Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

Quella degli insegnanti di religione cattolica (Idr) è, senza alcun dubbio, un’estate ricca di tensione. Infatti, con un DPCM del 20 luglio scorso, il governo italiano ha dato l’autorizzazione all’avvio di una procedura concorsuale per l’assunzione a tempo indeterminato di 5116 insegnanti di religione che, a detta dei sindacati e di migliaia di docenti, rischia di destabilizzare ancor di più i precari storici. A partire da simile situazione discutiamo con Sergio Ventura del peculiare profilo ecclesiale e civile degli insegnanti di religione. Ventura, docente di religione cattolica nella diocesi di Roma, è vicepresidente dell’associazione di promozione sociale Vino Nuovo https://www.vinonuovo.it/chi-siamo/ .


– Professore Ventura, quello del probabile e prossimo concorso ordinario per gli insegnanti di religione cattolica è un caso che coinvolge migliaia di lavoratori al servizio tanto dello Stato quanto della Chiesa, i quali denunciano l’assenza di tutele e di giustizia. Ci spiega il motivo?

La modalità ordinaria di concorso, prevista dall’art.1-bis della l.159/19, è tale per cui, come abbiamo spiegato con il collega Massimo Pieggi sulla rivista Il Regno https://re-blog.it/2020/07/01/prof-di-religione-quale-concorso/, qualsiasi Idr precario, “giovane” o “anziano”, “stabilizzato” o meno, potrà perdere il posto di lavoro o vedere ridotto sensibilmente l’orario di lavoro. Tale rischio non fu corso nel precedente (e unico) concorso del 2004 (l.186/03) in quanto riservato agli Idr con almeno quattro anni di insegnamento: il tempo che corrisponde alla possibilità per un Idr di ottenere dallo Stato la ricostruzione di carriera e l’inquadramento giuridico-economico, pur restando formalmente non di ruolo e quindi precario. Non dimentichiamo, poi, che lo Stato ha sempre disatteso l’impegno preso con la l.186/03 (art.3, co.2) di bandire concorsi ogni tre anni, determinando l’attuale “sacca” di oltre 10000 Idr precari. Se a ciò aggiungiamo la nota sentenza “Mascolo” della Corte di giustizia europea, che ha condannato l’Italia per reiterazione di contratti a tempo determinato, dovrebbe essere chiaro l’alone di ingiustizia sociale che avvolge la questione e il dovere di tenerlo presente. Soprattutto da parte dello Stato che infatti, nel conseguente piano di stabilizzazione degli ultimi anni, ha previsto per tutti gli altri docenti modalità concorsuali straordinarie.

– Occorre ricordare, fra le altre cose, che i docenti di religione – fra questi alcuni che raggiungono i venti anni e più di precariato – sono formati nelle facoltà teologiche e selezionati nelle diocesi tramite percorsi di abilitazione per l’ottenimento dell’idoneità all’insegnamento. Si tratta, quindi, di un personale qualificato e abilitato. Tutto ciò però sembra non venire riconosciuto dalla prossima procedura concorsuale. È così?

Sì, questo è il punto che investe l’aspetto concordatario, anche se bisogna esseri molto precisi per descriverlo nella sua complessità. L’idoneità all’IRC è certamente – ex parte ecclesiae – qualcosa di più della abilitazione all’insegnamento di una disciplina. Che sia – ex parte status – qualcosa di immediatamente equiparabile all’abilitazione è, non possiamo nascondercelo, il punto controverso (fuori ma anche dentro la Chiesa). Di certo, eviterei di “sfracellarmi” tra la Scilla di alcuni ambienti ecclesiali, che immediatamente equiparano abilitazione statale e idoneità ecclesiale (rischiando di legittimare eventuali percorsi di riconoscimento dell’idoneità che potrebbero rivelarsi discutibili), e la Cariddi di altri ambienti (soprattutto statali ma anche ecclesiali), che ostinatamente non vogliono guardare il grande lavoro selettivo svolto negli ultimi trent’anni dalle diocesi italiane. Il riconoscimento dell’idoneità è ormai legato sia al possesso di titoli ecclesiastici equiparabili (anche per i “crediti” didattici e pedagogici) a quelli statali necessari per insegnare le altre discipline, sia al passaggio di esami diocesani, selettivi come quelli statali svolti dai colleghi delle altre discipline, oltre che ad una continua e obbligatoria formazione in servizio. In tal senso, Andrea Grillo ha spiegato molto bene il senso “profetico-culturale” che ogni vescovo https://www.cittadellaeditrice.com/munera/precario-il-docente-e-precario-il-vescovo-piccola-riflessione-su-una-parola/ deve dare alla vigilanza che esercita sull’idoneità riconosciuta agli Idr.

