Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:
4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Parabola della moneta perduta

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto». 10 Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Parabola del padre misericordioso

11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13 Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17 Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20 Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22 Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23 Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27 Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28 Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29 Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31 Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

La liturgia di questa 24a domenica del tempo ordinario ci porta a interrogarci sulla nostra immagine di Dio, sul desiderio che alberga, nel profondo del nostro cuore, di un Dio che agisca secondo una logica retributiva e strettamente proporzionale e sulla difficoltà per noi di accettare, invece, un Dio che si mette alla ricerca dell’uomo perduto e peccatore.

La prima lettura ci presenta l’immagine di un Dio inatteso, che dopo il peccato degli israeliti, che si sono plasmati il vitello d’oro e lo hanno adorato, reagisce, grazie alla mediazione di Mosé, non secondo la logica della vendetta, ma come Dio di misericordia. Gli Israeliti, giunti sul Sinai, mentre Mosé sta parlando sul monte con Dio, si rivolgono ad Aronne perché plasmi un toro con l’oro dei gioielli raccolti tra le donne del popolo.

Il toro, divinità simbolo di forza, viene dal popolo indicato come il loro Dio, che li ha liberati dalla schiavitù. Davanti a tale infedeltà, il Signore si mostra intenzionato a distruggere tutto il popolo ad eccezione di Mosé, al quale promette una grande discendenza. Mosè, pur riconoscendo le colpe del suo popolo, intercede per loro presso Dio, rivolgendosi a Lui teneramente; prende le difese degli israeliti, ma non punta su una promessa di conversione, piuttosto confida nella bontà di Dio.

Mosé nella sua preghiera fa leva su Dio stesso, ricordandogli ciò che egli è e ciò che ha fatto: Dio è fedele a se stesso, al suo amore e alla sua promessa di alleanza qualunque sia il comportamento dell’uomo. Mosé ricorda a Dio di avere contratto un patto con il popolo, pur essendo consapevole del suo essere infedele; nella relazione dell’alleanza, base di ogni altro rapporto, Dio è sempre e solo il Dio della misericordia e della benedizione, cosicché il castigo non è mai l’ultima parola, ma rimane sempre aperta la speranza di un futuro.

Anche il vangelo lucano, con le celebri tre parabole della misericordia, approfondisce l’immagine divina. Esattori e peccatori si avvicinano per ascoltare le parole di Gesù ed egli siede a mensa con loro, suscitando lo scandalo e la mormorazione di farisei e scribi, ed è proprio a quest’ultimi che Gesù rivolge il racconto delle parabole. Due motivi caratterizzano i tre racconti: il tema dell’immagine di Dio e il tema del perdere/ritrovare. L’evangelista Luca, a differenza di Matteo (che ha in comune la parabola della pecorella smarrita), non è preoccupato per chi si smarrisce, piuttosto di chi è disperso e lontano: per questo occorre gioire e fare festa quando la pecora perduta è ritrovata, la dramma perduta è ritrovata e il figlio perduto è ritrovato.

Se Matteo sottolinea l’atteggiamento di Dio, che interviene perché nessuno dei discepoli si perda, Luca invece rivolge un invito alla Chiesa perché anche gli uomini più lontani e ingiusti possano ritrovare la strada del ritorno all’interno del popolo messianico. Dio è il Padre dei perduti, che non si scoraggia, ma va alla ricerca di chi si è smarrito finché non l’abbia ritrovato.

Già nell’Antico Testamento, Dio mostra di rifiutare la dottrina della giusta retribuzione così cara alla teologia rabbinica: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà,  che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione» (Es, 34,6-7).

In questa sorta di auto definizione di Dio, si comprende chiaramente l’asimmetria del suo agire, che blocca la punizione alla terza e quarta generazione mentre invece la sua tenerezza, la sua pazienza e la sua benevolenza si estendono all’infinito.

Come il Padre della parabola, “immagine di un Dio scandalosamente buono, che preferisce la felicità dei suoi figli alla loro fedeltà, che non è giusto, è di più, esclusivamente amore” (E. Ronchi).

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