Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: «Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!»». 24Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». 28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

La liturgia di questa quarta domenica del tempo ordinario si pone in continuità con l’annuncio nella sinagoga di Nazareth proclamato la scorsa domenica: la reazione degli ascoltatori all’annuncio di salvezza di Gesù è la chiusura e il rifiuto del profeta, che Dio capovolgerà in cammino di salvezza.

Nella prima lettura,

il racconto della vocazione di Geremia ci conduce al cuore del destino del profeta: essere inviato da Dio ad annunciare una parola che gli uomini non sono disponibili ad ascoltare ed accogliere. Geremia viene chiamato in giovane età – non ha ancora vent’anni (627 a.C.) – ad essere profeta: Dio ha infatti un progetto su di lui da sempre, prima ancora della sua nascita lo ha “conosciuto, consacrato e stabilito profeta delle genti”. Il verbo conoscere (yada’) rimanda alla relazione che Dio instaura con una determinata persona al fine di investirla di uno specifico compito e di una responsabilità, assicurandogli una particolare protezione e cura, perché quando Dio da all’uomo una responsabilità se ne fa anche carico.

Il verbo consacrare (qadash) indica generalmente l’atto di separare: Geremia è stato messo da parte rispetto agli altri perché appartiene a Dio. Questo genera gioia, ma anche lacerazione per la mancanza della sicurezza che deriva dal sentirsi parte di una comunità. Il terzo verbo rimanda al fine ultimo dell’appartenenza a Dio: il profeta è chiamato e separato perché “destinato agli altri”, testimone di una vocazione comune. Geremia porta nel suo corpo il destino di tutti, sia quando annuncia la fine della nazione (cfr. Ger 16), sia quando con i suoi gesti inviata alla speranza per il futuro (cfr. Ger 32).

Ogni chiamato è intermediario e figura del volere divino nei riguardi di tutti. Al profeta viene ordinato di “cingere i fianchi”, un gesto che può avere molteplici significati: può rimandare al lavoro, al mettersi in viaggio, al portare un annuncio, ma anche all’affrontare un combattimento. Dio annuncia a Geremia ciò che gli accadrà: non gli promette una vita facile, quanto piuttosto l’aggressione di nemici palesi e invisibili, di potentati scaltri e agguerriti. Anche se Dio sa che il suo profeta, nella sua fragilità, andrà incontro alla sconfitta e sarà vittima dei suoi avversari, lo invia lo stesso.

All’inizio della missione non è possibile prevedere gli sviluppi futuri ne i risultati;

tale incertezza genera inevitabilmente paura nell’animo del profeta, che è chiamato però a fidarsi di una promessa: “ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”(v. 19). La pericope evangelica continua la lettura della scorsa domenica, raccontando ciò che accade nella sinagoga di Nazaret dopo l’annuncio di Gesù di un anno di grazia (v. 21). Il testo non è di facile comprensione perché non è chiaro come mai, dopo l’iniziale entusiasmo, gli abitanti di Nazaret prima lo insultano e poi vogliano addirittura linciarlo.

Anche il ricorso ai due proverbi è complesso, così come l’epilogo non spiega come Gesù riesca a sfuggire dall’ira dei suoi compaesani. In realtà Luca sta, sin dall’inizio, presentando tutti i temi principali che svilupperà nel Vangelo (la salvezza dei poveri, dei deboli e degli oppressi), l’accoglienza dapprima favorevole, l’incomprensione crescente e quindi il rifiuto, la condanna e la morte. Apparentemente il brano sembra mostrare l’approvazione unanime del discorso pronunciato da Gesù nella sinagoga, in realtà esso, a una lettura più attenta, rivela le ragioni dell’irritazione degli ascoltatori: Gesù ha proclamato soltanto il primo versetto e mezzo del profeta (non almeno i tre previsti), omettendo il riferimento “al giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 61,2).

Il tema della vendetta di Dio era un tema molto caro agli israeliti che aspettavano con ansia un intervento punitivo di Dio contro i loro oppressori. Le parole di grazia di Gesù contengono invece un messaggio inaccettabile per la mentalità tradizionale, che si aspettava un messia glorioso e vendicativo: con quale autorità egli afferma ciò? Gesù non smorza la tensione, provoca invece un’altra delusione nei suoi concittadini, rifiutando di compiere i prodigi compiuti a Cafarnao. Ma il profeta autentico non offre illusioni, anzi contesta le aspettative del popolo: “non fateci profezia sincere; diteci cose piacevoli, profetateci illusioni!” (Isaia 30,10).

Gesù spiega le ragioni per cui non opererà prodigi e si richiama ad Elia ed Eliseo, che invece di aiutare la gente bisognosa del loro popolo, avevano soccorso stranieri, perché la salvezza di Dio è ora estesa a tutti i popoli. La reazione della folla è piena di sdegno, si alzano, lo cacciano fuori dalla città e vorrebbero buttarlo giù da un precipizio, “ma Gesù, passando in mezzo a loro, se ne andò” (v. 30). Con queste parole Luca vuole rassicurare la prima comunità dei credenti – e anche noi – mostrando come, anche se dovranno camminare in mezzo alle persecuzioni, protetti da Dio, continueranno sicuri lungo la loro strada fino alla meta.

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