I tre livelli di lettura degli scontri di Milano

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Sulle violenze di sabato 17 e domenica 18 ottobre si sono versati in questi giorni fiumi d’inchiostro e fatte decine di tavole rotonde. Ora è forse il caso di provare a tirare le fila di questo dibattito, mettendo a fuoco le posizioni di fondo che esso ha fatto emergere, per darne alla fine una valutazione critica.

No, senza se e senza ma, alla violenza

La prima interpretazione, sia in ordine cronologico che per la sua importanza pratica, è quella del governo. Già la sera di sabato – quando ancora non si erano scatenati i saccheggi selvaggi della domenica – Giorgia Meloni aveva pubblicato su X un video dei disordini in piazza Duomo, commentando: «Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è. Rinnovo la mia richiesta alle opposizioni: non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica. Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime. Ogni reticenza diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile».  E aveva qualificato i protagonisti dei disordini «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e tenere in ostaggio intere città».

Sulla stessa linea tutti gli esponenti della maggioranza. Secondo questa lettura, siamo davanti a fenomeni di pura criminalità, travestiti da protesta politica grazie alla collusione con i partiti di opposizione, il cui silenzio implicherebbe una sostanziale complicità.

E di fronte alla violenza della criminalità c’è solo da reagire con la forza delle istituzioni, responsabili della sicurezza delle persone e dei beni dei cittadini. Da qui la decisione del governo di anticipare alcune misure già previste nel ddl sulla sicurezza varato alcune settimane fa, aggiungendone altre e trasformando la proposta di legge attualmente ancora in esame in un decreto-legge di immediata esecuzione.

Fin da ora, dunque, entra in vigore per i minori che hanno compiuto i quattordici anni la presunzione di imputabilità, già prevista nel ddl, per cui la loro capacità di intendere e di volere si presume fino a prova contraria.

Ma ci sono anche nuove misure. Il trattenimento presso gli uffici di polizia per un massimo di 12 ore (cosiddetto “fermo preventivo”) si applicherà anche ai minori. Quando un minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati, a chi esercita la responsabilità genitoriale si applicheranno delle multe, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto. Le procedure per il risarcimento dei danni, già previsto dalla normativa, sono agevolate: per quelli a beni pubblici può disporlo direttamente il prefetto, mentre i privati danneggiati possono ottenerlo più rapidamente con un decreto ingiuntivo.

È inoltre introdotto il delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Il delitto punisce chi, nel corso di manifestazioni, partecipa a un gruppo di almeno cinque persone che opera in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizza o lancia oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, determinando un concreto pericolo per l’incolumità delle persone.

Infine, fino al 31 dicembre 2026, è prevista la presenza per le strade di Milano di 500 unità delle Forze armate. Originariamente il decreto prevedeva l’attribuzione a esse di compiti di polizia, compreso l’arresto in flagranza, ma la misura è stata cancellata per la contrarietà del presidente della Repubblica.

Pugno di ferro, dunque, contro i «teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos». È questo, del resto, che chiede l’opinione pubblica, come evidenzia un recente sondaggio realizzato da Only Numbers e presentato da Alessandra Ghisleri: il 66% degli intervistati ritiene che il governo debba adottare misure più stringenti per contrastare violenze e disordini. Contrario il 20,9%, mentre il 13,1% non esprime una posizione. Alla domanda se queste piazze debbano essere ascoltate oppure condannate, il 55,8% risponde che vanno «condannate senza se e senza ma». Il 37,6% ritiene invece che debbano comunque essere ascoltate, mentre il 6,6% non si pronuncia.

Punire, ma soprattutto capire

In radicale contrasto con la lettura del governo è quella delle opposizioni. In primo luogo, esse respingono con indignazione l’accusa di complicità rivolta loro dalla maggioranza, sottolineando che anch’esse condannano le violenze di piazza. A questo proposito già la sera di sabato 17 il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, aveva detto «Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili».

