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Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXXIII domenica del tempo ordinario (anno C)
Mal 3,19-20a; Sal 97/98; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19
Si avvicina la conclusione del corrente anno liturgico e i toni della liturgia della Parola si fanno apocalittici. Danno, cioè, l’impressione di prospettare gli scenari ultimi e definitivi, per certi versi disastrosi, della “fine”. La fine della storia, almeno per come gli esseri umani la attraversano, la gestiscono, la riorientano o la disorientano, ora riducendone la complessità dentro schemi ideologici ora complicandola e – in definitiva – facendone un groviglio assurdo. Inoltre, la fine del mondo, almeno per come gli esseri umani se lo rappresentano, purtroppo travisandone spesso la realtà e considerandolo come un orizzonte da dominare a qualunque costo e con qualsiasi mezzo, anche con la violenza, con la prevaricazione dei potenti sugli indifesi, dei forti sui deboli, dei ricchi sui poveri. L’anno liturgico si propone come una parabola che percorre da un estremo all’altro il mondo quale “prodotto” umano, per illuminarlo di senso alla luce della rivelazione. E per trasfigurare la storia comune degli uomini e delle donne, anche ai nostri giorni, in storia della salvezza.
Così gli avvertimenti, che s’incontrano in pagine bibliche che sembrano riferirsi a eventi lontani da noi, tornano ad avere significato anche ai nostri giorni. Per questo possiamo e dobbiamo prestare ascolto, nella prima lettura, a Malachia che profetizza una scadenza ineluttabile: «Sta per giungere il giorno rovente come un forno», il giorno del giudizio supremo, allorché si compirà il discernimento divino tra l’ingiustizia dei superbi e la giustizia di coloro che confidano nel Signore.
I toni apocalittici riecheggiano anche nella pagina evangelica. Tuttavia, sorprendentemente, Gesù li relativizza. Sì, è vero – come temono e s’aspettano i suoi interlocutori – che verranno tempi difficili, bui e duri, in cui non mancheranno guerre, epidemie, carestie, disastri ecologici, stravolgimenti culturali. Ma in realtà tutto ciò continuerà a essere la storia stessa, per come gli esseri umani la vivono e se la ritagliano addosso su misura – come si suol dire – con le loro scelte, con le loro azioni, con i loro errori. Guerre, epidemie, carestie, disastri vari, «fatti terrificanti», sono comunque prodotti della storia umana: non ne sanciscono il termine, ma – anzi – ne intessono la trama e ne costituiscono il filo persistente e ininterrotto. Le «guerre» e le «rivoluzioni», di cui la gente ha terrore, non determinano la fine della storia. Semmai ne tradiscono e ne mortificano il fine.
Sì, è questo il vero disastro. Travisare «il fine» della storia e del mondo: tò télos, leggiamo nell’originale greco dell’evangelista Luca. A Gesù non importa la fine, the end, della storia, quasi questa fosse semplicemente un film. Gli interessa piuttosto il fine, lo scopo. La fine si situa al termine della storia, che però resta impastata di quei «fatti» e pullula di quei «segni» che ogni volta noi presumiamo essere fatalmente conclusivi. In ogni caso, per la sua indole liminale, la fine è ormai rivolta verso l’esterno della storia, vorrebbe gettarsela alle spalle, archiviarla definitivamente e inappellabilmente. Il fine, invece, sebbene sormonti la storia da ogni lato, nondimeno vi si semina dentro. Ed esige di essere riconosciuto, accolto, atteso ancora e sempre.
Gesù impersona il fine della storia. E conferisce senso al mondo. Perché è lui che vi innesta la presenza di Dio. Se finalmente c’è lui, non è più il Tempio di Gerusalemme, edificio fatto da mani umane, «ornato di belle pietre e di doni votivi», a rappresentare Dio. Il Tempio, al limite, potrà anche cadere o essere distrutto. Un’affermazione del genere doveva davvero suonare come un presagio infausto all’orecchio di un giudeo devoto di allora: equivaleva a minacciare appunto la fine di un mondo intero, l’estinguersi di una tradizione religiosa e il crollo di un regime politico a essa legato, oltre che la crisi di un universo culturale ispirato da quella concezione religiosa.
Insomma, una sorta di “cambio d’epoca”. Nel quale, però, i discepoli sono chiamati dal loro Maestro non a sottrarsi alla crisi, ma a entrarvi dentro, ad affrontarne l’urto, persino a costo del martirio, rimanendo a lui fedeli nella testimonianza, senza lasciarsi ingannare da chi gli si vuole – in una maniera o nell’altra – sostituire: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!». Nel bel mezzo della crisi i discepoli dovranno fare piuttosto, a loro volta, discernimento (diákrisis, in greco, vale a dire attraversamento della krísis) tra l’inganno degli uomini e la verità del Cristo.
Difatti soltanto il Cristo può dire con verità «Sono Io», Egṓ eimi, affermando così l’esserci del Signore Adonai già annunciato presso il roveto ardente. Ed è proprio questo il fine della storia: disporsi ad accogliere la visita di Dio in Cristo Gesù, ora che il Messia è all’opera e, di nuovo, quando il Figlio dell’uomo tornerà a compiere il tempo. O più precisamente, come leggiamo nella pagina evangelica, ogni volta che – in lui e solamente in lui – s’avvicina a noi il kairós: non il chrónos, che passa consumandosi e usurando il mondo, bensì l’ora santa della salvezza che sopraggiunge senza far baccano, agile e delicata, come una mano lesta a recuperare in aria una foglia che si stacca dal ramo, o un capello che cade dal nostro capo.
Parole che squarciato le tenebre della perenne ignavia!
Riflessione molto bella e chiara. Grazie a don Massimo di questi spunti culturali attuali e chiarificatori. Essi ci aiutano, in questo caso, a riflettere ed “a vedere” la storia e gli eventi in esse connessi in maniera nuova.
Ancora una volta GRAZIE a don Massimo Naro.
A me mi fa riflettere la raccomandazioimne di Gesù :badate a non lasciarvi ingannare. Penso che il Signore ci chiede di restare salidi nelle fede e seguire solo Lui.
Grazie, carissimo don Massimo!
Grazie, carissimo don Massimo! Buona domenica.