Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Le elezioni politiche si sono appena concluse. Dal momento elettorale ereditiamo due fattori negativi. Da un lato il clima politico costantemente alimentato da scontri tra i partiti su temi lontani dai bisogni reali del Paese; dall’altro il crescente astensionismo che rischia ancor di più di sminuire le partecipazione attiva dei cittadini ai processi politici. In questo contesto, i cattolici in politica sono apparsi quanto mai irrilevanti. Il magistero di Papa Francesco invita all’impegno politico come forma di testimonianza in grado di generare un bene per tutti.

Nonostante ciò, i credenti – sia come singoli sia in quanto associati – faticano a organizzarsi e a rappresentare una proposta in grado di essere popolare. Di questo tema discutiamo con Domenico Santangelo. Sacerdote e docente di Teologia Morale presso l’Istituto superiore di scienze religiose Ecclesia mater della Pontificia Università Lateranense, Santangelo è autore del libro Quale democrazia in tempo di globalizzazione? Analisi etico-politica e valutazione della concezione di Amartya Sen alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa (Rubbettino, 2018) e curatore del volume: “Quale migliore politica? L’impegno responsabile dei cristiani e l’intelligenza generativa di Giuseppe Dossetti tra Vangelo e storia” (Marcianum Press, 2021).

– Professore Santangelo, l’astensionismo record di queste elezioni politiche appena concluse è un dato più che preoccupante. L’insegnamento della Chiesa, a partire dello scritto A Diogneto, sostiene che nessun uomo – credente o meno – può sottrarsi o dichiararsi indifferente rispetto alle questioni che riguardano tutti siano queste politiche, sociali o economiche. Cosa occorre fare per invertire la tendenza e, quindi, per invitare ad una maggiore partecipazione ai processi comunitari?

La partecipazione alla vita comunitaria, che ogni sana riflessione scientifica laica o credente ha sempre sostenuto essere compito di ciascuno e di tutti al fine di generare e attuare il “bene comune” – espressione di quel confronto, dialogo ed integrazione che tutti deve unire e far convergere in processi di matura corresponsabilità – è l’unica risposta a tutte le forme di astensionismo, esplicitazione di quella delusione e crisi della vita democratica, tra le cui cause più gravi – insieme alla sfiducia e alla protesta verso la politica, vi è il «grande rischio del mondo attuale […] una tristezza individualistica che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata» (Esort. ap. Evangelii gaudium, n. 2).

Questo è verificabile tanto più oggi che la globalizzazione è diventata un processo “irreversibile” e nessuno – se vuole vivere con frutto il suo essere al mondo – può rinchiudersi dentro i suoi interessi corporativi o nei suoi piccoli e limitati contesti (di qualsiasi natura), emarginandosi dalla vita pubblica e distaccandosi da ogni altro, che – per sua natura, chiunque sia – col suo sguardo mi interpella a non isolarmi nelle mie convinzioni, anche positive, ma sempre mutilate e impoverite se non educate a promuovere una cultura dell’incontro e della relazione capace di trasmettere alle generazioni di oggi e di domani ragioni di vita e di speranza. Non siamo solo individui, consumatori e spettatori di quel “divide et impera” protezionistico e sovranista che tutto massifica, indebolendo la dimensione comunitaria e più ampiamente solidale e universale dell’esistenza. Solo con una presa in carico attiva, in prima persona, da parte di tutti, a beneficio di quella “casa comune” che può vivere se si riscopre e alimenta una fiducia vitale e una collaborazione reciproca a partire dalle relazioni di piccolo gruppo fino a quelle di livello macro (rapporti sociali, economici, politici), può scaturire un servizio generoso da parte di ogni membro del corpo sociale idoneo a contrastare l’apatia, il disinteresse e la disaffezione verso la vita politica, facendo così progredire la qualità della vita democratica, migliorando le condizioni di vita di ogni persona e gruppo sociale, in particolare dei più miseri e bisognosi di libertà, di giustizia e di misericordia.

– Il Novecento ha consegnato ai cattolici italiani numerose testimonianze di credenti impegnati in politica. Fra questi, spicca Giuseppe Dossetti per il quale non esiste incompatibilità tra fede e impegno politico purché quest’ultimo si viva a certe condizioni. Perché è importante recuperare la sua lezione?

Il testo “Quale migliore politica?” (Marcianum Press 2021) si sofferma nella seconda parte sul fondamentale contributo che la ricca e profetica figura umana e cristiana, del sacerdote e politico italiano don Giuseppe Dossetti ha saputo incarnare nell’ambiente storico-culturale del tempo in cui è vissuto (1913-1996) e può offrire oggi nel dialogo con i cattolici democratici e con tutti coloro che vogliono vivere con coerenza l’impegno sociale e politico odierno e del prossimo futuro come scelta etica imprescindibile e doverosa per le sorti della convivenza.

