Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Sempre al centro del dibattito politico, la famiglia è uno dei perni fondamentali della nostra società. Con l’esortazione apostolica “Amoris Laetitia” di cinque anni fa, Papa Francesco ha rilanciato la riflessione sulla famiglia all’interno delle comunità credenti. Per i cattolici, tale opere di approfondimento continua anche in questi mesi per via dell’anno “Famiglia Amoris Laetitia” che si concluderà nel giugno del 2022. Di questo tema discutiamo con Emma Ciccarelli. Salesiana cooperatrice e vicepresidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, la Ciccarelli – insieme al marito Pier Marco Trulli – ha appena pubblicato per le Edizioni San Paolo il volume Sapore di famiglia. Amarsi, educare, aprirsi al mondo.


– La pandemia ha registrato, qualora servisse ancora, la centralità della famiglia all’interno delle nostre comunità. Le difficoltà di questo tempo hanno da un lato riconosciuto alla famiglia un ruolo insostituibile, dall’altro hanno accelerato una serie di processi di impoverimento e di marginalità sociale che hanno colpito questa parte fondamentale della nostra società. Dal suo osservatorio, può confermare questa analisi?

Indubbiamente. La famiglia è stata la grande e piacevole riscoperta di questa pandemia. Tanti i fronti sui quali la famiglia si è spesa: dal lavoro, alla gestione domestica delle giornate, dalla tenuta delle relazioni di coppia alla gestione della Dad e dei rapporti con la scuola, dall’intrattenimento dei figli ai rapporti con i nonni. Senza la dedizione con cui le famiglie italiane si sono prestate forse non ce l’avremmo fatta a fronteggiare tutte le difficoltà generate dal Covid-19. Da questo punto di vista, l’Italia si riscopre più forte perché capace di essere generativa e di poter contare sulla forza delle relazioni. La famiglia ha dato il meglio di sé e ha assicurato la tenuta del Paese.

Allo stesso tempo però non possiamo trascurare il fatto che si sono verificate situazioni di forte impoverimento delle fasce sociali più vulnerabili: situazioni che erano già precarie e a rischio hanno vissuto un periodo molto travagliato e in taluni casi le conseguenze sono state anche spiacevoli. Penso a chi ha perso lavoro, chi ha perso i propri cari, chi ha visto sgretolare relazioni che erano già in bilico, penso alle donne e ai minori vittime di violenza domestica, le persone affette da disabilità che hanno visto interrompersi le cure e l’assistenza: non si può pensare di farcela da soli quando si vivono tali problemi. La solitudine e spesso la paura di far trapelare il disagio ha peggiorato la situazione. Su queste fasce di popolazione ci sarà un importante lavoro di sostegno e di presa in carico da affrontare per far recuperare loro un po’ di serenità o una vita più dignitosa.

– Uno dei compiti principali delle famiglie è connesso all’educazione dei figli. Cosa significa educare, oggi, le nuove generazioni? Quali difficoltà e quali prospettive?

Educare è un’arte che non va confusa con l’ “allevare”. Le famiglie hanno la titolarità di questa funzione ma fanno sempre più fatica ad esercitarla per svariati motivi: i tempi del lavoro in primis, la fatica di arginare la presenza dei figli su internet e videogiochi, la gestione e controllo delle conseguenze di una cultura che fa della liquidità sessuale e del narcisismo il proprio vessillo, i problemi con la scuola, il rischio dipendenze, ecc. Le difficoltà da affrontare ogni giorno per i genitori sono veramente tante, e spesso non si sentono sostenuti e accompagnati in questo difficile compito.

La società plurale e liquida che viviamo, rende ai genitori il compito educativo molto arduo in quanto chiede di aiutare i figli a guardare la complessità della realtà e a vagliare su cosa sia buono e cosa non lo sia. La sfida è aiutare i figli a ragionare con la propria testa e non con quella dei luoghi comuni. Un lavoro certosino e continuo che parte dal rispetto per l’altro in quanto persona, che si estende al rispetto del creato fino ad arrivare alla partecipazione nella comunità sociale.

