Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Il cammino sinodale della Chiesa cattolica è in corso. In tutto il globo è in atto una riflessione dell’intero popolo di Dio sull’identità e sulla missione della comunità ecclesiale oggi. In tante nazioni, compresa l’Italia, il primo anno del percorso ha condotto verso una particolare attenzione sulle modalità di presenza e di azione dei credenti nella società. In questa fatica, la ricerca teologica è chiamata a dare il proprio contributo.

Di questo tema discutiamo con Marco Ronconi. Insegnante di religione nella diocesi di Roma e docente di Teologia presso l’Istituto Leoniano di Anagni, Ronconi collabora con il Centro Fede e Cultura «A. Hurtado» della Pontificia Università Gregoriana e con la rivista «Jesus». Da qualche mese, per l’editrice Effatà, è uscito il suo volume intitolato Teologia da bar. Libere conversazioni su Dio e dintorni.

– Professore Ronconi, fra le diverse istanze, il cammino sinodale in corso ci invita a rivedere continuamente la relazione fra chiesa e mondo. Quest’ultima risulta uno delle questioni più rilevanti del suo volume Teologia da bar. Libere conversazioni su Dio e dintorni. Su questo tema, quale contributo può offrire la riflessione teologica?

Il cammino sinodale è iniziato privilegiando la dinamica dell’ascolto. In molte realtà è stato molto più faticoso e frustrante di quanto si immaginava. Uno dei motivi, forse, è che l’ascolto è una pratica più facile a dirsi che a farsi, con cui abbiamo perso, come chiesa cattolica italiana, confidenza e dimestichezza. Per chi insegna come fosse un’abitudine, ad esempio, è difficile mettersi nella postura dell’ascolto.

Quando noi docenti stiamo zitti e chiediamo a qualcuno di parlare, spesso è perché in realtà stiamo valutando una prestazione, e gli interlocutori lo sanno. Da insegnante, conosco la fatica enorme che costa mettermi di fronte a un adolescente e ascoltarlo semplicemente, pensando che ha davvero qualcosa da dirmi e basta. Mi è molto più facile posizionarmi nell’atteggiamento di chi fa parlare l’altro soprattutto perché vuole imparare il suo gergo e così spiegarsi in modo più comprensibile, o mostrarmi educato e cortese lasciando parlare l’altro, ma più che altro per abbassarne la soglia di sospetto e invogliarlo poi ad ascoltarmi, o peggio ancora lasciarlo sfogare e poi parlare senza che quello che avevo da dire sia stato minimamente toccato dal tempo dell’ascolto.

Negli ultimi decenni temo che la chiesa cattolica italiana si sia così preoccupata di insegnare – e lasciamo stare se per necessità o per eccesso di zelo, se con più o meno successo – che a volte non si ricorda nemmeno come si fa ad ascoltare. E non (o non solo) in senso morale, ma proprio come postura, abitudine, atteggiamento. I teologi fanno parte della chiesa italiana e partecipano delle stesse fatiche. Anche molti di noi sono più preoccupati, ad esempio, della correttezza delle risposte o di tramutare ogni interlocuzione in domanda, che non sanno ascoltare, semplicemente. Eppure uno dei compiti della teologia è anche quello di «ascoltare attentamente» (Gaudium et spes 44). Questo volumetto che è appena uscito è l’insieme di una serie di contributi – rivisti e corretti – che ho pubblicato sul mensile Jesus (ed. San Paolo) negli ultimi anni. In essi provo, spero anche con un po’ dello stesso humour del titolo, a mettere in circolazione qualche ragionamento che ho ascoltato in giro.

– In questi ultimi tempi, varie sono le pubblicazioni che cercano di presentare la teologia ad un pubblico che va al di là degli studiosi della disciplina. Ma, in una cultura iper-tecnica e settoriale come la nostra, a cosa serve ancora la teologia?

Dipende cosa si intende per «teologia», ovviamente. Da un certo punto di vista, chiunque sia in una qualche relazione di fede non può non fare teologia. Scegliere una formula piuttosto che un’altra per elevare una preghiera, adottare un ragionamento piuttosto che un altro per dare ragione di una scelta di vita credente, leggere un testo sacro secondo un modo di interpretazione o un altro (ma potrei portare altri 10 esempi), sono tutte attività teologiche.

Ogni credente è anche un teologo, lo voglia o no, allo stesso modo con cui un genitore è anche un pedagogo, lo voglia o no, perché ogni gesto e ogni parola che compirà nei confronti dei figli avrà una ricaduta piuttosto che un’altra. Così come nessun genitore deve essere laureato in pedagogia, allo stesso modo nessun battezzato deve essere laureato in teologia, ma può essere utile conservare una certa sapienza, o financo che esista qualche specialista.

