Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Gumina, Una missione trasformante da compiere. Prospettive sul contributo dei cattolici nella società, Paruzzo, Caltanissetta 2022, pp. 157, 12.00 euro.

Recensione di Vincenzo Ceruso.

The bridge of Langlois at Arles with laundresses
*oil on canvas
*54 x 65 cm
*March 1888
*

Il libro di Rocco Gumina è un testo denso, che presenta diversi livelli di lettura: storico, politico, ecclesiologico. È il libro di un appassionato uomo di fede, che guarda alla politica con gli occhi del laico credente e con uno spirito che definirei conciliare. Spirito conciliare è un’espressione in voga nei decenni successivi al Vaticano II, per indicare una differenza tra la lettera dei testi conciliari e uno spirito del Concilio che attendeva ancora il suo compimento. Mi sembra che lo spirito conciliare trovi spazio nelle pagine di Gumina, inteso come esigenza di una fede non integrista, una fede che si innerva nella storia e che supera il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita.  

Particolare importanza nella sua riflessione riveste la costituzione conciliare Gaudium et spes, soprattutto il 4° capitolo, da cui l’autore trae quelli che definisce «cinque assi portanti capaci di proporre una riforma della politica cristianamente ispirata». Quali sono questi assi portanti?

  1. La dedizione al bene comune;
  2. La dignità umana;
  3. La ricerca della giustizia;
  4. Il riconoscimento del valore prioritario dell’inclusione all’interno della comunità umana;
  5. La cura dell’educazione.

Ognuno di questi punti meriterebbe uno spazio di discussione a sé stante. Penso all’idea di dignità umana che deve incarnarsi in un ordinamento politico-giuridico, nazionale e globale (p. 49), e che trova rispondenza nel principio personalista che è alla base della Costituzione italiana; oppure, penso alle righe dedicate ad un’idea di sviluppo umano non dipendente dal semplice aumento del PIL (p. 53), che vanno lette insieme alla riflessione dedicata al sindaco santo di Firenze, La Pira.

Ma quel che vorrei sottolineare è la visione cristiana dell’autore, come si delinea nel libro, l’orizzonte di senso a cui ci rimanda, perché quel che manca alla politica è proprio una visione (“l’uomo soffre per mancanza di visione”, diceva San Giovanni Paolo II). La visione cristiana di Gumina si esplicita nel fatto che, come sottolinea Salvino Pezzotta nell’introduzione, l’esigenza di un rinnovamento della politica è legata al rinnovamento ecclesiale. Riforma della politica e riforma della Chiesa camminano insieme. Senza separazione né confusione. Non c’è in questo alcun fondamentalismo. L’autore parla di una “spiritualità civica” e spiega: «Quest’ultima – generata da un approccio aconfessionale e fondata su di un’etica del bene comune e della tutela delle diversità – deve trovare le vie culturali, politiche e sociali per mobilitare le energie profonde del nostro popolo al fine di indirizzarle verso uno sviluppo della nostra democrazia e delle relative istituzioni pubbliche» (p. 157).

Emerge un’idea cristiana di laicità. E direi un’idea di laicità nutrita di spirito conciliare, a cui dissetarci in questi tempi difficili. Viviamo una pericolosa tendenza alla frammentazione e al localismo, mentre gli individui vivono un senso di espropriazione rispetto ad un mondo globalizzato e si rifugiano nella loro piccola patria. All’interdipendenza e all’unità della famiglia umana, che è una conquista preziosa, si oppongono violente spinte disgregatrici, che muovono ad alzare muri, sostengono gli egoismi nazionali e si nutrono di una retorica violenta.

Luigi Zoja, uno psicanalista citato nelle pagine del libro di Gumina, ha descritto questo tempo parlando di “morte del prossimo”. Si fa spazio un cristianesimo identitario, nostalgico di un regime di cristianità che abbiamo lasciato alle nostre spalle. È un’idea di cristianesimo identitario usata come medicina consolatoria in una società di individui soli, che ha paura di affrontare le sfide di una società plurale. È un’altra forma di «sacralizzazione della politica» (p. 37), secondo un’acuta espressione usata da Gumina nel suo libro. Il fondamentalista usa la religione per definire la propria identità personale e come cornice per definire un’identità politica.

Olivier Roy ha scritto: «La religione può giungere fino alla perdita di ogni dimensione religiosa riducendosi a marcatore identitario»[1]. Mi sembra che, invece, il retroterra del libro di Gumina si nutra dell’idea di un cristianesimo coinvolto nella storia dei popoli, ma non incatenato a questa storia. Per l’autore, i credenti – cito ancora il suo testo – «sulla scia dell’ispirazione evangelica possono delineare una serie di principi sociali e politici come la ricerca del bene comune, della solidarietà, della sussidiarietà, della promozione integrale della persona» (p. 22). Questi principi delineano “la speciale vocazione” dei cristiani nella comunità politica e sono indispensabili per rammendare il tessuto di una società lacerata, che non sa più pensarsi come un noi. Anche qui, il problema è sia spirituale che politico. Perché la rivelazione, ci dice il Concilio Vaticano II, è stata trasmessa ad un popolo.

Rinnovamento della politica e rinnovamento della Chiesa: due processi in cui è fondamentale il contributo del laicato cattolico organizzato. Si tratta di un mondo in cui confluiscono sentieri diversi, lo sappiamo, come diversi sono i carismi, pur nell’unità di un unico popolo. Non penso che da questo mondo provengano tutte le risposte, ma questo mondo può dare un contributo fondamentale alla costruzione di un pensiero comune. Ha scritto Papa Francesco: «Da soli si rischia di avere miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme».  Il piano in cui le due sfere, quella politica e quella ecclesiale, si incontrano, è quella che definirei la dimensione del noi. La costruzione di un noi inclusivo, largo, solidale, è la grande sfida di questo tempo, ed è la prospettiva a cui ci invita il libro di Gumina.

[1] Cfr. O. Roy, La santa ignoranza. Religioni senza cultura, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 59.

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