incontrando lì due angeli – e poi erano tornate ad annunciare agli Undici la risurrezione, dimostrandosi così vere e proprie apostole, ad altri due discepoli era donato di fare un’esperienza analoga: mentre «erano in cammino verso un villaggio di nome Emmaus», incontrarono personalmente il Crocifisso-Risorto, dapprima senza riconoscerlo e infine riconoscendolo, ormai sul far della sera. Davvero la Pasqua, anche nel vangelo secondo Luca come del resto negli altri sinottici e in Giovanni, è un giorno che non si rassegna a tramontare, resistendo all’avanzare della sera. Le ombre vespertine, non solo quelle esteriori ma anche e soprattutto quelle interiori, si trasfigurano di nuovo in pieno giorno, tanto che la notte non inibisce più i due: essi recuperano il coraggio, non restano fermi nella locanda in cui avevano cenato col Risorto, si rimettono in cammino, tornano a Gerusalemme, città della Pasqua da cui erano fuggiti, riportandovi la Pasqua: «Ed essi narravano ciò che era avvenuto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane».
La voce verbale greca, in quest’ultimo versetto dell’odierna pagina evangelica (Lc 24,35), è ghignṓskō, che sta per “conoscere”. Giustamente, però, in questo contesto narrativo si preferisce tradurla con “riconoscere”. Difatti, si tratta per i due discepoli di conoscere nuovamente, di guadagnare una conoscenza nuova riguardo a colui che pur avevano conosciuto prima della passione e della morte in croce. Nella stessa pagina evangelica, al v. 16 («i loro occhi erano impediti a riconoscerlo») e al v. 31 («si aprirono i loro occhi e lo riconobbero»), tale significato (ri-conoscere) è precisato con l’aggiunta alla stessa voce verbale di un prefisso: epí. Vuol dire che la conoscenza che i due discepoli di Emmaus maturano nei confronti del Crocifisso-Risorto è una conoscenza che viene dall’alto, ricevuta in dono, non frutto del loro acume o del loro intuito. Giacché, in verità, è il Crocifisso-Risorto a farsi riconoscere da loro: li incontra, li accompagna, interloquisce con loro, spiega loro come stanno veramente le cose. Gli Undici, ricevendo la loro testimonianza, lo capiranno a loro volta, ammettendo che «davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».
Chi sia Simone rimane una questione aperta. Potremmo pensare che sia Pietro, che poco più sopra, al v. 12, condividendo l’incredulità degli altri apostoli nell’udire la straordinaria testimonianza delle donne, corse alla tomba, rimanendo stupito nel constatare che era effettivamente vuota, benché non ci fossero segni di saccheggio e di profanazione. Ma sembra strano che nel medesimo capitolo un personaggio sia chiamato prima in un modo e poi in un altro modo. Nella cerchia degli apostoli Pietro non era l’unico a esser chiamato Simone (Simon Pietro). C’era pure Simone lo Zelota, come lo chiama proprio Luca (mentre Marco e Matteo lo chiamano Simone il Cananeo). Mi permetto d’ipotizzare che qui si tratti di questo secondo Simone: il discepolo particolarmente zelante, animato da una marcata speranza messianica, che tuttavia sembra disperarsi non meno dei suoi amici allorché Gesù muore, perciò tornandosene – dopo il dramma del Golgota – da dove forse era venuto. Di uno dei due di Emmaus l’evangelista riferisce subito il nome: Cleopa. Dell’altro no. Ma dopo, nel racconto, affiora la menzione di Simone, al quale il Signore era davvero apparso.
Questo è, comunque, un tema secondario. Molto più importante è che il Signore viene riconosciuto poiché è lui a manifestarsi, a farsi vedere: «è apparso», nell’originale greco, è ṓphthē, forma passiva dell’aoristo (passato remoto) del verbo horáō. I fantasmi vengono visti da chi ha l’impressione di intravederli: è la gente che presume di avvistarli, non sono loro che appaiono. Ma il Crocifisso-Risorto non è un fantasma. Non è un’immaginazione. È colui che è risuscitato dai morti, giacché – come leggiamo nella prima lettura, ricavata dagli Atti degli apostoli – «non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere». Ed è lui che si mostra. Più esattamente: è lui che si fa comprendere, dato che il verbo greco horáō indica una visione spirituale e intellettuale più che un mero avvistamento oculare. Quelle che noi chiamiamo impropriamente le “apparizioni” del Crocifisso-Risorto sono le sue manifestazioni. Appare qualcosa che aveva smesso di esserci. Invece si manifesta qualcuno che c’è ancora e sempre, sebbene non ci si accorga purtroppo della sua presenza, del suo permanente esserci. Le “apparizioni” del Crocifisso-Risorto non sono comparsate improvvise e men che meno improvvisate. Sono incontri concreti, voluti dal Signore: da lui realizzati con pedagogica progressione nei nostri confronti, da noi sperimentati per grazia e con fatica, come ogni reale incontro tra persone. Sono il manifestarsi del Signore, che viene a cercarci e a trovarci.
