Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

Il confronto tra due sentenze

Le roventi polemiche suscitate dalla durissima sentenza che ha condannato l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, a tredici anni e due mesi di reclusione suscitano inevitabilmente alcune riflessioni. Non solo e non tanto sulla pronuncia del giudice in quanto tale – su cu in questi giorni si sono versati fiumi d’inchiostro e di parole –, ma soprattutto sulla reazione dell’opinione pubblica davanti ad essa. Una reazione non del tutto univoca, ma che, sui maggiori quotidiani e sui social, ha visto prevalere largamente i toni dell’indignazione. Gli stessi giornali di destra – pur chiaramente soddisfatti per questa condanna, che colpisce un simbolo della politica dell’accoglienza, da loro aspramente avversata – hanno in genere preferito mantenere su questo tema un basso profilo, per non contrastare tropo apertamente il sentimento diffuso.    

Quanto alla decisione del tribunale di Locri, al di là delle motivazioni (di cui avremo conoscenza in dettaglio solo quando verranno pubblicate) che hanno spinto il giudice a raddoppiare, addirittura, la pena richiesta dai rappresentanti della pubblica accusa – fatto abbastanza inconsueto, nel mondo giudiziario –, non può non colpire il confronto tra questa sentenza e quella con cui pochi mesi fa il Gup di Catania ha deciso il non luogo a procedere nei confronti dell’ex ministro degli Interni Matteo Salvini per l’imputazione di aver sequestrato, nel luglio 2019, 131 migranti sulla nave Gregoretti.

Una sentenza che, nelle sue motivazioni, è andata al di là delle richieste della difesa perché – mentre quest’ultima si appellava all’art. 51 del codice penale (Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere), sostenendo che l’imputato aveva agito nell’esercizio di un diritto o comunque nell’adempimento di un dovere – si è basata sulla più semplice e radicale constatazione che «il fatto non sussiste» – formula, ha spiegato il giudice, che «stata adottata perché l’imputato ha agito non contra ius bensì in aderenza alle previsioni normative primarie e secondarie dettate nel caso di specie».

Il Gup di Catania si è in particolare appellato «alla necessità di ricostruire un chiaro quadro d’assieme concernente il fenomeno della immigrazione clandestina che ha interessato in modo consistente il nostro Paese, così come gli Stati della Grecia, di Malta e della Spagna, con la finalità di valutare il comportamento dell’imputato non sotto un profilo del tutto isolato, segmentato e alieno dalla realtà storica attuale, bensì all’interno di un più ampio perimetro di riferimento fattuale, giuridico e politico, in cui il suo intervento si è inserito, apparendo pertanto indispensabile addentrarsi nell’area delle ragioni reali che hanno indotto l’imputato ad agire nei termini indicati nel capo di accusa, come enucleato dal Tribunale per i Ministri di Catania».

Evidentemente il giudice di Locri non ha ritenuto necessario «ricostruire un chiaro quadro d’assieme concernente il fenomeno della immigrazione clandestina (…) con la finalità di valutare il comportamento dell’imputato non sotto un profilo del tutto isolato, segmentato e alieno dalla realtà storica attuale, bensì all’interno di un più ampio perimetro di riferimento fattuale, giuridico e politico, in cui il suo intervento si è inserito». Anzi non ha neppure applicato il correttivo delle attenuanti generiche, di cui normalmente fruiscono i condannati in situazioni delicate come questa.

Altro che valutazione del comportamento dell’imputato «sotto un profilo del tutto isolato, segmentato e alieno dalla realtà storica attuale»! Altro che considerazione «di un più ampio perimetro di riferimento fattuale, giuridico e politico, in cui il suo intervento si è inserito»! Attendiamo, evidentemente, di conoscere le motivazioni della sentenza, non ancora pubblicate. Sta di fatto che i pm avevano chiesto una condanna a sette anni e undici mesi – poco più della metà di quella inflitta  poi dal giudice! – sulla base di un impianto accusatorio evidentemente, ai loro occhi, adeguato e che la decisione finale, aumentando in questa misura la pena, ha smentito anche la loro (supponiamo legittima) interpretazione della legge.

Il diritto può prescindere dall’etica?

Carlo Troiano, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Si è letto spesso sui giornali, in questi giorni, che si è trattato di una «sentenza politica». In realtà non sembra che Fulvio Accurso, il giudice che ha condannato Lucano, sia politicamente schierato (come, più o meno dichiaratamente, molti suoi colleghi). Non aderisce ad alcuna corrente della magistratura, ha fama di giudice preparato e certamente la Calabria la conosce bene, perché è nato a Reggio Calabria e ha svolto la sua carriera in questa regione. La sua decisione è probabilmente (non siamo in grado, prima di leggere le motivazioni, di dare un giudizio definitivo) la semplice espressione di un ragionamento meramente tecnico, che non ha tenuto conto in alcun modo del contesto in cui Lucano aveva operato (come invece – nella sua prospettiva – aveva fatto il giudice di Catania per Salvini).