Ma, a loro volta, i partiti della sinistra accusano l’esecutivo di cercare di nascondere il disagio profondo da cui esse nascono e di voler impedire, insieme alle sue degenerazioni, anche la protesta. Elly Schlein, rispondendo a Meloni, ha detto: «Noi le abbiamo sempre condannate le violenze, da qualunque parte venissero. E però è inaccettabile che si usino i violenti per coprire la voce di migliaia e migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia per il carovita, per il caro affitti, per il caro carburanti, perché non riescono più a vivere. Queste sono le voci che chi governa dovrebbe ascoltare. Invece che oscurare».

Senza attaccare il governo, anche il presidente della Repubblica ha lasciato trapelare la sua insoddisfazione nei confronti di una pura e semplice criminalizzazione dei giovani coinvolti nei disordini di Milano. Dopo aver chiaramente denunziato come «inaccettabili» le loro violenze, ha fatto un passo avanti rispetto alla pura e semplice linea della repressione, parlando della necessità di svolgere quanto prima un’analisi «intelligente e approfondita» su quanto avvenuto, per mettere le istituzioni «in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti».

Ancora più esplicita è la distanza che Mattarella ha segnato, rispetto alla linea della maggioranza di destra, in un discorso, fatto proprio all’indomani del nuovo decreto sicurezza, in cui ha allargato l’orizzonte: «Occorre uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore che avvertono di asservimento o di emarginazione». E, dopo aver ammonito che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione», ha sottolineato la necessità di «un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza». L’ascolto di cui parlava anche Schlein…

Nel silenzio del governo, sono stati i giornali di destra a mettere in evidenza quanto queste parole, pur senza mai menzionare i disordini di Milano e i provvedimenti del governo, siano dissonanti da essi. «La Verità» – il cui direttore, Maurizio Belpietro, il giorno prima aveva scritto: «I devastatori non vanno capiti, tesi sostenuta da troppi, bensì puniti» – ha citato nel titolo di prima pagina il discorso del presidente, per paragonarlo ai post con cui i rapper Ghali e Marracash hanno espresso solidarietà ai contestatori di Milano, portatori, a loro avviso, della protesta per le disuguaglianze sociali e della rabbia di una generazione senza futuro.

La violenza dei giovani come frutto del nichilismo

È tuttavia possibile – anche se assai meno presente nel dibattito pubblico – una terza lettura, che in realtà non esclude le altre due, ma si pone a un livello più profondo. Essa parte dalla constatazione che le intemperanze dei giovani di Milano si inseriscono in un quadro più generale, che vede quelli di tutta Europa in un atteggiamento di rivolta nei confronti della società. Soprattutto, esse hanno dei corrispettivi, non adeguatamente sottolineati dai media, nel moltiplicarsi di comportamenti violenti da parte di giovanissimi che sembrano agire senza alcuno scopo utilitaristico, quasi per gioco. «Ci annoiavamo», ha detto uno dei due adolescenti arrestati pochi giorni fa per aver attentato alla vita di ignari passanti, diventando il terrore di un intero quartiere. Tutto qui.

Ma è, in generale, lo stile dei cosiddetti maranza che rivela questa matrice ludica. Si fanno gesti balordi, che mettono a rischio la vita propria e altrui, si aggredisce, si ruba, si distrugge – a Modena intere classi si sono riversate, alla fine delle lezioni, in un supermercato per svuotarlo e devastarlo – con il sol scopo di postare in internet le immagini delle proprie squallide imprese. Quasi a voler dimostrare di esistere, in un mondo dove i giovani – senza più passato, senza futuro – non sono più sicuri neppure del presente. «Esse est percipi», scriveva nel Settecento un filosofo inglese. “Esistere vuol dire essere visti”. Ma lui pensava allo sguardo di Dio, i nostri ragazzi a quello dei loro coetanei sui cellulari.

