Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Il cammino sinodale iniziato da qualche mese è un’occasione di ripensamento e di rinnovamento per la Chiesa cattolica in Italia e nel mondo. Dopo lo svolgimento, qualche anno fa, del sinodo dei vescovi sul mondo giovanile, proprio i giovani sono chiamati a dare un nuovo contributo affinché la Chiesa del III millennio possa continuare ad annunciare in modo credibile e comprensibile il Vangelo di Gesù Cristo alla nuove generazioni. Di questo tema discutiamo con Emanuela Gitto. Impegnata nella progettazione europea, la Gitto è Vicepresidente nazionale per il settore Giovani dell’Azione Cattolica Italiana.

– La recente intervista a papa Francesco andata in onda sulla trasmissione televisiva condotta da Fabio Fazio, ha mostrato ancora una volta la popolarità dell’attuale pontefice e la rilevanza del messaggio cristiano per la nostra cultura. Tuttavia, le indagini sociologiche rilevano che c’è un’autentica fuga, tanto dei giovani quanto degli adulti, dalla Chiesa. A suo parere, la comunità ecclesiale cosa ha da dire ai giovani della nostra epoca?

Più che cose da dire, le nostre comunità ecclesiali hanno bisogno di esempi da dare, di essere testimonianze belle di comunità che camminano insieme e che, nonostante le diversità e differenze al loro interno, possono essere significativi luoghi di crescita spirituale e di condivisione per la vita delle persone. Se giovani e adulti oggi fuggono dalle nostre comunità parrocchiali, è perché in esse spesso fanno fatica a trovare luoghi accoglienti dove poter crescere nella fede e, più in generale, nella ricerca di senso per le proprie vite. In questo senso, mi permetto di ribaltare la domanda: in che modo le comunità ecclesiali possono sentirsi interpellate dalle domande dei giovani (e dei meno giovani), per poter riuscire ad andare incontro alle loro preoccupazioni più profonde?

– Spesso nelle parrocchie e nei gruppi ecclesiali si è consapevoli che il nostro non è più il tempo per pensare l’appartenenza ecclesiale con una dinamica legata al “dentro” o al “fuori”. Ciò è profondamente vero, ma di quale prospettiva abbiamo bisogno in questo passaggio storico?

La prospettiva che ci può aiutare a fare questo passaggio verso la comune appartenenza ecclesiale è quella di abitare le domande. Tutti, come uomini e donne del nostro tempo, ci facciamo delle domande che riguardano la nostra vita, il nostro tempo e le nostre relazioni. Sono domande che ci facciamo noi come persone che vivono il dono della fede, ma che sono le stesse che si fanno anche quelle persone che si sentono distanti dalla Chiesa. Allora, quando condividiamo le domande della nostra vita con gli altri, forse possiamo contribuire ad accorciare le distanze tra il “dentro” e il “fuori”.

La postura necessaria per intraprendere questo percorso è, insomma, quella dei discepoli-missionari, cui il Papa ci invita spesso. Sentirci discepoli-missionari ci pone da un lato nella posizione di annunciare il Cristo che abbiamo conosciuto e la bellezza del messaggio che viene dal Vangelo, camminando nella storia in cui siamo radicati. Radicati, cioè, nelle vicende che riguardano tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, in una tensione dinamica costantemente rivolta verso l’esterno. Dall’altro lato però ci sentiamo in una perenne ricerca, come persone che, come tutti gli altri, cercano di dare senso alla propria esistenza. Questa prospettiva, che l’Azione cattolica ha assunto tra le priorità del percorso del triennio in corso, ci aiuta a sentirci “Fratelli tutti”, a scoprirci davvero bisognosi e in ricerca come lo sono coloro che incontriamo sul nostro cammino ogni giorno.

– Il percorso sinodale voluto fortemente da papa Francesco è un’occasione comunitaria di discernimento e di rinnovamento. Secondo lei, quali contributi possono arrivare dai giovani?

L’aspetto rivoluzionario di questo percorso sinodale sta nel cambio di rotta sul metodo, più che sui contenuti. In sostanza, più che di dare dei contributi specifici si tratta di capire come possiamo avviare dei percorsi di discernimento comunitari, che abbiano a cuore laici e presbiteri, adulti e giovani, ragazzi e anziani… In questo senso, credo sia necessario un cambio di paradigma già nel pensare al tipo di contributo che possiamo dare. Il nostro contributo come giovani non arriva fine a se stesso, o isolato rispetto a quello degli adulti, ma invece si tratta di pensare a nuove forme e modi del pensare e dell’agire insieme all’interno della comunità, soprattutto anche nella corresponsabilità condivisa con i nostri sacerdoti.

Ci sono tanti modi attraverso i quali possiamo praticare questo modo sinodale di vivere la comunità ecclesiale, sia nel dialogo intergenerazionale sia nell’ascolto dei nostri territori. Come giovani non guardiamo dalla finestra questi processi, ma ci sentiamo pienamente partecipi. Il coinvolgimento dei giovani nei gruppi di lavoro sinodali nelle diocesi italiane è la prova che c’è tanta voglia di mettersi in gioco e di contribuire al rinnovamento della Chiesa per renderla luogo accogliente e fraterno.

– I temi connessi alla tutela dell’ambiente e alla ricerca della giustizia, come quelli legati al rispetto delle diversità, sono spesso ripresi da papa Francesco sia in situazioni occasionali sia negli interventi magisteriali. Ritiene che la dimensione sociale dell’annuncio evangelico sia in grado di far intendere alle giovani generazioni la concretezza del messaggio cristiano?

Credo di sì, la dimensione sociale è forse l’aspetto più concreto e visibile dell’annuncio evangelico, che non sfugge nemmeno agli occhi dei più lontani. La nostra generazione sente la necessità di avere buoni esempi, esperienze concrete a cui guardare e a cui ispirarsi per sentirci protagonisti del nostro tempo. È paradossale ma allo stesso tempo molto interessante notare come, anche da ambienti distanti dall’ambito ecclesiale ci sia uno sguardo molto vicino e attento al modo in cui la Chiesa come istituzione e come comunità ecclesiale nel suo insieme agisce nei vari ambiti della società. L’attenzione posta da Papa Francesco su sfide dell’oggi come l’ambiente, la giustizia, la povertà è la dimostrazione che vivere la fede implica anche la responsabilità di una cittadinanza piena, radicata e profondamente impegnata all’interno delle vicende umane.

Il messaggio universale del Vangelo dice ancora tantissimo al nostro tempo; la sua attualità può assumere una potenza ancor più incredibile se vissuta nella credibilità della testimonianza. Impregnato delle vicende dell’oggi, il Vangelo prende così vita anche per le generazioni più giovani, assetate di esempi concreti e credibili di una fede inquieta e tremendamente umana.

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