Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Che la pandemia sia stata, e continui ad essere, un duro colpo per l’intera società è noto a tutti. Quello che emerge meno chiaramente è che in questi mesi, in modo particolare, hanno sofferto i giovani. Dalla precarietà del lavoro alla didattica a distanza, dall’arresto improvviso delle relazioni alla quasi impossibilità di programmare il futuro, i giovani sono fra quelli che hanno pagato il prezzo più alto nella crisi attuale. Di questi temi discutiamo con Simone Romagnoli, coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli.


 – Dal vostro peculiare osservatorio di giovani attenti alle dinamiche del mondo del lavoro come interpretate gli effetti della pandemia sulle nuove generazioni?

La pandemia, che purtroppo stiamo ancora vivendo e con la quale – visto il trend – dovremo imparare a convivere almeno per i prossimi mesi, ha cancellato molti, forse troppi, sogni di tante ragazze e tanti ragazzi che stavano costruendo (o immaginando concretamente) il proprio futuro. Giovani e donne sono stati – lavorativamente parlando – i più colpiti e, nonostante le tante “chiacchiere politiche”, le prospettive per il loro domani occupazionale e formativo sono sempre più incerte. In questi mesi molti giovani hanno perso il lavoro e, parte di questi, con tale occupazione manteneva giovani famiglie o concorreva a pagarsi gli studi universitari (non avendo nessuno alle spalle che potesse farlo al posto loro).

Gli effetti sul mondo del lavoro si tramutano in problemi sociali e di questo, sfortunatamente, ce ne accorgeremo non tanto nel brevissimo periodo, quanto tra dieci/quindici anni. Il dibattito – politico e non – come spesso accade è incentrato alla risposta immediata al problema preferendo un sistema fatto di “mancette” rispetto ad una risposta progettuale concreta, con un disegno capace di guardare davvero ad un domani nuovo dove, per una volta, riusciremo ad arrivare prima dei problemi, senza inseguirli affannosamente elargendo sussidi e promesse elettorali.

Non ci si può lamentare della denatalità in Italia se la maggior parte dei giovani prima dei 30/35 anni non riesce ad abbandonare il “tetto di mamma e papà” poiché non economicamente indipendente. Non ci si può lamentare che nei giovani non è presente lo spirito di servizio e gratuità che c’era in passato (cosa, tra l’altro, non vera e questa pandemia l’ha dimostrato) se i giovani, piuttosto che stare a casa dopo un lungo percorso di studi, sono costretti ad accettare stage sottopagati lavorando dodici ore al giorno, senza tra l’altro certezze sul futuro. Non ci si può lamentare, altresì, se, troppo spesso, i giovani perdono la speranza e smettono di sognare. Un Paese che permette ad un giovane di chiudere in un cassetto per sempre i propri sogni, adagiandosi al presente, ha perso tutto, perché in quei cassetti sta chiudendo il futuro di tutti noi.

 – A proposito di pandemia, questa crisi pare averci mostrato quanto sia importante la relazione positiva fra le diverse generazioni tanto all’interno dei nuclei familiari quanto nell’intera società. È così?

L’importanza dell’intergenerazionalità è finalmente divenuta evidente ai più durante questo ultimo e difficile anno e mezzo (in fondo, anche dalla pandemia dovremo tirare fuori qualcosa di positivo). Mi ricordo a marzo 2020, quando in famiglia contraemmo tutti il virus, la paura di averlo attaccato ai nonni, terrore che quegli abbracci che fino a poco prima erano quotidianità potessero finire e non tornare mai più.

La gioia negli occhi di mia nonna al primo abbraccio dopo mesi che mi vedeva solo sull’uscio della porta quando portavo medicine e spesa, i lunghi racconti di mio nonno al telefono di tutta la sua vita quasi a voler dire “ho paura ma ho bisogno di sapere che ti ho lasciato davvero tutto”, la sua preoccupazione ad ogni colpo di tosse di sua moglie… , queste e tante altre cose evidenziano come non è possibile pensare ad una società dove l’Amore dei nonni (e degli anziani in generale) sia considerato marginale, da quell’Amore abbiamo soltanto da imparare.

Una preoccupazione verso i propri cari che però ha fatto nascere in molte ragazze e ragazzi le domande: “ma tutte quelle nonnine e quei nonnini che sono soli come fanno? Noi usiamo tutti i programmi di videochatting e a volte facciamo fatica, a loro chi insegna come fare?”. La risposta a questi quesiti ha fatto partire la macchina di solidarietà che ha portato le nuove generazioni in prima fila nella lotta alla pandemia facendo capire che il distanziamento doveva essere solo fisico e non sociale. Tantissime le esperienze di prossimità che sono state attivate su tutto il territorio nazionale dalle varie associazioni e moltissime anche le iniziative promosse da gruppi di giovani che aiutare i propri quartieri (dalla spesa a domicilio, ai corsi per imparare ad usare il telefono/pc, fino a semplici telefonate ad anziani sconosciuti perché la solitudine, a lungo andare, può uccidere come il virus). Questa pandemia ha fatto vedere come l’intergenerazionalità non è unilaterale perché, e i racconti dei volontari lo dimostrano, i giovani hanno “portato a casa” spesso molto di più di quello che hanno donato e, per la mia esperienza posso dire che i tantissimi anziani che ho “incontrato” mi hanno restituito cento volte tanto.

 – Fra i settori che penalizzano i giovani riscontriamo la precarietà, o l’assenza, del lavoro e l’impossibilità di raggiungere significativi e diffusi livelli di formazione. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato con i fondi europei può essere l’occasione per superare l’atavico problema italiano della disoccupazione giovanile?

