Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

25 Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30 dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33 Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

La liturgia della 23ª domenica del tempo ordinario ha come filo conduttore la ricerca da parte dell’uomo della propria realizzazione: solo nella relazione con Dio noi possiamo trovare la vera felicità; è Lui a donare la vera Sapienza, che non è semplicemente un di più di conoscenza, ma l’autentica relazione personale con Cristo, l’unico a poterci rivelare in maniera definitiva la volontà del Padre.

Nella prima lettura, la cosiddetta “preghiera di Salomone”, il giovane re si reca nel santuario di Gàbaon per offrire sacrifici; mentre sta dormendo, Dio gli parla e gli offre la possibilità di realizzare un suo desiderio. Salomone chiede così il dono di un cuore docile e saggio, capace di governare con giustizia il popolo; in questo contesto, il giovane re invoca da Dio il dono della sapienza, così da conoscere la volontà di Dio e compiere ciò che a Lui è gradito.

L’uomo, anche il più perfetto, senza la Sapienza donata da Dio non è nulla; infatti, “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”(v.13). Il giovane re riconosce che senza il dono della Sapienza divina, che tutto conosce e tutto comprende, per l’uomo è già difficile intendere le realtà della terra, ancor di più discernere la volontà di Dio e i suoi disegni.

Ciò che gli uomini non possono ottenere con le proprie forze, Dio lo elargisce loro gratuitamente, attraverso il dono della Sapienza che rivela il suo volere. Anche la pericope odierna, tratta dal vangelo di Luca, vuole rispondere alla necessità di mostrare alla comunità cristiana come è possibile seguire il Maestro. Gesù sta compiendo il suo viaggio a Gerusalemme e si rivolge non alla cerchia ristretta dei discepoli, ma alla folla; tutto il testo è racchiuso dall’indicazione circa chi “non può essere mio discepolo” (v.26).

Tra l’istruzione iniziale e finale di ciò che rende possibile la sequela sono inseriti due riferimenti (la costruzione di una torre e un sovrano che scende in guerra) relativi alla necessità di valutare bene le proprie risorse prima di intraprendere un’attività. L’evangelista vuole invitarci a leggere l’urgenza della sequela in relazione all’opportunità di non intraprendere un attività impegnativa senza prima aver valutato le nostre risorse, così da non incorrere nel fallimento.

Gerusalemme, meta finale del cammino di Cristo, pone ognuno di noi nella necessità di compiere una scelta personale, di prendere una posizione rispetto all’anonimato della folla: è una scelta impegnativa che chiede responsabilità e dedizione, da qui l’invito a misurare le proprie forze. Il discepolo di Gesù, infatti, non è colui che alla sequela del Maestro è istruito da una sapienza umana, ma colui che entra in relazione con la persona di Gesù, in un rapporto radicale che ti porta a vivere secondo la logica totalizzante del Regno di Dio.

L’incontro con Gesù inevitabilmente mette in questione tutte le nostre relazioni; non si tratta di rinnegare i nostri affetti più cari, l’amore per i nostri familiari e per noi stessi, ma subordinarle a un amore più grande: all’amore totalizzante del Padre corrisponde l’amore esclusivo del Figlio. Chi vuole seguire Gesù deve cambiare la propria scala di priorità: può amare molte realtà, ma deve amare “di più” Gesù, in maniera che proprio questa relazione lo aiuti a vivere a tutte le altre in modo più autentico e libero. Nel testo di Luca, Gesù allude per due volte a questa liberazione che ciascuno deve compiere con se stesso: “Se uno non mi ama più di…” (v.26) e “chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi” (v.33). 

Alla radice del discepolato non c’è un atto di rinuncia, ma la scelta positiva di aprirsi al “di più” della condivisione e dell’amore; da qui la necessità del discepolo di prendere la propria croce. Non è un invito a ricercare la sofferenza, ma piuttosto a vivere secondo la logica della croce, la logica dell’amore totalizzante del dono di sé, che apre a relazioni giuste con gli altri, con se stessi e con il creato.

(Visited 17 times, 17 visits today)

No Comment

You can post first response comment.

Leave A Comment

Please enter your name. Please enter an valid email address. Please enter a message.