Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

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Photo by Chuko Cribb on Unsplash

Una guerra senza vincitori

Di solito le guerre hanno dei vinti e dei vincitori. C’è chi dal conflitto esce rafforzato e arricchito, chi, invece, indebolito e impoverito. La guerra in Ucraina resterà alla storia, probabilmente, per avere contraddetto questa logica elementare. Stanno perdendo tutti. O, per meglio dire, stiamo perdendo tutti.

Perché questa guerra la stiamo perdendo – anzi, l’abbiamo già perduta – anche noi che non la facciamo. Certo, i primi a sperimentare i suoi effetti rovinosi sono i due diretti protagonisti, la Russia e l’Ucraina. Loro, per cui avrebbe dovuto valere in modo più evidente il dualismo vincitore-vinto. E invece stanno perdendo entrambi.

Dall’illusione alla cruda realtà

Per quanto riguarda il Paese aggredito, il ruolo di perdente non dovrebbe sorprendere. Era quello che tutti si aspettavano quando l’invasione russa è cominciata, con forze soverchianti, da tutte le direzioni. Eppure c’è stato un momento in cui è sembrato che le facili previsioni dovessero avere una clamorosa smentita.

L’offensiva russa si è impantanata, i mezzi corazzati degli aggressori sono stati distrutti a centinaia, le navi affondate, i soldati uccisi a migliaia. Anche perché si è presto capito che l’esercito ucraino era da tempo addestrato ed armato dagli Stati Uniti, e che adesso stava ricevendo dagli stessi Stati Uniti forniture imponenti di armi modernissime, in grado di far fronte efficacemente all’esercito russo.

Per non parlare dell’appoggio, assai più moderato, ma pur sempre consistente, degli altri Paesi della Nato. Da parte sua, il presidente ucraino Zelensky, con la sua intensissima attività propagandistica e i suoi proclami di imminente vittoria, appariva il simbolo di questa edizione moderna del racconto biblico di Davide e Golia. 

Al di là delle vicende militari, l’isolamento totale della Russia sembrava realizzato. I politici occidentali – primo fra tutti il presidente Biden – ripetevano che le sanzioni ne stavano mettendo in ginocchio l’economia e che la sua possibilità materiale di proseguire la guerra aveva i giorni contati.

Queste rosee prospettive si sono rivelate infondate. Dopo i clamorosi errori commessi nelle prime settimane, i russi hanno preso in mano le redini del conflitto, hanno conquistato gran parte del Donbass e proseguono lentamente ma implacabilmente la loro offensiva. In ogni caso, stanno distruggendo tutto quello che riescono a raggiungere.

Sono eloquenti le immagini di centri abitati rasi al suolo, da cui la gente è fuggita – più di cinque milioni di profughi! – , oppure è stata deportata – terribile la notizia dei duecentomila bambini ucraini trasferiti in Russia e proposti in adozione a cittadini russi. Per non parlare del blocco dell’esportazione del grano di cui l’Ucraina era una delle principali produttrici, o della sua sottrazione ad opera degli occupanti. Ma è tutta l’economia che, ovviamente, è andata in crisi. 

Comunque finisca questa tragica vicenda, essa rimarrà consegnata alla storia di questo Paese, fino a poco tempo fa prospero, come una catastrofe. Nessuna possibile vittoria militare potrà compensare e riscattare questi costi paurosi.

Un’aggressione suicida

Ma anche dal punto di vista della Russia non si può certo parlare di una vittoria. Questa guerra, scatenata senza preavviso e senza tentare prima adeguate vie diplomatiche, si sta rivelando anche per essa un disastro. Un disastro militare, innanzi tutto, per le enormi perdite umane e materiali subite dal suo esercito: decine di generali e quarantamila soldati uccisi dall’eroica ed efficace resistenza degli ucraini, carri armati e aerei distrutti a centinaia, un incrociatore affondato.

Invece di essere una dimostrazione di forza, come forse se l’immaginava il presidente Putin, questa invasione ha offerto un’immagine desolante delle capacità strategiche e tattiche della famosa Armata Rossa e ne ha depotenziato drasticamente la consistenza. Ma la guerra è, per la Russia, anche e soprattutto un disastro economico.

Le sanzioni non le hanno impedito di continuarla, ma ciò non significa che non abbiano avuto effetto. Per quest’anno si stima una contrazione almeno tra il 10 e il 12,5% del PIL. Dall’inizio di gennaio il rublo è andato a picco, perdendo oltre la metà del suo valore sul dollaro. Per non parlare della fuga di molte grandi multinazionali e dell’esodo di professionisti russi qualificati.