Continuando nell’analogia, come esistono diverse scuole pedagogiche, esistono anche diverse scuole teologiche. In questo momento penso che servirebbero non «teologi» in generale, ma studiosi di cristologia (una delle discipline in cui si divide lo studio accademico) addestrati a smascherare quello gnosticismo e pelagianesimo contro cui si scaglia spesso Francesco e che tanti danni seminano. Avremmo poi bisogno di esperti di logica sacramentale per sbloccare una paralisi ormai patologica tra teoria e pratiche credenti.

Servirebbero ancora più biblisti ed esegeti che sappiano vincere la tentazione della riduzione della Scrittura al suo insegnamento morale o alla sua filologia autoreferenziale. Avremmo bisogno di apologeti combattivi che combattano ogni tentativo di ridurre la religione cristiana a un insieme di valori civili strumentalizzabili dai poteri politici ed economici.

Servirebbero divulgatori fantasiosi che non creino l’ennesimo movimento o gruppo identitario attorno al loro carisma personale, ma che offrano la possibilità a tutti i soggetti del popolo di Dio di usare le parole della nostra tradizione per attraversare insieme questi nostri tempi, intessuti di timori e di grazie. Più di tutti, ma è il mio personalissimo giudizio, servirebbero canonisti che riportino il diritto canonico e la giurisprudenza al loro ruolo di custodi della tensione verso la giustizia, e non giustificazioni dell’impossibilità di una redenzione, se non a prezzi insostenibili per la vita.

– Papa Francesco ci ha abituati ad uno stile dal quale difficilmente si potrà tornare indietro. Il suo pontificato è sinora caratterizzato da una proposta magisteriale che tiene conto dello scorrere del tempo, della cultura, dei contesti e delle situazioni. Potremmo, a tal proposito, parlare di magistero in continua evoluzione?

Mi riuscirebbe difficile dire il contrario, ossia che il magistero non evolva, nel senso che non muti mai. Ma non è una novità di Francesco. Provo a spiegarmi meglio. Nella chiesa cattolica chiamiamo «magistero» il compito della Chiesa di istruire e vigilare sulle teorie e sulle pratiche di fedeltà al Cristo.

Oggi i detentori del magistero più alto sono i vescovi, con alcune prerogative proprie del vescovo di Roma. Certo, ci sono insegnamenti magisteriali che hanno raggiunto una forma definitiva (ad esempio «Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo», oppure «Maria è madre di Dio»), ma non per questo lo sforzo di comprendere sempre meglio queste verità, o di usarle come radici di uno stile di vita, è concluso una volta per tutte! Resta ancora molto da capire e su cui quindi anche, nel caso, istruire e vigilare. In più, ci sono questioni che si possono riformare periodicamente (san Pietro, ad esempio, ha capito meglio dopo l’incontro con il centurione romano Cornelio cosa significasse «annunciare a tutte le genti» e anche a seguito di quell’episodio si è modificata la pratica della circoncisione). Ci sono poi elementi che è indispensabile aggiornare, ritornando ovviamente ogni volta alla fonte della verità che è Gesù Cristo.

Ci sono infine anche «discussioni dottrinali, morali e pastorali» che si possono e debbono risolvere senza il magistero (cfr. Amoris laetitia 3). In un capitolo di Teologia da bar, provo a dirlo in modo un po’ scherzoso: il magistero non ha come scopo trovare una formulazione per ogni problema che ci metta al riparo da ogni errore possibile, per cui dobbiamo aspettarci suoi pronunciamenti eterni e immutabili per ogni cosa.

D’altra parte, il fatto che il suo insegnamento non sia sempre eterno e immutabile non autorizza a considerarlo irrilevante. Il magistero, nella sua stessa esistenza, ricorda che tra idolatrare la legge –  illudendosi che nella vita ci sia sempre una procedura che garantisce l’innocenza di fronte a un giudice pronto a condannarci – e nominarsi catalogatori individuali del bene e del male – eleggendo il proprio io a Dio – sta la libertà del Vangelo, al cui servizio sta anche il magistero.

Se però lo volete spiegato meglio, consiglio un bellissimo testo magisteriale: la Costituzione Dei Verbum al n.10. Oppure due affascinanti libri di teologia: Lo sviluppo del dogma cattolico, pubblicato da Maurizio Flick e Zoltan Alszeghy nel 1967; Il magistero nella Chiesa cattolica, pubblicato da Francis Sullivan nel 1983.

