Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Sabrina Corsello

Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Filosofia politica, presso l’Università degli studi di Pisa. Ha conseguito inoltre il titolo di Mediatrice familiare e comunitaria, presso l’Università Cattolica di Milano.
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La ricerca di un giusto rapporto tra uomo e natura è una delle domande che da sempre ha accompagnato l’uomo nel suo cammino e dalla cui risposta dipende, infine, il nostro modo di abitare questo nostro meraviglioso pianeta. Sul tema sono stati versati fiumi di inchiostro, ma in sintesi possiamo dire che la difficoltà di riuscire a dare una risposta definitiva a questa domanda nasce dalla difficoltà di definire l’uomo all’interno della dicotomia natura-artificio.

E’ chiaro infatti che, per quanto artificio si intenda tutto ciò di cui l’uomo è artefice e che deriva dall’uso dell’arte, tuttavia da ciò non segue che l’essere umano sia esso stesso artificio. Esiste infatti una realtà che, benché sia trasformabile da parte dell’uomo, tuttavia non è da lui prodotta. Ed è proprio all’interno di questa realtà modificabile, ma non prodotta dalla mano umana, che l’uomo stesso si colloca. La posizione occupata dall’uomo è dunque quella a metà strada tra natura e artificio.

Da un lato vi è l’idea che vi sia una natura governata da leggi naturali universali che operano su tutti gli esseri viventi, uomo incluso, dall’altra vi è un uomo che ritiene, ogni giorno sempre di più, di poter fare a meno di queste leggi, vittima di un’illusione di onnipotenza che lo porta a pensare che non possa e non debba esserci alcun limite al suo potere di azione. Oggi sembra che la natura stessa si stia ribellando in varie forme a questo strapotere e che l’uomo stesso ne stia pagando le spese.

Disastri ambientali, emergenze climatiche, pandemie sembrano i segnali sempre più chiari ed evidenti di una natura che si ribella e grida all’uomo che non può più ignorare le sue leggi. Che sia finalmente arrivato il momento di comprendere che non possiamo più considerare la natura come separata da noi, come se fosse la mera cornice estetica delle nostre vite? Forse, finalmente, a caro prezzo, l’umanità sta iniziando a comprendere che la salvaguardia della natura è garanzia di salvaguardia di se stessa.

Ma come è stata possibile una simile strumentalizzazione della natura da parte dell’uomo? L’epoca moderna, dal Rinascimento in poi, è stata caratterizzata da un antropocentrismo la cui elaborazione ha finito con il legittimare un uso strumentale ed utilitaristico delle risorse naturali. A questo si è anche aggiunta una interpretazione distorta del tema biblico del dominium terrae, per la quale l’uomo sarebbe il padrone assoluto e incontrastato del creato cui ogni creatura sarebbe sottomessa.

Uno dei passi più discussi lo troviamo in Gen 1, 26-29, in cui si legge che Dio, dopo aver creato l’uomo a sua immagine, gli ordina di soggiogare e dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni altro essere vivente. Purtroppo tali versetti non sempre sono stati letti assieme a quelli seguenti che troviamo in Gen.2,15, nei quali Dio, pone l’uomo nel giardino di Eden perché lo coltivi e lo custodisca.

Il coltivare e il custodire rimandano dunque all’idea del custode e del lavoratore e dunque di un uomo che, in tal modo, si rende partecipe dell’opera della creazione, portando a compimento quella creaturalità (ricordiamo che creaturus è un participio futuro) che non è mai da intendersi come un dato di fatto, ma come un compito tutto da assolvere.

L’uomo così, pur essendo già creato ad immagine e somiglianza di Dio, diviene creatura attraverso la sua stessa opera. Il dominio dell’uomo, ben lungi dunque dal potersi intendere come attribuzione di un potere assoluto su tutto il resto degli esseri viventi, è una vera e propria chiamata alla responsabilità di quell’essere vivente che, in quanto dotato di ragione, è l’unico in grado di “rispondere” e di aderire alle leggi della natura in modo consapevole. Come ci ha spiegato Tommaso d’Aquino, mentre la legge naturale opera su tutti gli esseri viventi in modo irriflesso e necessario, nell’uomo richiede un’adesione consapevole e libera.