Come dicevo anche prima, il problema del futuro lavorativo e formativo di noi giovani e delle generazioni che verranno dovrà essere affrontato creando un programma di interventi seri e capaci di dare una risposta concreta nel lungo periodo (e non con il fine di accontentare gli elettori e i mass-media).

Il PNRR ha, sulla carta, le possibilità per attuare un sistema di riforme mirate alla risoluzione della problematica, ma, purtroppo, il tema della Next Generation non è stato messo al centro – fa molto sorridere questa cosa visto che proprio così è stato chiamato il programma europeo per il quale nasce – dicendo la frase che vuol dire tutto e può non vuol dire niente: “i giovani nel piano sono trasversali”. Sinceramente che i giovani nel PNRR siano trasversali un po’ mi spaventa vista la poca preparazione della maggior parte della nostra classe politica (che ahimè, oscura i tanti bravi politici e funzionari pubblici che lavorano quotidianamente per il bene del nostro Paese, prediligendo il lavoro alle passerelle in pubblico) di avere una visione sistemica sul futuro. Quello che mi auguro, e che si augurano anche tutti i giovani delle tante associazioni con le quali collaboriamo, è che il governo, i politici, gli enti locali e i corpi intermedi e tutti coloro che saranno sui tavoli decisionali, siano poi in grado di instaurare un dialogo vero con il mondo giovanile perché non possiamo permetterci di fare l’errore che facciamo sempre in Italia (e non solo), cioè quello di far parlare di giovani gli anziani e obbligare i giovani a subire scelte di persone che quasi non si ricordano neanche più cosa sia la gioventù.

– Il congresso nazionale dei Giovani delle Acli, che qualche mese fa ti ha eletto coordinatore nazionale, ha proposto una riflessione sui giovani connessi all’oggi e costruttori del domani. Per la vostra organizzazione associativa, quale significato assume simile espressione nell’Italia e nell’Europa di oggi?

 Un congresso svoltosi in tempo di Covid non poteva che porre l’attenzione sull’importanza dell’oggi, di sapere leggere tale presente dove ogni cosa è sempre più interconnessa. Il virus ci ha insegnato che da soli non possiamo andare da nessuna parte e che per costruire il domani dobbiamo fare squadra con le tante realtà, associative e non, che ci sono intorno a noi. In Europa, come in Italia, c’è bisogno di nuovi spazi di aggregazione, c’è bisogno di nuovi luoghi dove creare pensiero perché le nuove generazioni hanno riscoperto – dopo parecchi anni – la bellezza del bene comune e l’importanza del sociale; tutto ciò deve essere coltivato, questi giovani necessitano di essere messi in connessione tra loro sempre di più per far sì che l’entusiasmo per l’attualità e l’interesse verso i grandi problemi del mondo (ambiente in primis) non vada sprecato ma diventi lievito per la costruzione di una società migliore, capace di vedere gli errori del passato facendone tesoro. Essere connessi all’oggi e costruttori del domani per noi vuol dire questo: mettere da parte “l’egoismo associativo” che troppo spesso attanaglia il mondo del terzo settore per fare rete attorno ai tanti temi centrali al dibattito pubblico con la speranza che, facendo ciò, staremo costruendo un domani migliore.

 – Gli aclisti rivendicano sempre con grande attenzione l’appartenenza ai movimenti associativi cristianamente ispirati. Come interpretate e vivete la proposta pastorale di “chiesa in uscita” avanzata da papa Francesco.

La Chiesa, e con essa tutti i cristiani, dovrà essere in grado di essere “Chiesa in uscita” non solo a parole ma con fatti reali, concreti. Per farlo non potrà permettersi di rimanere legata al passato “per principio” ma dovrà accogliere le “novità” che la vita ci mette innanzi. Penso convintamente che sotto la guida “attenta al nuovo” di Papa Francesco i movimenti associativi di matrice cristiana (giovanili e non) avranno il compito di accompagnare i fedeli, con particolare riguardo alle nuove generazioni, ad essere “cristiani nella modernità”. I grandi temi di attualità non potranno essere lasciati marginali ai dibattiti associativi solo perché “scomodi” alla Chiesa o per paura di essere poi esclusi da quest’ultima e considerati voci fuori dal coro.

Spero che le Settimane Sociali che vivremo a Taranto a fine ottobre e che vedranno molti giovani protagonisti, siano il primo passo per affrontare il “mondo che c’è fuori” interrogandosi davvero su di esso. Mi hanno sempre insegnato che per essere cristiani bisogna avere coraggio e che la vera fede si manifesta non solo con la preghiera, ma soprattutto attraverso i fatti (e troppo spesso anche nel clero quelli che la manifestano con i fatti vengono considerati di serie b). Una Chiesa in uscita noi vogliamo viverla così, attraverso il vivere quotidiano, incontrando le persone che non abitano i nostri mondi, affrontando i grandi tabù che per anni non si potevano nemmeno citare (LGBTQ+, Eutanasia, Sessualità, Nuove Scienze… , e tutte le altre questioni etiche che vengono sempre volontariamente “saltate”), perché se si vuole uscire non basta aprire le porte di casa, non basta nemmeno affacciarsi, ma bisogna mettere le scarpe comode, prendere lo zaino (contenente i nostri principi, la nostra storia… la nostra fede) e partire, con spirito di scoperta e non con la presunzione di sapere, verso un orizzonte che forse sì, potrà far paura, ma senza il quale non ci sarà futuro.

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