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Condannati a fallire?

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di Maurizio Parodi

 

I bambini possono essere “guastati” in tanti modi: gli adulti, il sistema hanno escogitato e praticano innumerevoli forme di corruzione, precoci, sottili, insistite alle quali la pur eroica capacità di resistenza (e resilienza) della vitalità primitiva non riesce a opporsi: troppo forte, soverchiante è il condizionamento “educativo”.

Eccellono, in tal senso, le istituzioni preposte alla “cura” dei minori, segnatamente la scuola che conserva il monopolio formale, e sempre più fittizio, dell’istruzione – se è vero che il 70% delle conoscenze è oggi acquisito fuori dalla scuola, se è vero che la “permanenza” delle informazioni apprese attraverso l’insegnamento e lo studio non supera i tre mesi.

In altre parole: si impara sempre meno a scuola e si dimentica sempre più in fretta ciò che a scuola si impara.

 

Molte procedure scolastiche sono dettate da necessità proprie dell’«apparato» educativo, che spesso prevalgono sulle ragioni più autentiche dell’«azione» educativa, favorendo la burocrazia e non lo studente. In particolare il bambino, per stato di natura portatore di novità, può sentirsi mortificato nella sua vitale esuberanza, nella sua ansia di esprimersi e comunicare, di manifestarsi per quello che è e che può divenire.

Da cui il disadattamento scolastico, che può esprimere:

• la discrepanza tra le capacità dell’alunno e le prestazioni richieste;

• il conflitto tra la personalità del bambino e il sistema scuola.

In un caso si pretende dal bambino che faccia ciò che non è in grado di fare, esponendolo a un sicuro insuccesso che assume i connotati del fallimento, considerata la legittimazione istituzionale della richiesta (Non so fare quello che dovrei saper fare e che, perciò, mi viene richiesto); una «mancanza» tanto più gravida di conseguenze, non solo emotive, quanto più sia accompagnata da atteggiamenti di riprovazione e di svalutazione da parte dei docenti, dei genitori, dei compagni.

Nell’altro caso, spesso associato al primo, sono i modi di essere della scuola (procedure, stili, valori, regole…) a sconfiggere l’alunno, dal quale si pretende che sia ciò che non può essere – purtroppo le vittime (designate) sono i bambini più timidi e i più esuberanti, i più deboli e insicuri, i più soli.

Il risultato non cambia: l’alunno meno adattato (meno «adatto»), il più bisognoso (di cure e  attenzioni) non regge il ritmo della classe, «rimane indietro » rispetto ai compagni che si allontanano e, come l’insegnante, lo allontanano. Seguono l’umiliazione della ripetenza (che lo mortifica ancor di più) e, finalmente, l’abbandono dettato dalla repulsione, ormai insuperabile, per la cultura, e dalla certezza della propria «naturale» inabilità allo studio.

Così la scuola condanna i più «poveri» all’«ignoranza» perpetua.

 

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