L’uomo cioè, in quanto essere dotato di ragione, è l’unico essere vivente che può essere chiamato in causa in qualità di custode e di amministratore responsabile. Si tratta dunque di un problema spirituale prima ancora che ecologico. Non a caso, Papa Francesco ha voluto dedicare al tema un’enciclica, la Laudato si’. Si tratta di una lettera che si rivolge non solo ai credenti, ma a tutte le persone che sentano forte la responsabilità verso la nostra casa comune.

E’ la prima volta che la Chiesa cattolica pubblica un documento ufficiale sul tema della salvaguardia dell’ambiente, ma lo fa puntando alla conversione del cuore dell’uomo. Per risolvere il problema, non è utile infatti rifugiarsi in un atteggiamento fideistico nei confronti di sempre nuovi ritrovati tecnologici, né tanto meno colpevolizzare un uomo sempre più inteso come minaccia per l’ecosistema, la cui presenza debba addirittura essere ridotta attraverso drammatiche strategie di depopolamento o inducendo sterilità.

L’uomo rimane quella creatura che ha sempre dinanzi a sé un cammino da fare, un compito da assolvere, una vocazione cui rispondere. Se però tutto è connesso e l’uomo è parte integrante della natura, allora la prima conversione deve essere quella dell’uomo. Non può esistere, infatti, un problema ecologico che possa essere affrontato prescindendo dal problema etico, economico e dal senso di giustizia verso i poveri.

Occorre essere consapevoli, si legge nell’enciclica, che «l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme» e che alla radice del problema vi è il predominio dell’interesse economico di un “mercato divinizzato”, che non rispetta le leggi della natura e che non conosce limiti inviolabili. Pertanto “le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’analisi del funzionamento della società, della sua economia, del suo comportamento, dei suoi modi di comprendere la realtà”. Se la terra è ferita, ciò accade perché a prevalere è sempre la logica della speculazione finanziaria, che nel pianeta vede solo una fonte infinita di risorse da estrarre incondizionatamente e che persino osa prefigurarsi il ricorso allo sfruttamento di altri pianeti, esaurite le risorse della terra.

Il fatto che oggi tutto questo si stia ritorcendo contro l’uomo e il suo benessere non è che la prova provata che egli è parte integrante di questo ecosistema. Alla transizione ecologica viene così preferita la conversione spirituale di un uomo capace di rifondare la sua vocazione di custode dell’opera di Dio. Solo un amministratore responsabile può infatti contrastare quel relativismo pratico, che dà assoluta priorità agli interessi contingenti e trascura le prospettive di lungo termine. Non ci sono dunque due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale che richiede di affrontare in parallelo il compito di combattere la povertà, di restituire la dignità agli esclusi, di prendersi cura della natura.

Tuttavia, affinché questo progetto possa divenire praticabile occorre rilanciare il senso della comunità e dell’appartenenza. Com’è possibile infatti prendersi cura degli spazi pubblici se non si ha la percezione del  proprio radicamento, se in essi non ci si sente a casa, se non si riesce a vivere la città come uno spazio che “ci contiene e ci unisce” e infine se non si riesce a «concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune”? Ecco un’altra ragione per cui occorre ripartire dall’etica e dalla spiritualità, prima ancora che dalla scienza, specie se per scienza si intenda quello scientismo, oggi tanto in voga, che troppo spesso usa la tecnica come un’arma da usare contro la natura e dunque contro l’essere umano.

Non è possibile uscire da una logica utilitaristica che fa della natura uno strumento per il soddisfacimento di falsi bisogni, prescindendo dalla conversione del cuore umano. Infatti, “Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare” e dunque più si allontana dalla possibilità di concepire la natura e l’ambiente in cui viviamo come un fine in sé.

Si tratta perciò di rieducare le nostre menti a nuovi stili di vita, compatibili con la salvaguardia del creato. Un buon inizio potrebbe essere per il cristiano – ma non solo – quello di tornare a vivere il giorno del riposo celebrato dalla tradizione biblica come giorno della contemplazione estetica contro la logica dell’efficientismo. In fondo sono le stesse meraviglie del creato che ci invitano alla contemplazione, ad un  atteggiamento estatico. Forse è proprio questo il senso di quell’idea secondo cui la bellezza salverà il mondo.

La sfida ambientale è dunque innanzitutto una sfida spirituale, ma anche una sfida educativa. Bisogna infatti tornare alla sobrietà come valore inseparabile della solidarietà e opporsi alla logica dello sfrenato consumismo, rieducando noi e i nostri giovani ad uno stile di vita in cui “meno è di più”, rendendoci così di nuovo capaci di gustare le piccole cose e di godere della vita.

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