Soprattutto, questo conflitto ha distrutto la fitta rete di ponti umani, politici, economici che, dopo la fine della “guerra fredda”, avevano sempre più strettamente collegato la Russia al mondo occidentale, rendendola una credibile partner a tutti questi livelli, e l’ha irrimediabilmente respinta verso l’Asia, dove Cina ed India sono rimaste le sue grandi interlocutrici e i suoi principali mercati. Un balzo indietro spaventoso, che capovolge un processo di progressiva europeizzazione cominciato nel XVIII secolo con Pietro il Grande.

Quali che siano gli eventuali guadagni territoriali nel Donbass, e ammesso pure che venga conquistata tutta l’Ucraina, il guadagno che Putin potrebbe avere da questa “vittoria di Pirro” sono immensamente inferiori a costi così alti.

I costi degli altri

Ma a pagare i disastri di questa guerra non sono solo i suoi diretti protagonisti. Anche i Paesi della Nato vi si sono trovati di fatto coinvolti . Gli Stati Uniti hanno risposto agli appelli di Zelensky con enormi investimenti – solo l’ultimo è stato di 33 miliardi di dollari! – , seguiti, sia pure con maggiore parsimonia, dagli altri Paesi aderenti.

Soprattutto, però è sempre più chiaro che le sanzioni hanno un effetto boomerang che colpisce anche chi le infligge. Ed era inevitabile, in un sistema economico globalizzato, dove tutti dipendevano da tutti e dove perciò rompere i rapporti con un Paese come la Russia non poteva non ritorcersi drammaticamente oltre che sul destinatario, anche sugli autori di questa rottura.

In primo piano sono i gravissimi danni che stanno subendo e subiranno sempre di più Paesi come la Germania e l’Italia, che dipendevano dalle importazioni di petrolio e di gas russi. Ma in tutta l’Europa è tutto un tessuto di relazioni commerciali, prima fiorenti, che è stato improvvisamente lacerato, senza più prospettive di recupero.

Perché non sarà facile ritornare alla felice situazione pre-bellica. Già per il semplice fatto che gli Stati europei stanno stringendo nuovi contratti, per gli anni venturi, con Paesi produttori di risorse energetiche, come del resto a sua volta sta facendo la Russia con quelli che sono interessati a importare il suo petrolio e il suo gas. Intanto, però, per tedeschi e italiani ci sarà almeno un periodo di vuoto, perché molte delle nuove forniture cominceranno solo fra un anno. E intanto?

Senza dire che alcuni dei nuovi partner commerciali non danno neanche loro un grande affidamento in termini di rispetto dei diritti umani… Basta pensare che uno di essi è quell’Egitto che da anni rifiuta di collaborare con l’Italia per chiarire le responsabilità dei suoi servizi segreti nell’atroce assassinio di Giulio Regeni. Anche aver dovuto sorvolare su questo è una sconfitta.

Ancora più drammatica si profila però la crisi umanitaria che investe tutto il mondo e che appare inevitabile, se il grano ucraino rimarrà bloccato dalla guerra, come sta accadendo. Ci sono 38 Paesi in crisi alimentare che dipendono in maniera totale dal grano russo o ucraino. Tra i più esposti, Yemen, Sudan, Nigeria e Etiopia. Decine di milioni di persone rischiano di morire di fame a causa di questa “guerra commerciale”. Col rischio che molte di loro cerchino la salvezza fuggendo dai loro Paesi per venire in Occidente, travolgendo i nostri già fragili equilibri.

La denuncia di papa Francesco

Gli unici ad aver vinto, in questa guerra, sono i produttori e i mercanti di armi. I fatti stanno confermando in pieno la riflessione fatta da papa Francesco fin dall’inizio del conflitto: «Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il 2 per cento del PIL per l’acquisto di armi come risposta a questo che sta accadendo, pazzi!», aveva detto il pontefice.

«La vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione. Parlo di un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti». Un modo, ha precisato, che non sia «il frutto della vecchia logica di potere che ancora domina la cosiddetta geopolitica» – che è il «potere economico-tecnocratico-militare» – , in base a cui «si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri».

Si farà strada questa logica, drasticamente alternativa, di fronte alla prova evidente che questo conflitto è un autolesionismo collettivo? Sarebbe bello poterlo sperare. Dobbiamo sperarlo. Se vogliamo evitare che questa guerra, già perduta da tutti, degeneri ulteriormente nel suicidio collettivo di una catastrofe nucleare.

 

 

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