È la pretesa che il diritto funzioni indipendentemente dall’etica. Lo stesso Lucano non ha escluso di aver violato alcune norme. In un’intervista aveva detto: «Vuoi che in vent’anni di attività non ci siano stati errori?» Ma ha tenuto a sottolineare. «Non mi pento, rifarei alcuni reati. Rifarei esattamente le stesse cose!» E ha aggiunto: «Sono orgoglioso di aver sbagliato». La morale viene prima del diritto. E il tribunale di Locri ne ha preso atto e lo ha condannato, presumibilmente guardando solo alle violazioni della legge. Il diritto prima della morale.

Siamo davanti a una scissione disastrosa tra la sfera etica e quella giuridica, che impedisce di guardare il fattore umano e la realtà sociale nella loro interezza, assolutizzando, volta a volta, uno dei due punti di vista, senza tener conto dell’altro. A monte, una concezione dello Stato – potremmo definirla dei “neutralisti” – che lo vorrebbe svincolato da ogni prospettiva etica e lo riduce, perciò, a mero contenitore delle preferenze valoriali dei singoli.

Ma le cose non sono così semplici. Perché in realtà non manca anche una visione opposta, che potremmo chiamare dei “moralisti” –, secondo cui la legge dovrebbe tutelare invece inderogabili valori umani. Il bello è che, sullo scenario pubblico, gli stessi soggetti assumono volta a volta la maschera dei primi o quella dei secondi, schierandosi volta a volta per una indipendenza delle scelte morali dal diritto o per una stretta dipendenza del diritto dalla morale.

Accade così che, quando si tratta di aborto, di eutanasia, di unioni omosessuali, una larga parte dell’opinione pubblica si schieri per la libertà degli individui di comportarsi secondo un proprio codice etico, su cui lo Stato non avrebbe il diritto di aver un proprio punto di vista e di farlo valere sul piano legislativo, pena il rischio di degenerare nel famigerato “Stato etico”. Esprime bene questa posizione quanto scriveva una delle sue più note e intelligenti sostenitrici, Michela Marzano («La Repubblica», 27.2.2017), poco prima della discussione della legge sul testamento biologico alla Camera: «Sono anni che il fronte del “no” invoca il concetto di “sacralità della vita”, facendo finta di non sapere che la dignità di ognuno di noi si fonda sulla nostra autonomia, e che nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di giudicare le nostre scelte e i nostri desideri». Da qui la sua esasperazione per l’approvazione dell’emendamento che limitava la libertà del paziente bilanciandola con l’etica professionale del medico: «Dovevo essere io a decidere. Io paziente, io che soffro e chiedo solo di andarmene via, io che ho diritto di restare fino alla fine soggetto della mia vita. E invece niente. Alla fine, l’ultima parola spetterà ancora ai medici» («La Repubblica», 20.3.2017).

Proprio su questi temi, però, c’è un’altra fazione – politicamente opposta alla prima – la quale sistematicamente parla di «valori» della vita, della famiglia, che vanno assolutamente rispettati e che escludono deroghe ispirate a valutazioni e ad interessi personali.

Le parti si invertono quando si tratta di temi come l’immigrazione. A questo punto a rivendicare la doverosità di una linea comune, in nome dei valori dell’accoglienza e della solidarietà, sono coloro che su altri temi sono “neutralisti” e si battono per l’assoluta relatività dei criteri morali e sulla pericolosità di adottarli a livello pubblico, mentre gli altri, che sono “moralisti” quando si tratta di aborto e di eutanasia, invece sull’accoglienza e la solidarietà difendono una logica cinicamente utilitarista, che esclude l’intromissione dell’etica nelle questioni giuridiche e politiche, e affidano ai singoli le eventuali scelte di fraternità, non in nome della giustizia ma della carità cristiana.

Andre oltre il “gioco delle parti”

Davanti a questo “gioco delle parti” si impongono due evidenze. La prima – riguardante la scissione tra la sfera del diritto e quella dell’etica – è la necessità di affrontare onestamente il rapporto tra di esse, nel rispetto, certo, della distinzione, ma anche – contrariamente a quanto vediamo oggi nel conflitto suscitato dalla sentenza Lucano – superando la mera separazione e la contrapposizione tra le due. È ora di superare la schizofrenia di una difesa della morale che la rende indipendente dalla dimensione comunitaria del diritto, e di una difesa del diritto che lo rende indifferente alla morale

La seconda evidenza – riguardante l’oscillazione tra “neutralismo e “moralismo” – è l’urgenza di riconoscere che la legge suppone un’etica e che lo Stato deve proporre dei valori condivisi, già presenti nella Costituzione, ma che chiedono una convergenza delle forze politiche nell’interpretarli. Solo così si può superare la perversa oscillazione di cui abbiamo parlato, tra l’esaltazione di una libertà individuale che rifiuta come un’indebita interferenza norme giuridiche vincolanti, e la volontà di ispirare la vita collettiva, anche giuridicamente, alla morale che si privilegia. Solo un serio dibattitto pubblico può sciogliere questi nodi. Dalla nostra capacità di svilupparlo correttamente, e non solo dalla crescita del Pil, dipende il futuro del nostro Paese.

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