Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il passo del Vangelo: Mc 12, 38-42

38Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». 41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

La 32a domenica del tempo ordinario ha come protagoniste due vedove, espressione di una delle condizioni più precarie della società d’Israele, che divengono modello di una fede senza riserve.

Nella prima lettura,

il profeta Elia si rifugia a Sarepta, una città a pochi chilometri da Sidone; è costretto a fuggire perché il re Acab lo sta facendo ricercare per metterlo a morte.

Il popolo d’Israele aveva infatti pensato di rivolgersi a Baal, divinità della fertilità celebre in tutto il medio oriente, al posto di Dio, ritenendo che questi avrebbe garantito piogge abbondanti e ricchi raccolti, mentre invece, come preannunciato da Elia, a ciò erano seguiti tre anni di carestia, siccità e pestilenza. Il sovrano aveva imputato al profeta la colpa delle calamità che li aveva colpiti e ne aveva decretato la morte.

Giunto alla porta della città di Sarepta, Elia incontra una vedova che stava raccogliendo della legna per cuocere l’ultimo misero pasto per sé e il figlio con le esigue provviste rimaste. Dapprima il profeta chiede alla donna solo dell’acqua, non avendo il coraggio di avanzare altre richieste, ma mentre ella si allontana, la supplica di volergli dare un pezzo di pane, tutto ciò che la donna aveva, perché “così dice il Signore: la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si vuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra” (v. 14).

La vedova si fida della parola del profeta e gli offre quanto richiesto, ricevendo la benedizione di Dio che concede a lei e al figlio di che sfamarsi per tutto il tempo della siccità. La vedova di Sarepta, una pagana che non conosce JHWJ, si comporta da autentica israelita, fidandosi e affidandosi a Dio sino al punto da offrire tutto ciò che possiede, certa che egli non la abbandonerà.

Anche la pericope del Vangelo ci presenta le gesta di un’altra vedova,

all’interno di una polemica tra Gesù e gli scribi.
Gesù mette in guardia i suoi discepoli dalle insidie nascoste nel modo di comportarsi degli scribi attraverso un linguaggio ironico e provocatorio. Gli scribi, che dopo l’esilio babilonese erano divenuti gli interpreti ufficiali della Torah, esercitavano anche la funzione di giudici nei tribunali.

Gesù li accusa di essere mossi da vanità e voglia di ostentazione: amavano esibire il loro sapere e passeggiare indossando lunghe vesti per farsi ammirare; esigevano inchini, riverenze e silenzio assoluto quando parlavano e si indignavano se non ricevevano le attenzioni cui credevano avere diritto; ricercavano i primi posti. Gesù alla loro compagnia preferisce quella di peccatori ed emarginati; coglie infatti la pericolosità dei loro atteggiamenti, che dividono e creano caste. Il servilismo ingenuo della gente che, riservando loro tutti gli onori, ritiene di rendere gloria a Dio, alimenta la loro tracotanza, manifestazione di una religiosità ipocritamente ostentata.

Ancor più grave, gli scribi vengono accusati di “divorare le case delle vedove” (v. 40), di estorcere denaro a coloro che, per la loro posizione di vulnerabilità, Dio aveva posto sotto la sua tutela: “Non molesterai il forestiero. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso” (Es 22,20-26). Infine Gesù li accusa di fingere una grande pietà nella pratica religiosa così da far credere di godere del favore di Dio.

Alla loro religiosità ipocrita, Gesù contrappone come modello di religiosità autentica una povera vedova, modello di vera discepola. A differenza dei rabbini che ostentano la loro religiosità, questa povera donna depone la sua offerta nel tesoro del tempio senza farsi notare, mettendo in atto, senza saperlo, gli insegnamenti che Gesù ha comandato ai suoi discepoli (Mt 6,1-4).

Il suo amore verso Dio è totale e senza riserve, non dona molto, ma tutto: “nella sua povertà vi ha gettato tutta la sua vita” (v. 44). Come vera discepola vende tutto ciò che possiede per darlo ai poveri e offre tutta la sua vita come ha fatto il Maestro, che si è spogliato della stessa vita divina per noi (cfr. Fil 2,6-11).

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