Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

31Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Il brano del Vangelo della quinta domenica di Pasqua, che oggi celebriamo, è breve ma decisivo per la nostra identità cristiana. Gesù, poco dopo la lavanda dei piedi e la cena con i discepoli, consegna un “comandamento” che racchiude in sé tutta la novità evangelica: il comandamento dell’amore.

Un contenitore vuoto

Riflettere sulla natura dell’amore comandato da Cristo è fondamentale, affinché questa parola non diventi un contenitore vuoto, da riempire a piacimento, né un concetto vago che assorbe in sé ogni generico buon sentimento. Il significato sentimentale e emotivo che diamo all’amore è già in aperto contrasto con il concetto di comandamento. Il comando di Gesù non intende in nessun modo “forzare” il cuore dell’uomo, ma è più simile alla legge mosaica, alle dieci Parole del Sinai. Anche in esse è prescritto l’amore a Dio, al prossimo e a se stessi. Tali comandi non sono da intendersi come leggi formali, a cui aderire, anche solo esteriormente. Essi riflettono il disegno originario di Dio per la felicità dell’uomo, e delineano una strada per perseguirlo.

Glorificazione

A differenza della “vecchia” legge, Gesù non pone come criterio per l’amore vicendevole quello che ognuno ha per se stesso, bensì l’amore di Gesù. Questo amore è radicalmente nuovo, e si collega alla glorificazione, come leggiamo all’inizio del testo. L’episodio inizia con l’uscita di Giuda dalla sala in cui Gesù aveva lavato i piedi ai discepoli e cenato con loro. Il dono totale che Cristo destina ai discepoli è lo stesso per il traditore: Gesù ama il suo nemico, colui che lo condurrà alla distruzione e al dolore. In questo dono l’evangelista Giovanni vede già lo splendore della gloria, che è già presente sulla croce, prima ancora della Risurrezione.

Un amore riconoscibile

La glorificazione è, quindi, strettamente collegata all’amore di Gesù per l’umanità, compresa quella parte di umanità carica di inimicizia e odio verso di Lui, che è presente in ognuno di noi. Il dono totale del Maestro, anticipato dalla lavanda dei piedi, è la pietra di paragone del nostro amore reciproco. È un amore “divino” che nulla ha a che vedere con emotivismo e sentimentalismo. Noi non possediamo un simile amore, ma possiamo impararlo nel corso dell’intera vita. Se le reazioni spontanee nei confronti del nemico sono l’autodifesa, il contrattacco e l’odio, Cristo ci insegna che, anche a partire dall’odio, può esserci un’occasione di dono. 

L’amore di Gesù non è un semplice moto dell’animo: è concreto, tangibile e riconoscibile. Grazie a esso, infatti, la comunità cristiana sarà riconosciuta dal resto degli uomini. Amare in questo modo disinnesca l’odio, vivifica il mondo, rigenera le relazioni. È libero, perché nessuna violenza può fermarlo. È un amore che si imprime nella realtà e la trasforma.

Dono

Siamo invitati a vivere questo amore non come frutto di uno sforzo personale (sarebbe vano), ma facendo un progressivo spazio a Cristo nel nostro cuore. Egli ci comanda ciò che è impossibile da comandare – l’amore – proprio perché Lui stesso ce ne fa dono e ci rende capaci, se ci mettiamo alla sua sequela, di sperimentarlo.

Imparare ad amare

Imparare ad amare è la cosa più importante della nostra vita: c’è in gioco felicità, pienezza, salvezza, santificazione. Questo apprendimento deve coinvolgere ogni comunità cristiana. L’ultima frase del brano evangelico ci provoca in modo molto serio: il riconoscimento della Chiesa non è il culto, né la predicazione, ma l’amore che sa testimoniare al mondo. Ogni inimicizia e divisione, oltre a lacerarci dentro, nasconde e mistifica il volto della Chiesa al mondo. Ogni atto di amore vero, concreto e pacificante apre agli uomini una finestra sulla comunità dei credenti ed è la più efficace evangelizzazione.

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