Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Il processo sinodale appena iniziato si preannuncia per la Chiesa cattolica come un tempo di ascolto, discernimento e scelta. Un percorso che coinvolgerà tutte le Chiese locali nel tentativo di avanzare una sorta di aggiornamento in merito alla presenza e alla relativa testimonianza della comunità dei credenti nel mondo odierno. Il magistero di papa Bergoglio, il quale ha voluto fortemente simile cammino, sarà uno degli elementi più importanti per avviare e sostenere – tanto nelle grandi diocesi quanto nelle parrocchie di periferia – i lavori sinodali. Di questo tema discutiamo con Massimo Faggioli. Professore ordinario nel dipartimento di teologia e scienze religiose di Villanova University (Philadelphia), Faggioli ha recentemente pubblicato con Armando Editore il volume Francesco Papa di frontiera. Soglia di una cattolicità globale.


– Professore Faggioli, il cammino sinodale voluto tenacemente da papa Francesco sembra mostrare che la Chiesa del presente, e del futuro, non sarà più gestita soltanto da “ristretti gruppi di potere” bensì sostenuta da un continuo discernimento comunitario. È così?

Sì, è così. In questo senso la sinodalità ha un valore non solo per la chiesa ma anche per il mondo di oggi. Il potere di oggi è sempre più nelle mani di piccoli gruppi potere e quindi questo cammino sinodale ha un significato per la riforma della Chiesa ma anche per dare un segnale, per quello che la chiesa ha da dire al modo in cui il potere politico ed economico, ma anche culturale e sociale, viene gestito nel mondo contemporaneo.

– Già da qualche anno ormai, alcuni teologi e pensatori cristiani affermano la necessità di un Concilio Vaticano III per aggiornare la Chiesa. Possiamo sostenere, invece, che il processo sinodale appena inaugurato risulta una sorta di attuazione piena del Vaticano II?

Le richieste di un Concilio Vaticano III erano molto più frequenti, e anche credibili, negli anni 70. Ormai ci si è resi conto che il vero problema è recuperare il ritardo che c’è fra le traiettorie e le attese suscitate dal Vaticano II da un lato, e il tipo di attuazione e di recezione del Concilio nella chiesa oggi. Quindi la sinodalità è un modo per recuperare questo ritardo e si comincia da un modo di essere chiesa, da uno stile di essere chiesa, che si rifà al Vaticano II e riconosce che c’è stata un’interruzione in quel processo di riforma e di aggiornamento.

– Crede che il cammino sinodale possa essere l’occasione offerta a molti cattolici per scoprire e approfondire la globalità, e quindi la complessità, del cattolicesimo? Per quali motivi?

Credo che questo cammino sinodale sia una grande opportunità anche perché questa è la iniziativa più globale di un pontificato dall’epoca del Vaticano II. Offrirà l’opportunità per comparare, per fare paragoni tra diversi modi di attuare questo processo sinodale in diverse parti del mondo e per comprendere la diversità di aspettative, energie, ostacoli sul cammino sinodale. Quindi questi prossimi due anni diranno molto sullo stato del cattolicesimo mondiale complessivamente, ma anche sulle diversità tra singole chiese cattoliche nel mondo.

– L’ecclesiologia bergogliana, quella sintetizzata dall’espressione “chiesa come ospedale da campo”, quanto potrà incidere nei lavori sinodali?

Inciderà molto perché quella dell’ospedale da campo è una delle metafore più pregnanti del pontificato. Ma è stata anche molto criticata, per esempio gli Stati Uniti, perché dà l’idea di una chiesa molto più movimento che istituzione. Quindi sarà inseparabile dal processo sinodale un certo tipo di comprensione e recezione locale del pontificato di Francesco. Questo processo sinodale è l’eredità più importante del pontificato, che rimarrà anche dopo la morte o le dimissioni di papa Francesco, ma sicuramente il modo in cui è stata impostata e ora viene impostata nel suo lancio è molto bergogliana.

– Nel suo ultimo libro intitolato Francesco Papa di frontiera. Soglia di una cattolicità globale, lei afferma che la chiesa nel mondo dovrà accettare le sfide della nuova urbanizzazione ed evitare di arroccarsi in uno stato da “cittadella assediata”. In questo sinodo, quanto potranno incidere le declinazioni della relazione teologica, sociale e politica tra chiesa e mondo?

Il rapporto tra chiesa e mondo è una delle grandi sfide teologiche lanciate dal Vaticano II e che Papa Francesco ha raccolto e rilanciato. Qui emerge una serie di tensioni all’interno della chiesa oggi su diversi tipi di visione del mondo, della politica, dello Stato, del governo, e della scienza – questioni che sono emerse in tutta la loro forza durante pandemia. Tutte queste questioni sono viste, studiate e comprese in modo molto diverso in diverse parti del mondo: fare la sintesi su queste declinazioni è una delle sfide più importanti per la chiesa oggi, e non a caso è su questo fronte che Francesco ha raccolto più consensi ma anche le obiezione più radicali.

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