Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

La liturgia di questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci propone il tema della riconoscenza intrecciato con quello della salvezza: non si tratta soltanto di mostrare la propria gratitudine per un beneficio ricevuto, ma gioire per una salvezza ormai aperta a tutti gli uomini, soprattutto agli stranieri e agli esclusi. Nella prima lettura, il profeta Eliseo guarisce dalla lebbra Naaman il Siro, comandante e capo dell’esercito del re di Aram, uno straniero.

Il termine ebraico per indicare la lebbra sara’t comprendeva in realtà una serie di malattie della pelle, in alcuni casi guaribili mentre in altri no; a causa dell’alta contagiosità veniva considerata una malattia molto pericolosa e la sua guarigione quasi irrealizzabile, come è possibile desumere anche dalla reazione di Eliseo davanti a Naaman. Nel libro del Levitico, inoltre, i lebbrosi sono tra le categorie considerate più impure, cosicché vengono escluse dagli atti di culto e si fa loro obbligo di evitare il contatto con altre persone, di entrare nei centri abitati, nel tempio e spesso anche nelle sinagoghe.

Non sempre tali divieti venivano applicati e spesso la pietà umana spingeva a mitigare la norma; comunque, il lebbroso era considerato come colpito da Dio ed escluso da ogni convivenza sociale e religiosa. Naaman parte per chiedere l’intercessione del profeta per essere liberato dalla malattia, ma mentre sta per giungere alla casa di Elia, un servo mandato dal profeta gli riferisce che deve andare a lavarsi sette volte nell’acqua del Giordano. Il comandante mostra la propria perplessità davanti a questa indicazione, ma i servi lo convincono a mettere in pratica il comando del profeta: Naaman scende al Giordano, si lava sette volte e la sua carne esce dall’acqua guarita.

Egli torna quindi indietro per ringraziare il profeta, ma questi si rifiuta di riceverlo, perché Naaman possa comprendere che l’autore del miracolo è Dio stesso. Naaman resosi conto di ciò si converte e dal paganesimo passa alla fede nell’unico vero Dio. Anche il brano del Vangelo di Luca ci propone la guarigione di 10 lebbrosi. Gesù è in viaggio verso Gerusalemme e decide di passare per Samaria e la Galilea, luoghi considerati segnati dall’infedeltà e dall’ignoranza rispetto alla vera fede.

Il grido dei lebbrosi, “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi”, ci mostra tutta la drammaticità della loro condizione e il loro fare appello alla bontà di Dio, che essi vedono manifestata nell’atteggiamento di compassione di Gesù; tuttavia, questi non compie il miracolo richiesto, ma li rimanda ai sacerdoti. Nella Torah, dopo la guarigione, il primo adempimento previsto prevedeva una prassi rituale e il riconoscimento ufficiale da parte del sacerdote (cfr. Lv 14,3-20); questi aveva il compito, come interprete ufficiale della Legge, di dichiarare sia ritualmente impuro il malato, sia puro colui che era guarito. Il miracolo non avviene subito, ma lungo il tragitto, come nel caso di Naaman.  

Dei dieci guariti soltanto uno, – e poi sapremo essere un samaritano -, torna indietro a ringraziare Gesù. Il guarito cade con la faccia a terra, si prostra ai piedi del Maestro mentre loda Dio facendo emergere il legame profondo che unisce il comportamento di Gesù alla potenza divina. Il lebbroso guarito non si ferma al miracolo, ma entra in un rapporto personale con Gesù e con Dio: tutti e dieci i lebbrosi hanno sperimentato la potenza taumaturgica, ma soltanto uno di loro, uno straniero, vi ha riconosciuto un invito ad andare oltre. 

“La tua fede ti ha salvato”: come la peccatrice in casa di Simone (cfr. Lc 7,50) e l’emorroissa (cfr. Lc 8,48), anche il lebbroso guarito ha riconosciuto in Lui la potenza divina ed è tornato indietro per ringraziarlo; gli altri nove sono rimasti all’esterno, nel livello dello stupore per il prodigio che non è ancora quello della fede. Il samaritano, colui che è fuori dalla salvezza di Israele, da gloria a Dio e diventa testimone di salvezza per tutti. Soltanto gli occhi della fede possono riconoscere la presenza del regno di Dio che Gesù inaugura, da qui l’ammonimento finale ad entrare nella logica di Dio come ha fatto il samaritano.

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