Temi centrali e attualissimi che caratterizzarono la vita e l’opera di don Dossetti, il cui filo conduttore può delinearsi attorno ad una fortissima esigenza di radicalità evangelica, che il Reggiano ha saputo testimoniare in modo assoluto e insieme creativo con obbedienza umile e pacifica: il dialogo fecondo e vitale tra la Parola di Dio e la Costituzione italiana, il primato della storia e la responsabilità sociale e politica, la predilezione per i piccoli e gli ultimi.

È vivo nella vicenda del padre costituente ed educatore di intere generazioni di giovani il messaggio del Papa buono: «la Chiesa si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri» (Radiomessaggio a un mese dal Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 settembre 1962). È Dossetti poi che influenza notevolmente il celebre discorso sulle povertà del Card. Lercaro del 7 dicembre 1962 secondo il quale «Il tema centrale del Concilio dovrebbe essere la chiesa dei poveri». Il sogno di Dossetti è quindi quello di una Chiesa per i poveri, per i piccoli e per gli ultimi, che con loro diventa a sua volta povera, piccola ed ultima: «tra Chiesa e povertà c’è un’intrinseca relazione, un nesso costitutivo» (C. LOREFICE, Dossetti e Lercaro.

La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II, Paoline, Milano 2011, p. 267). Solo stando con Gesù sulla via da Lui assunta e vissuta: quella della debolezza, della umiltà, della mitezza, della povertà, è possibile affrontare e contrastare idoneamente ogni forma di indigenza, privazione, sofferenza, emarginazione, “scarto”. Pensando alla realtà odierna, vivendo una convincente opzione
preferenziale per i poveri (intesi come sacramento della presenza di Cristo e, quindi, luogo teologico e umano cruciale dell’annuncio cristiano) si possono ripensare, comprendere e rinnovare, sia la Chiesa/comunità cristiana che la vita sociale e politica, pena lo svuotamento e sterilità del loro impegno.

– Il messaggio evangelico, la lezione dei padri della Chiesa, il magistero insegnano chiaramente che fra religione e politica non può esserci confusione o separazione poiché l’annuncio di salvezza riguarda tutto l’uomo e il bene della società che abita. Un principio da tenere in considerazione dinanzi alle continue strumentalizzazioni della religione per fini elettorali. È così?

Si tratta sempre di andare oltre, allargando gli spazi della razionalità “in re sociali”. Ecco il messaggio centrale e la sfida fondamentale che il dato biblico, la Tradizione e il Magistero della Chiesa, come anche la sana esperienza umana credente e non credente insegnano e trasmettono in merito al rapporto corretto che esiste tra fede e vita e più specificamente tra religione e politica.

In particolare, su quest’ultimo ambito, dal punto di vista metodologico è sempre ineludibile, al fine di edificare una società giusta capace di far vivere insieme una vita pacifica e riconciliata, smascherare ed evitare i due rischi opposti: né separazione, né confusione tra religione e politica. La corretta visione tra politica e religione trova un inquadramento nella Costituzione pastorale del Vaticano II, all’interno della trattazione del rapporto tra la comunità politica e la Chiesa, che qui riportiamo essenzialmente: «La Chiesa che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana. La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini.

Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace,quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo. L’uomo infatti non è limitato al solo orizzonte temporale, ma, vivendo nella storia umana, conserva integralmente la sua vocazione eterna» (Cost. past. Gaudium et spes, n. 76).

L’incontro più autentico tra politica e religione si realizza nell’ordine morale: infatti, «la comunità politica e l’autorità pubblica hanno il loro fondamento nella natura umana e perciò appartengono all’ordine fissato da Dio» (Ibid., n. 74). Da qui, due elementi da approfondire: da un lato, il rapporto tra autonomia delle realtà temporali e riferimento al Creatore (cfr. Ibid., n. 36); dall’altra parte, il conseguimento del bene comune, crocevia etico dove si raccordano l’ambito politico e quello religioso (cfr. Ibid., nn. 74-75).

– Da più parti, e non solo di recente, si diffondono discorsi e ragionamenti volti a modificare la nostra costituzione. Sebbene abbia più di settant’anni, il dettato costituzionale ha un’impronta personalista che risulta assai contemporanea. Pensa che questo sia un aspetto da salvaguardare in vista di eventuali modifiche?