Umberto Galimberti, qualche anno fa, ha denunziato il nichilismo dei giovani e ha descritto gli effetti che lo svuotamento di valori e di senso della loro vita produce. In primo luogo, «un’emotività molto più incontrollata e uno spazio di riflessione molto più modesto», «il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le emozioni attraverso i percorsi dell’ignavia e della non partecipazione», «il gesto violento».

Ma la cultura del nichilismo non l’hanno creata i giovani. Essi la portano alle sue estreme conseguenze, ma ne siamo noi, gli adulti, i responsabili. Siamo noi ad avere costruito una società dove quello che conta è l’efficienza, ma senza un fine; il successo, ma spesso a costo della propria autenticità e della propria vera vita; l’immagine, ma al prezzo della realtà.  

I giovani che a Milano hanno spaccato erano portatori di un’oscura protesta, di cui loro stessi non erano consapevoli, contro questo mondo fasullo. Non c’è da stupirsi che abbiano portato in essa il vuoto di cui sono vittime e contro cui si ribellavano. Compreso l’assoggettamento ai miti di un consumismo selvaggio, da cui molti di loro sono esclusi. Ma il loro non è stato solo un crimine, è stato un grido che, ancora una volta, va ascoltato e che dovrebbe diventare oggetto di riflessione in famiglia, a scuola, nelle parrocchie.

Questo livello di lettura non esclude ciò che di vero è emerso negli altri due. È giusto distinguere tra proteste e violenze, reprimendo le seconde per rendere legittime le prime. Il limite della posizione del governo, però, è di puntare esclusivamente sulla criminalizzazione della violenza, invece di aprirsi al secondo livello di spiegazione, che cerca di capirne il perché e lo individua in un disagio sociale dovuto a disuguaglianze, ingiustizia, mancanza di prospettive. Neppure questa diagnosi, però, può spiegare il malessere profondo che anche i figli dei ricchi e dei privilegiati manifestano, anche quando non ricorrono a forme estreme. Da qui la necessità di scendere a un livello più profondo, che vede nella crisi del senso e dei valori la radice ultima sia delle distorsioni della società sia del malessere esistenziale dei giovani.

Il problema è che è più facile reprimere la violenza che individuarne ed eliminarne le cause sociali ed economiche, ed è più facile proporre soluzioni a questo livello che prendere coscienza di una crisi culturale epocale, come quella che sta investendo tutto l’Occidente. La sola via, probabilmente, è di coniugare le tre letture. Anche la terza. Altrimenti rischiamo di avere le questure e gli istituti penali minorili pieni, ma senza raggiungere con ciò l’agognata sicurezza, o di illuderci che un governo “di sinistra” risolva le cose con le sue riforme. Di decreti sicurezza ce ne sono stati ormai tanti. E i partiti d’opposizione sono già stati al governo. Se i giovani continuano a lanciare il loro grido è perché evidentemente hanno un disperato bisogno di altro.

1 reply on “I tre livelli di lettura degli scontri di Milano”

  • Sono assolutamente d’accordo. Quello dei giovani è un grido e non ascoltarli è gravissimo! Stanno cercando di dire qualcosa a questo mondo di adulti che li ignorano e criminalizzarli soltanto è insensato. E’ una visione miope che non sa leggere in profondità. Del resto un governo che sa solo vantarsi dei suoi successi senza ascoltare il disagio sociale, si presenta da sé. Meno male che ad argine c’è ancora il presidente Mattarella, figlio di una generazione che, aimè, sta scomparendo. Ci riempiamo la bocca dicendo che i giovani sono il nostro futuro, ma quel futuro noi lo abbiamo “scippato” loro e così protestano. Molti non sanno neanche perché… perché il disagio, come dice lei, dott. Savagnone, è profondo. Spero che come chiesa ci apriamo e stiamo dalla parte dei giovani, non solo per assolverli, ma per ascoltarli, capirli e offrire loro valori veri, autentici. Grazie! Anna Maria

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