– Uno degli aspetti centrali del magistero di Francesco è quello della “Chiesa in uscita” che, per la famiglia, si traduce in una missione che va al di là della propria casa. Come si declina il vissuto e la missione delle “famiglie in uscita”?

Nel bene e nel male, la vita che conduce la famiglia parla più degli stessi interessati: le nostre scelte quotidiane incidono sempre sulla comunità a cui apparteniamo anche quando non ce ne lasciamo coinvolgere. Viviamo nell’illusione che la felicità sia “due cuori e una capanna” ma non è così. L’idea del self made man è una sirena che attrae, ma è anche una trappola nella quale si rischia di precipitare: l’isolamento relazionale con il mondo esterno della famiglia può generare anche distorsioni nella percezione della realtà.

Il Papa ci dice che essere “Chiesa in uscita” significa uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo e che la Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.

Per me e per l’esperienza maturata questo è un invito forte alle famiglie a non restare più in atteggiamento passivo e sottomesso di fronte alla realtà che viviamo, di fronte alle ingiustizie che vediamo, di fronte ai soprusi che avvengono, ma piuttosto a “primerear”, ossia agire per primi, smuoverci dalle nostre comodità o dai nostri ritmi quotidiani per generare iniziative virtuose e feconde che migliorino il benessere della comunità in cui si vive. Significa non restare passivi a piangerci addosso per le cose che non cambiano, ma farci attori del cambiamento. Significa essere consapevoli che la nostra felicità si completa solo se collaboriamo a rendere anche gli altri più felici.

– Nel volume Sapore di famiglia. Amarsi, educare, aprirsi al mondo, sostenete che la relazionalità e la dimensione della quotidianità siano degli elementi essenziali per la crescita di tutti i componenti della famiglia. Quali sono i motivi?

Nel libro raccontiamo la nostra vita, il nostro quotidiano, le nostre paure e i nostri dubbi. Quello che si vive in tutte le famiglie. È nel quotidiano e nelle piccole scelte che si fanno per sé e per gli altri, che si gioca la nostra credibilità. L’autenticità è una dimensione importante nelle relazioni affettive. E le relazioni autentiche non si costruiscono solo nelle grandi occasioni di famiglia, ma nelle piccole e grandi scelte di ogni giorno che vanno dal pagare o meno le tasse, a come ci rispettiamo nella coppia o a come accolgo una gravidanza inattesa; da quanto sono capace di perdonare a come sostengo il partner e i suoi talenti. Ogni giorno, ogni decisione che prendo per la mia vita ha effetti sugli altri membri della famiglia.

– Con l’istituzione dell’assegno unico, la politica italiana pare aver recepito anni di richieste provenienti dal mondo dell’associazionismo familiare. Tale iniziativa, certamente lodevole, potrà bastare? A suo parere cosa manca alle politiche familiari promosse dagli enti locali o dalla politica nazionale?

L’assegno unico rappresenta la prima vera legge strutturale di politiche familiari. Finalmente sono state accolte le istanze dell’associazionismo familiare: una legge che durerà nel tempo e che assicurerà ai genitori un importo mensile a sostegno delle spese per ogni figlio dal settimo mese di gravidanza fino al 18°anno di età. Consente di aiutare le coppie a pianificare con maggiore serenità una gravidanza, è fruibile da tutti indipendentemente dallo stato lavorativo o meno a differenza degli assegni familiari che sono fruibili solo da chi ha un contratto di lavoro dipendente. L’assegno unico vuole supportare il costo economico che comporta crescere dei figli ed implicitamente riconoscere il servizio alla vita che svolgono le famiglie. Ogni figlio è un investimento per tutto il Paese.

La legge che riconosce l’assegno unico per figlio però da sola non basta a cambiare il trend demografico e non risolve i problemi legati alla carenza dei servizi di supporto alla famiglia del nostro paese. Auspichiamo che sia solo l’inizio di investimenti più massicci sulla famiglia e che le politiche familiari escano dalla trappola delle mere politiche assistenziali.

Le politiche familiari devono essere politiche di sviluppo e di investimento che aiutino le famiglie ad essere sempre più se stesse.

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