Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Dino Calderone

Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l' Istituto Superiore Scienze Religiose S.Maria della Lettera di Messina. Ha scritto il libro: Santi Calderone “La libertà degli altri – Sulle tracce di A. C. Jemolo”, Rubbettino, 2012 e vari articoli su riviste. Si è occupato di formazione, orientamento, immigrazione. Da tempo cura una rubrica come opinionista sul settimanale “100NOVE press”. Attualmente è Segretario della Consulta delle aggregazioni laicali dell'Arcidiocesi di Messina, Lipari, Santa Lucia del Mela.
Dino Calderone

 

L’articolo, riportato qui di seguito, non costituisce una presa di posizione sul tema da parte della Redazione ma manifesta la voglia di partecipare al dibattito, pubblicando un contenuto ricco e capace di apportare stimoli alla discussione.

 


 

Photo by Christine Sandu on Unsplash

L’aborto è un “omicidio. Non è lecito diventare complici”, ha ripetuto più volte, anche recentemente, papa Francesco, che ha voluto sottolineare, in continuità con i papi precedenti, l’immoralità della pratica abortiva.

A 40 anni (17 maggio 1981) dal referendum abrogativo della legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, appare difficile negare la rilevanza morale dell’aborto che resta, nonostante le norme lo consentano a certe condizioni, sempre un atto grave e problematico, come sostengono del resto anche molti sostenitori della legge quando dicono, giustamente, che per una donna l’aborto non è mai una passeggiata.

Dal clima infuocato che caratterizzò l’Italia nel periodo referendario restano ormai solo sporadiche e limitate manifestazioni, ma che cosa è successo dopo tanti anni di dibattiti che hanno spaccato l’Italia?

Da un lato, in questi anni non pochi cattolici pur contrari da sempre alla 194/78 si sono resi conto che questa legge rappresenta comunque un punto di equilibrio fra istanze etiche diverse e confliggenti presenti nella società italiana, dall’altro l’aborto risulta, ma solo occasionalmente, mi sembra, terreno di scontro per chi crede così di poter apparire il difensore o l’oppositore di determinate posizioni.

La verità è che purtroppo, aldilà dell’uso strumentale in senso politico o partitico, ciò che è venuta meno da troppo tempo è la discussione pubblica sull’aborto come problema morale che nessuna legalizzazione, più o meno ragionevole ed equilibrata, può immaginare di poter ignorare, come se fosse divenuta irrilevante.

In una intervista, poco prima il referendum, un grande maestro di laicità come Norberto Bobbio diceva che: “si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto», per poi concludere: “mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere». La posizione di Bobbio in quel periodo non risultò isolata, ed ebbe anche un certo seguito fra i non cattolici, ma oggi?

Purtroppo, dopo tanti anni, pare difficile trovare un’eco di quelle riflessioni nell’opinione pubblica attuale. Per tanti versi si può dire che la situazione è pure peggiorata, visto che quei pochi che si azzardano a porre il problema morale dell’aborto vengono immediatamente accusati di voler attaccare la legge 194/78. La concezione liberale distingue giustamente in molti ambiti la legge dello Stato dalla morale (si pensi, per esempio, al tradimento coniugale ed alla prostituzione) ma questa distinzione non può implicare un azzeramento della norma morale, come se il suo fondamento dipendesse dalla norma giuridica. Occorre ribadire che nessuna norma giuridica rende accettabile automaticamente sul piano morale la scelta abortiva.

Che fare?

Se si vuole iniziare una fase nuova della legge 194/78 ci sono almeno due grandi problemi culturali da superare. Uno riguarda il limite di molte persone contrarie all’aborto che non si rendono conto del fatto che solo grazie alla legge 194/78 è possibile fare emergere dalla clandestinità la donna che vuole abortire e quindi poter realizzare, se vuole, una relazione di aiuto con lei, spesso rinchiusa in una totale e sofferta solitudine.

La donna potrebbe così trovare un qualche sostegno e decidere magari di non abortire proprio perché qualcuno si è fatto carico delle circostanze concrete che possono portare ad una decisione spesso quasi inevitabile.

Ma c’è anche il limite opposto di chi, favorevole alla legge 194/78, non si rende conto che l’autodeterminazione di una donna per essere veramente libera deve liberarsi innanzitutto dalla costrizione (sociale, economica, lavorativa) che la donna subisce. Il valore della libertà di scelta della donna risulta così non solo rispettato, ma perfino rafforzato.

Anche per questo papa Francesco dice che l’aborto non è una soluzione a problemi e difficoltà reali che la donna subisce. La parte preventiva della legge 194/78, che ha come obiettivo la rimozione delle cause che portano all’aborto, ancora del tutto inapplicata, otterrebbe probabilmente maggiore successo se fosse collegata ad una ripresa del dibattito sull’aborto come problema morale. Sarebbe questo il modo migliore per applicare la legge 194/78 nella sua interezza a 40 anni da quel referendum che avrebbe voluto abrogarla.

Dino Calderone, docente di Filosofia e Storia nei licei

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