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Alle radici della crisi politica

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Lo stallo politico in cui si trova il nostro Paese dopo le recenti elezioni è in questo momento al centro dell’attenzione di tutti gli osservatori e dell’opinione pubblica. Spesso però si guarda ad esso come a un mero incidente di percorso, da risolvere con alchimie strategiche o con nuove elezioni. In realtà anche restando a questo livello di analisi il quadro è drammatico, visto che le prime sono estremamente problematiche e le seconde, se non si cambia l’assurdo sistema elettorale creato, a suo tempo, dalla maggioranza Lega-Pdl, non potranno cambiare di molto gli equilibri tra le forze in campo. Ma ancora più drammatica la situazione appare se, dal livello degli effetti si scende, più in profondità, a quello delle cause. Perché non è stato un “destino cinico e baro” a regalarci questo disastro, e neppure si può invocare l’alibi di una volontà dittatoriale che l’abbia imposto contro la volontà degli italiani: siamo stati noi a determinarlo.

Siamo stati noi, gli elettori del centro-destra, a votare per il Pdl, abbagliati dalla promessa di una immediata restituzione dell’Imu, nonché di un condono per l’evasione fiscale e di una sanatoria per gli abusi edilizi, senza neppure renderci conto che queste promesse, del tutto contrarie alla logica del bene comune, portavano già in se stesse il germe della rovina per tutti, compresi quelli che avevano loro creduto.

Siamo stati noi, gli elettori del centro-sinistra, a votare per un Pd ingessato nel suo conservatorismo burocratico, che ne ha fatto un guardiano degli interessi della casta, invece che un paladino del rinnovamento, e ormai da troppo tempo ossessionato dal tema dei diritti individuali (nozze gay e simili), invece che profeta di una società più equa, attenta alle esigenze dei poveri e dei disoccupati.

Siamo stati noi a votare per il partito di Monti, illusi che bastasse la prospettiva di un risanamento finanziario, reso plausibile dal prestigio internazionale del suo leader, per risolvere il dissesto economico del Paese e ciechi di fronte alla palese incapacità di questa linea politica di tenere in considerazione il tema della giustizia sociale.

Siamo stati noi a votare per il movimento 5 stelle, chiudendo gli occhi sulla logica dittatoriale che rende questa realtà politica estranea alle logiche parlamentari, fondate sul confronto e sul pluralismo, sia al suo interno (dove tutti possono parlare, ma uno solo decide inappellabilmente) sia all’esterno (vedi il voler mandare “tutti – gli altri – a casa” e il pertinente richiamo alla rivoluzione francese, sia pure senza ghigliottina).

Tutti, dunque, siamo responsabili dei mali su cui ora piangiamo amaramente. Ma la nostra responsabilità risale, in realtà, molto più indietro, rispetto al momento del voto. Essa sta, alla radice, nell’avere espresso queste forze, che chiamiamo “politiche” solo impropriamente (perché la politica ha come fine il bene comune), costringendoci poi a una scelta elettorale che in ogni caso – dando per scontata l’inammissibilità dell’astensione – non poteva non essere sbagliata.

E questa responsabilità è maturata giorno per giorno, nella condivisione di un clima culturale e spirituale che da molti anni a questa parte ha privilegiato, e ormai anche legittimato, l’individualismo selvaggio di chi voleva solo far valere le proprie preferenze, senza risponderne a nessuno. È stato questo individualismo – declinato volta a volta nella difesa dei privilegi e nella ricerca dell’utile più gretto, o nella logica dei diritti assolutizzati e fatti valere senza far cenno dei doveri, o, ultimamente, nell’indifferenza sistematica verso i più deboli in nome dello spread e del Pil – , a dar luogo alla reazione opposta e simmetrica di chi non ha trovato di meglio, per combatterlo, che affidarsi alla volontà di un guru, sacrificando ancora una volta le corrette dinamiche della comunità politica, che sono incompatibili con un paternalismo autoritario.

Non so come usciremo, a breve scadenza, dal pasticcio che ne è risultato. Di una cosa, però, sono convinto: che, qualunque sia la soluzione, essa non può bastare per garantire in futuro una reale crescita del nostro Paese. Dobbiamo risolvere il problema più alla radice, ricostituendo una cultura della corresponsabilità verso il bene comune. Bisogna impegnarci a pensare e a praticare nuovi stili – già nella vita privata, che poi si riflette su quella pubblica – , per ridare importanza centrale al volto dell’altro, al primato di ciò che è di tutti (oggi lo si considera automaticamente “di nessuno”), all’ascolto reciproco. Non si tratta solo di risolvere un intoppo. Bisogna creare una società nuova. Senza più leggi ad personam, senza più slogan della serie “l’utero è mio e ne faccio quello che voglio”, senza più il predominio dei banchieri, senza più caricature di Robespierre come unica alternativa all’esistente. So che non sarà facile. Ma prima la crisi finanziaria ed economica, ora questa politica, ci avvertono che, per quanto ardua, quella di un profondo rinnovamento culturale è l’unica strada. Se non vogliamo passare da un vicolo cieco all’altro.

Giuseppe Savagnone

 

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