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Nell’era della comunicazione lo sviluppo delle tecnologie e delle telecomunicazioni è giunto a un punto tale da far pensare alla tecnica come una sorta di potenza soprannaturale che si pone ben al di là dell’intelligenza umana ed è sempre più sganciata dal controllo umano. Un’intelligenza che sarebbe capace di trascendere i limiti del pensiero e dell’agire umano e che pertanto viene percepita, al tempo stesso, come un’opportunità e un rischio.
Recentemente Elon Musk in collegamento con la fiera tecnologica di Parigi, parlando di un futuro, dal suo punto di vista prossimo, ha affermato:” Probabilmente nessuno di noi avrà un lavoro. Se vuoi fare un lavoro puoi tenerlo come hobby. L’intelligenza artificiale e i robot forniranno tutti i beni e i servizi che desideri.”. Ma davvero la migliore prospettiva per l’umanità sarebbe quella di fare a meno del lavoro? Davvero possiamo pensare che l’uomo del futuro potrà realizzarsi prescindendo dall’assunzione di un impegno responsabile e dalla necessità di assolvere ad ogni funzione? La nostra felicità può davvero essere rimessa ala quantità di tempo libero? Forse potrebbe essere così se per lavoro intendiamo solo un mezzo per fare soldi, ma le cose cambiano quando nel lavoro riconosciamo la possibilità di una nostra realizzazione e qualcosa di importante che contribuisce a dare significato alla nostra vita. E ciò non accade soltanto quando si ha la fortuna di svolgere un lavoro che risponde alle proprie inclinazioni naturali, ma ogniqualvolta riconosciamo in quello che facciamo un servizio che va a beneficio dell’intera collettività. Da questo punto di vista, pertanto, il “lavoro” che l’AI svolgerebbe al posto nostro, non solo ci è utile, ma potrebbe persino danneggiarci.
Eppure, oggi non si fa che parlare di come questo cervellone sia capace di funzionare meglio del nostro cervelletto, al punto che non sembra ci sia altra scelta che quella di una progressiva delega di gran parte delle nostre funzioni più importanti. Ma davvero l’intelligenza artificiale può considerarsi intelligente? Per Federico Faggin – inventore di innovazioni fondamentali per lo sviluppo tecnologico moderno come il microprocessore e il touch screen – non è così. Secondo il noto fisico l’AI per quanto sia capace di processi sofisticati resta di fatto priva di ogni possibilità di esperienza interiore e pertanto è del tutto incapace di una coscienza autentica. Proprio questa incapacità non consentirebbe all’intelligenza artificiale di essere competitiva rispetto all’intelligenza umana. In definitiva non si tratta che di un computer che ha imparato la sintassi dei simboli che noi usiamo per comunicare, senza però avere alcuna possibilità di comprenderli. La coscienza rimane pertanto esclusivo appannaggio dell’essere umano, il solo in grado di capire e di conoscere la realtà non solo attraverso la mente razionale, ma anche attraverso le sensazioni, l’intelligenza emotiva e l’empatia.
In effetti, basta spostare la nostra attenzione sui processi cognitivi per comprendere perché quella artificiale non può essere considerata una vera intelligenza. Intanto l’AI non è dotata di intelletto ma solo una una straordinaria capacità di elaborare dati, non pensa ma opera calcoli statistici, non impara ma viene addestrata, non sente, né percepisce, perché non ha un corpo. Proprio il corpo con i suoi cinque sensi conferisce all’essere umano una prerogativa esclusiva, quella di provare sensazioni attraverso cui fare esperienza della realtà. La conoscenza empirica del mondo è pertanto del tutto preclusa all’artificiale, mentre contraddistingue l’essere umano che, attraverso le impressioni sensibili che gli oggetti esterni esercitano sui sensi, è in grado di provare quelle sensazioni che costituiscono il primo stadio del processo cognitivo.