– Nelle scorse settimane, per via delle elezioni politiche, diversi studiosi e uomini di cultura sono intervenuti pubblicamente per registrare l’irrilevanza politica dei cattolici italiani. Per molti osservatori, questo dato si lega ad una peculiare identità che pian piano sta assumendo il cattolicesimo italiano. Su questo tema qual è il suo pensiero?

Non sono sufficientemente preparato per dare una risposta adeguata, per cui mi appoggio a un testo di Severino Dianich del 1987, in cui analizzava con preoccupazione il passaggio in corso in quegli anni e, con un’analisi lucida che qui non riporto, mostrava come la chiesa cattolica in quel decennio stava cambiando linguaggio e obiettivi senza una corrispondente modifica strutturale: si stava cioè inaugurando una pericolosa miscela tra la teologia che pensava la chiesa con una nuova autocoscienza e le forme strutturali che essa stessa si dava (o meglio non si dava, limitandosi a cambiare i nomi alle forme precedenti).

L’esito che, ahimé, Dianich profetava con timore era che così facendo «il problema del rapporto con il mondo, dalla grande questione dell’impatto del vangelo con la storia si riduce alla piccola questione della rivalità fra la chiesa e lo stato, e della distribuzione delle competenze fra autorità religiosa e civile nella determinazione della vita pubblica dei cittadini. Succede così che si ha una chiesa decisamente apolitica alla base e una chiesa fortemente politicizzata al vertice: l’abbondantissima letteratura sul problema chiesa- stato, dove la chiesa non è la comunità cristiana ma solo la gerarchia, e dove lo stato non è la comunità civile ma la sua organizzazione nelle strutture dell’autorità, testimonia della grave restrizione di interessi nella quale una simile teologia prima o poi va a finire».

Trovo in queste parole molti elementi di verità. Occorre tornare a una politica che concepisca il bene comune come obiettivo da costruire insieme innescando processi (e non solo campagne elettorali). La formazione di gran parte dei cattolici in questi ultimi decenni è tuttavia andata per lo più in un’altra direzione, ossia quella di privilegiare l’occupazione di certi spazi, perennemente in conflitto e in difesa rispetto agli altri attori del gioco. L’alta astensione alle elezioni e il numeroso sottrarsi alla partecipazione ecclesiale non sono solo segnali di disinteresse o ignavia, ma spesso sono il risultato di scelte strutturali (la legge elettorale o la struttura manageriale della pastorale, ad esempio). Speriamo si possa inaugurare un’inversione di tendenza proprio con il processo sinodale in corso.

– Le indagini sociologiche mostrano una quasi assoluta lontananza, e ignoranza, di molti italiani in merito alla formazione religiosa e alla conoscenza della Bibbia. Tuttavia, il testo biblico è fondamentale per avviarsi ad un cammino di fede, per conoscere il cristianesimo e per comprendere una parte fondamentale della cultura europea e mondiale. Ma, a suo parere, cosa può comunicare la Bibbia alla cultura odierna?

Mi perdoni se rispondo con uno scherzo: la Bibbia da sola non comunica niente. Quello che fa la differenza è chi la legge e come. Non le ripeto qui le – pur sacrosante – motivazioni con cui credenti e non credenti, intellettuali e artisti, invocano periodicamente una diffusione più capillare del testo biblico. Le condivido appieno. Il problema non è la teoria, ma sono le pratiche di lettura.

Da un lato la Bibbia spaventa perché è usata come «Parola di Dio» anche dai fondamentalisti, oppure respinge per la mole e la difficoltà oggettiva di molti suoi testi. Dall’altro lato vanno molto di moda coloro che la utilizzano come un serbatoio di risposte ai propri problemi, o un manuale di autorealizzazione individuale, anche nell’editoria cattolica: a mio giudizio questa è una deriva peggiore della precedente, ma lasciamo stare.

La Bibbia non è qualcosa per cui servono quattro lauree prima di poter usarla, ma non è nemmeno qualcosa che esiste in primo luogo per me, come se io fossi il centro dell’universo e Dio non avesse altro da fare che dirmi delle cose – facendomi sentire per giunta idiota quando non le capisco visto che le ha nascoste in testi non così immediati.

Chi vuole capire l’intenzione di chi l’ha scritta – dice ancora Dei Verbum 12 – «deve ricercare con attenzione» e, almeno secondo la Bibbia stessa, la peggiore è la «spiegazione privata» (2Pt 1,20- 21); non è un caso che una delle pratiche più antiche della Bibbia è la lectio divina. Ora, questo «con attenzione» presuppone una o più competenze (e qui entrano tutti i molteplici studi o le sapienze pratiche andrebbero messe in maggiore circolazione), ma si torna alla prima delle domande di questa nostra chiacchierata.

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