L’esperienza dei due di Emmaus fu, giustappunto, questa. Quando il Crocifisso-Risorto si fece vedere, capire, comprendere, «allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero (epégnōsan)»: quegli stessi occhi che prima erano stati incapaci di riconoscerlo (epignônai autón). Ma come avviene il riconoscimento, l’epígnosis, la piena e compiuta conoscenza? Affinché abbia luogo, devono entrare in funzione gli occhi del cuore. L’organo che vede è il cuore, non gli occhi strettamente intesi. Così come «stolto e lento» era stato il cuore stesso dei due discepoli, ancora incapace di capire, cioè di vedere il Crocifisso-Risorto che li accompagnava lungo la strada, benché quel loro cuore ardesse già, avvertendo qualcosa di meraviglioso mentre egli spiegava loro il senso autentico del suo messianismo, vocato e votato all’offerta di sé e al servizio e non all’esercizio violento del potere («Disse loro: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui»).
È il cuore – nel simbolismo biblico inteso come l’organo della conoscenza e come la sede dei pensieri – che deve rendersi conto della presenza del Crocifisso-Risorto. In esso risiede l’attitudine a scrutare il senso di quel che avviene. Col cuore si crede: vale a dire che si sviluppa una maniera inedita di conoscere, una conoscenza nuova, basata sulla compagnia che la fede assicura alla ragione, rendendola capace di interpretare correttamente il dirsi di Dio, di ripercorrere l’intera storia della salvezza decifrandovi dentro, nelle pieghe più riposte, la verità. La quale non è una semplice nozione e nemmeno una dottrina nobile e alta chissà quanto. La verità è la visita di Dio, è il suo Esserci con noi e per noi, dentro le nostre debolezze, dentro le nostre ferite, dentro le nostre paure, ma pure dentro le nostre migliori aspirazioni, dentro le nostre più belle speranze, dentro la nostra nostalgia di lui. La verità di Dio è l’amore, disposto al sacrificio per noi.
Riconoscere il Crocifisso-Risorto equivale a conoscere – intimamente, interiormente – questa inaudita verità: Dio ci ama, a modo suo, in Cristo Gesù: donando e non togliendo, usando misericordia e non castigando, servendo e non governando alla stregua dei prìncipi di questo mondo, obbedendo e non comandando alla maniera dei despoti, esponendosi all’umana sconfitta e porgendo l’altra guancia. Che i due di Emmaus, come gli altri discepoli e le altre discepole, non riconoscano subito la presenza del Signore in mezzo a loro, si deve al fatto che essi non l’avevano veramente conosciuto durante la sua vicenda terrena, prima della Pasqua, cioè quando lo conoscevano solamente “secondo la carne”. Ne avevano frainteso la figura e la missione, non ne avevano interiorizzato l’insegnamento, non l’avevano rintracciato nelle Scritture antiche, anch’essere rimaste incomprese. Per questo motivo non lo riconoscono, non perché le sue sembianze fisiche fossero mutate in virtù della risurrezione. E lo riconoscono quando riconsiderano il suo operato, il suo modo di insegnare, il suo modo di stare in relazione, di entrare in rapporto. Maria di Magdala lo riconosce, non a caso, solo dopo che si sente di nuovo chiamare per nome, nel giardino dei sepolcri: chissà quale timbro di voce aveva avuto il Maestro ogni volta che aveva colloquiato con lei. E i due di Emmaus lo riconoscono solo quando gli vedono compiere il gesto eucaristico dello spezzare il pane: chissà com’era stata tipica e singolare la sua maniera di spezzare il pane e di condividerlo con gli amici. E allora compresero il vero senso del suo insegnamento, anch’esso del tutto nuovo, chiave di una inopinata rilettura dell’intero messaggio biblico.
Fu a questo punto che essi si alzarono, pur nel cuore della notte, per portare l’annuncio pasquale agli Undici. Nell’originale greco si legge: kaì anastántes autê tê hṓra, «si alzarono in quella stessa ora», cioè si alzarono subito, mentre ancora stavano a tavola con Gesù, a celebrare quel loro primissimo memoriale eucaristico della Pasqua, avendone finalmente interiorizzato il senso. L’ora pasquale è quella in cui il Signore sembra sparire, restando apparentemente invisibile, anche se in realtà egli è un tutt’uno con i discepoli, in comunione con loro, da loro rappresentato. Ed essi, facendo comunione con lui, sono associati alla sua risurrezione, sperimentano la sua stessa vita nuova, tanto da risorgere già con lui: anastántes è, appunto, il verbo della risurrezione, della anástasis.
Finalmente il ritorno a un “discorso teologico” di levatura scientifica e nel contempo ricco di calore dell’uomo di fede. Complimenti a don Massimo, mi piace davvero! Continui su questa linea