La Costituzione del 1948 è il luogo naturale in cui convergono i valori principali del nostro sistema politico democratico, a testimonianza della coscienza civile propria del nostro popolo, il cui ethos condiviso è stato lì depositato. Nell’arco di vita della nostra Legge fondamentale si sono modificate più volte alcune delle regole in essa contenuta e il rischio – affatto astratto – è che anche nell’attuale contesto post-ideologico molto emotivo, riscrivendo le regole, si vogliano rivedere anche i valori fondamentali che reggono la struttura basilare dell’ordinamento italiano. Tra questi, il valore senz’altro più essenziale – fondamento di tutti gli altri – è rappresentato dalla persona umana e la connessa dignità che ha pervaso di una impostazione fortemente personalista e comunitaria tutto il dettato costituzionale, merito dei politici cattolici che hanno saputo lavorare nell’Assemblea Costituente (1946-1948) facendo convergere attorno ad essa, impostazioni di altra natura, come quella liberale e socialista.

In particolare, risalta l’articolo 2 della Carta Costituzionale (frutto di un ordine del giorno di Giuseppe Dossetti) che introduce il principio personalista e quello pluralista, strutturato sulle “formazioni sociali” e che «pone come fine ultimo della organizzazione sociale lo sviluppo di ogni singola persona umana» (CORTE COSTITUZIONALE, sent. n. 167/1999, Giur. Cost. 1999), così che l’uomo non è soltanto individuo, ma è intrinsecamente sociale, nelle sue varie forme, non esaurentesi nello Stato. In tal modo, sono sempre da evitare i rischi connessi ai due eccessi, quello individualistico e quello totalitaristico, riduzionismi questi purtroppo molto attuali che indeboliscono l’uomo nella sua consistenza irrevocabile, nella sua dignità incomparabile, in altre parole, nella sua vocazione, la cui forza è racchiusa nel primato della persona, principio, soggetto e fine della società.

Può risultare senz’altro di indubbio valore nel contesto odierno sempre più plurale comprendere e attualizzare la densa e inesauribile ricchezza personalista e relazionale racchiusa nella Legge fondamentale dello Stato, promuovendo una appassionata difesa creativa dei principi fondamentali della Carta repubblicana, come ha fatto uno dei “padri” fondatori della Costituzione, Giuseppe Dossetti, che dopo un lungo silenzio “pubblico”, contro ogni spinta separatista affermò: «la Costituzione italiana del 1948 […] porta l’impronta di uno spirito universale e in un certo modo trans-temporale» (G. DOSSETTI, «Le radici della Costituzione. Monteveglio 16 settembre 1994», in ID., I valori della Costituzione, Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 1995, p. 68).

– Per Francesco, il partito “cattolico” è tema del secolo scorso. Tuttavia, Bergoglio stimola sempre i credenti all’impegno politico, sociale ed economico. A suo parere quale presenza di cristiano nel mondo – e nella politica – avanza il vescovo di Roma?

Nel suo Magistero è continuo l’invito di papa Francesco rivolto a tutti – cittadini e leaders – ad attivare nuovi processi di discernimento e di riforma, sviluppando percorsi sostenibili di dialogo paziente e accogliente nutriti da legami solidali di amicizia sociale non polarizzati autoreferenziali, perché il bene generato possa essere veramente comune, dove ognuno – con onestà generosa e sincera dedizione – è chiamato a prendere parte attiva, in prima persona, alla vita pubblica: «ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto […].

Alimentiamo ciò che è buono e mettiamoci al servizio del bene» (Enc. Fratelli tutti, n. 77). L’intento fondamentale del Pontefice è quello di ripensare in chiave propositiva e dinamica l’impegno e la testimonianza della comunità cristiana, chiamata in questi anni a vivere percorsi di autentica sinodalità, le cui chiavi principali (comunione, partecipazione e missione) possono offrire ai giovani e agli adulti che abitano i diversi contesti sociali (ecclesiali e più ampiamente civili) percorsi educativi di cittadinanza responsabile. Fin dall’inizio del suo pontificato, ed in continuità con il suo ministero episcopale svolto a Buenos Aires (dove frequente ricorreva all’espressione: «Uscite dalle grotte» – salgan de las cuevas), il Papa ci mette in guardia dai rischi di una comunità ripiegata sul proprio interno, autoreferenziale, che, ossessionata da se stessa, rischia di perdere di vista la propria finalità e la propria identità, senza corrispondere alle necessità più vere e profonde della storia degli uomini.

È come se dicesse: solo nella fedeltà e coerenza all’evento originario della Chiesa – la storia di Gesù – c’è la possibilità per la Chiesa stessa di incarnare nel mondo la salvezza di cui il Signore le ha fatto dono, di cui Essa vive e che tutti possono vivere se si lasciano irradiare dalla luce e la vita del Risorto. Per comprendere questo ripensamento e impegno responsabile del cristiano è necessario riprendere e incidere in ciascuno di noi lo stile evocato dal pontefice e dinamicamente offerto nel suo documento programmatico: una perenne uscita da sé per adempiere il servizio della carità, che tutto «comprende, assiste e promuove» (Esort. ap. Evangelii gaudium, n. 179).

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