Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Un tempo e uno spazio separati

da quelli profani ma, proprio per questo, capaci di vivificare: parole e azioni, gesti e paramenti, oggetti e testi, in un’inestricabile e affascinante rete di simboli e di reciproci rimandi. Sono lo spazio e il tempo della Liturgia, specie di quella Romana, di cui si occupa il testo “Una foresta di simboli. Il senso mistico-allegorico della Messa tradizionale” di Claude Barthe, ed. Fede e cultura 2019, che ci guida in questa impresa labirintica e dimenticata ma, proprio per questo, affascinante.

Un’impresa per l’uomo moderno, per cui tutto è “chiaro” e “distinto”, esposto a un vedere e a un capire che si pretendono privi di ambiguità, ma anche di quella ricchezza che sa velarsi nell’allusione. Allusione, non oscurità ermetica che affida al liquefarsi della cera o al levarsi, intriso di aroma, dell’ incenso, un messaggio che le sole parole non possono comunicare.

Un cimento che non era tale per l’uomo dell’Età Tardo Antica, abituato sia all’interpretazione allegorica e tipologica della Sacra Scrittura, sia a quella della stessa Liturgia che, come sottolinea nella sua prefazione il Cardinale Robert Sarah, già Prefetto per la congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, può contribuire all’arricchimento della vita spirituale dei fedeli.

Al declinare del Mondo Antico inizia uno stratificato iter di formazione che durerà per tutto l’Evo Medio, sia della Messa secondo il Rito Romano in ambito latino, sia delle grandi liturgie orientali. Un cammino che conosce sia ibridazioni, le Litanie che sopravvivono in occidente, sia apparenti lacerazioni, derivanti spesso da ragioni contingenti di ordine storico, come nel caso della Comunione sotto le due Specie, abolita in Occidente per contrastare l’eresia Hussita.

Un simile plurisecolare processo di formazione impone di non fermarsi alle caratteristiche visibili e assai appariscenti del Rito, paragonate alla corteccia di un albero. Questa viene alimentata dalla linfa, metafora dell’anima che, pur essendo invisibile, dona vita alla pianta. E la linfa è proprio l’esegesi allegorica che compagina ogni singolo elemento dell’azione liturgica in un insieme dal quale prende senso e al quale offre il suo insostituibile apporto.

La Messa diviene così una processione,

cristologicamente ordinata, verso la Patria Celeste in cui la Chiesa, simile alla luna o alla sposa, riflette la luce che il Signore è. Da questa luce promana la ricca simbolicità legata al bacio e alla stessa incensazione dell’altare, vero e proprio scrigno di un inesauribile allegoresi. La sua parte sinistra rappresenta L’Antico Testamento, quella centrale il sacrificio eucaristico, la destra il Cristo che viene nella Sua Parola neotestamentaria.

Altro esempio emblematico di un poliforme dedalo di rimandi è quello del cero che acceso rappresenta la luce di Cristo. La lettura mistagogica prosegue: la cera che si scioglie è il Suo Corpo immolato, lo stoppino significa la Santa Umanità di Gesù che
rende possibile la Sua Divinità capace di effondersi nella fiamma. Dal cero pasquale la luce si propaga alle singole candele che sono le anime dei fedeli modellate secondo la forma del Cristo.

Questo senso spirituale della Messa è già all’opera nel Nuovo Testamento, in particolare nell’Apocalisse e nella Lettera agli Ebrei. Coltivato nell’Evo Medio è stato sostanzialmente abbandonato, a partire dal XVII secolo, con il progredire dell’esegesi storico-critica che l’autore, misconoscendone per eccesso di tradizionalismo i meriti, definisce razionalistica.

Solo nel secolo passato il movimento biblico da un lato e quello liturgico dall’altro hanno nuovamente ravvivato l’esegesi allegorica. Da questo punto di vista l’originalità del volume risiede nel connettere il necessario recupero del allegoresi in campo liturgico con una rinnovata ermeneutica spirituale della Sacra Scrittura.

Fin dai primi secoli della sua esistenza la Chiesa conosce quattro riti principali: Antiocheno e Alessandrino in Oriente, Romano (definitivamente codificato in Età Carolingia, VIII-IX secolo d.C.) e Gallicano in Occidente. Sempre nella latinità medioevale due secoli prima San Gregorio Magno (590-604 d.C.) aveva arricchito la Liturgia con il canto corale, vera e propria pedagogia spirituale.

Come i Vangeli così anche i Riti vanno letti alla luce di quel legittimo pluralismo di tradizioni tipico della cattolicità.

Per questo sia in oriente che in occidente, quindi in ogni Liturgia cristiana, assistiamo a un triplice rito di ingresso: l’introito, ingresso di Cristo nei suoi Ministri; ingresso al Vangelo, ingresso di Cristo nella Sua Parola, detto Piccolo Ingresso nella Liturgia Orientale di San Giovanni Crisostomo; Ingresso di Cristo nella Sua Eucarestia, detto Grande Ingresso nelle Liturgie Orientali.

Le stesse processioni, a partire da quella iniziale, recuperano coeve cerimonie di epoca imperiale secondo una direttrice interpretativa della Messa come teologia della vittoria: vittoria politica, da Costantino (306-337 d.C.) a Teodosio (379-395 d.C.); ma anche vittoria spirituale, che rinviene la sua scaturigine biblica nell’Apocalisse giovannea, e fa culminare la Messa nel sacrificio eucaristico, inteso come trionfo di Cristo realmente presente nelle sue Specie.

La seconda pista ermeneutica è quella che vede nella Messa l’attualizzazione della Storia della Salvezza narrata allegoricamente in una scansione liturgica che scompagina le divisioni tradizionali. Così da quando il Sacerdote è all’altare fino al Vangelo, il rito è centrato sulla venuta del Signore nel mondo; mentre dal Vangelo al Credo si allude alla predicazione.

Il fulcro cristologico della Celebrazione risiede nei Misteri della Passione e si attualizza tipologicamente nella sezione che va dal Credo al Pater.

Non è possibile esaurire qui la simbolicità liturgica che l’opera ripercorre con un gusto del dettaglio utile, anche se talora lezioso. Basterà vedere in ogni Messa (non solo in quella tradizionale) un triplice rimedio: contro la colpa, la pena, l’ignoranza, che rappresentano le tre più gravi miserie dell’uomo.

E l’ignoranza è anche quella dei simboli e dei riti, che rischia di condurre dall’analfabetismo iconico e dall’anosmia, intesi come incapacità di assegnare un senso a immagini e profumi, a un più pericoloso analfabetismo spirituale.

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