Ben diversamente da una macchina, l’uomo è un essere di relazione e come tale, egli non apprende in uno stato di isolamento ma conosce se stesso e il mondo che lo circonda, attraverso relazioni significative ed emotivamente importanti. E’ cioè dotato di intelligenza emotiva, ed è capace di un’empatia che nulla ha a che fare con gli automatismi del machine learning. L’intelligenza umana non si addestra, non risponde a comandi o a codici predeterminati, né può risolversi in una mera elaborazione di dati. Si tratta infatti di un’intelligenza che conduce naturalmente chi la possiede a prendere coscienza di sé e del mondo che lo circonda. Si tratta di un intelletto che non si esaurisce nelle funzioni della mente-calcolo ma che in più è dotato di un’infinita capacità creativa, di un potenziale emotivo che rende capaci di grandi passioni e di tensione spirituale. Ecco perché non c’è, né potrà mai esserci una vera competizione tra natura e artificio, tra uomo e macchina. Nessuno strumento tecnologico avrà mai coscienza di sé, né sarà mai capace di pensare e di sentire, così come è in grado di fare l’uomo.
Tuttavia, sembra che la realtà stia andando in una direzione ben diversa. Viviamo il tempo del predominio della tecnica, un tempo in cui cioè la tecnologia non è più soltanto uno strumento al servizio dell’uomo ma, rappresentando un fine in sé, riesce ad imporre i suoi criteri di efficienza e produttività in ogni ambito della vita umana. Tutto ciò sta avendo un costo altissimo per l’uomo. A questo proposito, recentemente un servizio de Le Iene ha svelato cosa si nasconde dietro le quinte dell’intelligenza artificiale. Un popolo di persone invisibili al servizio di grandi multinazionali e prive alcun diritto, spendono la loro vita per addestrare gli algoritmi. E’ la loro mente ad essere utilizzata per addestrare l’intelligenza artificiale ad essere intelligente. Il servizio è girato a Nairobi in Kenia, tra le baracche di quartieri dove la gente vive in povertà estrema. Ed è proprio qui che arrivano gran parte dei nostri dati personali, carte d’identità, patenti, passaporti e tutte le informazioni che continuamente ci vengono richieste ogni volta che usiamo un’applicazione o vogliamo avere accesso ad un servizio. Di fatto, senza il duro lavoro di questa povera gente, costretta ad orari disumani per pochi centesimi al giorno, l’intelligenza artificiale non esisterebbe.
Se così stanno le cose, non possiamo fermarci agli slogan che nella digitalizzazione di dati e servizi vedono la chiave per un mondo migliore basato su innovazione, efficienza e produttività. Dobbiamo chiederci se veramente sarà così e soprattutto per chi? Di certo non sarà così per le periferie del mondo dove, come abbiamo visto, si è già aperta la strada per nuove forme di schiavitù. Di certo non sarà così per quei milioni di persone invisibili che stanno sacrificando la loro vita per addestrare questa pseudo intelligenza. Il costo umano è altissimo. Basti pensare che ad esempio per riuscire a distinguere un oggetto da un altro, l’AI ha bisogno di milioni persone in carne e ossa che immettano per miliardi di volte i dati di miliardi di oggetti.
Affidare il futuro dell’umanità all’AI allora non significa affatto affidarlo ad un’intelligenza superiore ma, se mai, affidarlo al mero calcolo statistico di meri dati contenuti in un data base. Significa alimentare nuove forme di sfruttamento e avvelenare il mondo del lavoro a livello mondiale. Significa sostenere nuove forme di ingiustizia sociale attraverso un sistema che non riconosce nessuna legge al di sopra di esso e che non ha alcun rispetto per la dignità umana.
Il vero problema non è dunque legato all’uso della tecnologia in sé, che indubbiamente è un’utile risorsa, ma quello della responsabilità etica nell’uso della tecnologia, che dovrà pur sempre essere considerata come strumento e mai come fine in sé. La sfida è dunque quella di riuscire a porre dei limiti ben precisi al suo utilizzo e comprendere che l’intelligenza artificiale non potrà mai costituire un fine per l’uomo, a meno che questi non intenda anteporre l’efficienza e la produttività alla sua stessa felicità. Per evitare che ciò possa accadere occorre dunque rimettere al centro l’uomo e l’unica vera intelligenza; occorre superare l’etica utilitaristica della massimizzazione del risultato e tornare a quella visione teleologica che vede nella felicità il vero fine dell’uomo.
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