Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10 Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili.  Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Il tempo della prova, della sofferenza ingiusta porta da sempre l’uomo a chiedersi dove sia Dio e perché non intervenga davanti al male e al dolore innocente. Dio sembra nascondersi e il credente fatica a non perdere la speranza.

La liturgia di questa XXVII domenica del tempo ordinario sembra voler dare risposta a chi fatica a credere nel tempo della prova e chiede aiuto. 

Nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Abacuc, contemporaneo di Geremia, quando già i Caldei hanno invaso la Palestina ma non hanno ancora distrutto Gerusalemme, il profeta rivolge un accorato appello a Dio perché spieghi quale senso ha la sofferenza ingiusta che Israele sta patendo. «Perché resti spettatore dell’oppressione?» (Abac 1,3).  Dio sembra essere indifferente davanti al male ed esso è entrato anche all’interno del popolo e proprio quando più forte se si sente la necessità di un suo intervento, Dio rimane assente.

Chiamato in causa dal profeta, Dio non sfugge all’invocazione, ma gli ordina di scrivere il suo messaggio; non spiega il male, piuttosto richiama la sua fedeltà alla promessa e la risposta di fede dell’uomo: “certo verrà e non tarderà […] mentre il giusto vivrà per la sua fede”. Non si fa riferimento ad un tempo definito perché è proprio nella sua capacità di attendere che egli rivela la propria fede. Il termine fede, dalla radice ebraica ‘aman, indica stabilità, sicurezza. Avere fede significa appoggiarsi su Jhwh, fidarsi di lui e in questo trovare stabilità perché si pone il proprio fondamento su Dio stesso e sulla sua fedeltà.

Dio chiede la nostra fiducia al suo mistero e alla sua vicinanza, a tutto ciò che gli è, alla sua segreta presenza e alla sua indecifrabile assenza. Anche il Vangelo approfondisce quanto già delineato nella prima lettura. La supplica degli apostoli esprime la situazione che la chiesa vive dopo la Pasqua: una comunità dove pesa la fatica e l’insuccesso della missione, i dubbi e le incertezze rispetto alla parola di Gesù e che proprio per questo chiede al Maestro «accresci la nostra fede» (Lc 17,6).

A questa richiesta Cristo risponde attraverso un paradosso: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». La fede vien paragonata a un granello di senape, capace di sradicare una pianta grande e robusta, impossibile da smuovere.

Il senso dell’iperbole è chiaro, Gesù vuole dire che nulla è impossibile alla fede autentica, capace di fare cose umanamente impensabili. Non si tratta di avere quantitativamente più fede, ma piuttosto di avere una fede autentica; non è il prodigio che produce la fede, ma è la fede che produce il prodigio.

Anche la parabola che segue, serve a Gesù a illustrare la potenza della fede. Non è intenzione della parabola identificare il rapporto Dio-uomo come rapporto padrone-schiavo, e neanche si vuole affermare che ciò che l’uomo fa non ha alcun valore davanti a Dio, piuttosto si vuole semplicemente riaffermare un dato biblico costante, cioè che l’uomo che avanza pretese davanti a Dio confida su se stesso, cerca il proprio interesse.

La fede autentica poggia invece sulle opere di Dio, sulla sua grazia che rende l’uomo libero dalla percezione di sé come centro del mondo; la fede ci ricorda che “siamo” dal Signore e che in lui tutto è grazia. La fede è riconoscere la sapienza di Dio nella sua parola come nel suo silenzio, è riconoscere che il suo amore, la sua consolazione e la sua pace non vengono mai meno. La fede in Dio accetta il suo inesprimibile il mistero, che si traduce in parola e silenzio.

(Visited 23 times, 6 visits today)

No Comment

You can post first response comment.

Leave A Comment

Please enter your name. Please enter an valid email address. Please enter a message.