Non dimentichiamo, poi, che a differenza delle altre discipline, i dirigenti scolastici e gli uffici scolastici regionali possono intervenire nel processo di nomina dell’Idr non raggiungendo, con i motivi del caso, l’intesa, anzi potendo anche convincere l’ordinario diocesano dell’esistenza di valide ragioni per procedere alla non riassegnazione dell’incarico e, addirittura, per avviare un processo di revoca dell’idoneità dell’Idr stesso. Di conseguenza, questa idoneità presenta ormai una complessità dialettica che non la fa per nulla “sfigurare”, nei suoi obiettivi selettivi, di fronte al processo di abilitazione all’insegnamento di un’altra disciplina. Ed allora direi che, sì, la modalità concorsuale che stiamo criticando disconosce del tutto la modalità pattizia di reclutamento per come si concretizza oggi e dà vita ad una evidente discriminazione di trattamento con i colleghi delle altre discipline, i quali, quando provvisti di abilitazione (cioè quando già selezionati), hanno sempre usufruito di procedure non (ulteriormente) selettive.

 – L’insegnamento della religione cattolica è materia concordataria che, al pari di altre, autorizza la Chiesa nel suo apparato istituzionale e rappresentativo ad intervenire. Nel caso dell’attuale situazione dell’insegnamento della religione, e dei relativi insegnanti, la Chiesa quale iniziativa ha promosso?

Il diritto-dovere della chiesa cattolica di esercitare il proprio ruolo pubblico è argomento sempre delicato. Per questo io mi atterrei sempre all’invito che Pietro fa nella sua prima lettera affinché i cristiani rendano ragione delle proprie convinzioni (della speranza che è in loro) con «dolcezza» (1 Pt 3,15-16). Ciò premesso, mi sembra che su questo tema, a differenza di altre questioni non meno importanti (ddl Zan, celebrazioni in sicurezza, presenza sul territorio delle slot machine), le istituzioni ecclesiali competenti abbiano parlato solo per sostenere una loro inspiegabile impossibilità di intervento, come se su ciò che è di competenza (giuridica) statale non si possa far sentire (politicamente) ciò che si pensa. Quando invece, come lei ricordava bene nella domanda, la questione concorsuale va oltre i meri tecnicismi – pur decisivi per comprendere il problema e la sua possibile soluzione – e tocca importanti aspetti della dottrina sociale della Chiesa e del Concordato. Su questi aspetti, come scrivevo su Vinonuovo https://www.vinonuovo.it/comunita/esperienze-di-chiesa/figli-di-un-dio-e-di-una-chiesa-minore/, gli Idr appaiono come “figli di un Dio (e di una Chiesa) minore”, per cui credo che invece la Chiesa abbia il diritto e, in questo caso ancora di più, il dovere di intervenire: con la «franchezza» di cui si parla nei testi paolini e giovannei e, ovviamente, con la «dolcezza» cui si riferiva Pietro. Come in effetti la Chiesa ha fatto nella provincia autonoma di Trento quando, dopo aver sperimentato (nel 2014) le ingiustizie della modalità concorsuale ordinaria, ha optato (nel 2018) per la procedura straordinaria, ottenendola senza alcun problema, neanche di costituzionalità, dalle autorità statali competenti. Questo modello “trentino” https://www.vitatrentina.it/2020/07/17/docenti-irc-il-modello-trentino-piace/, opportunamente tradotto in chiave nazionale, sarebbe la soluzione adeguata alla complessità della questione (eventualmente verificando gli elementi di competenza statale durante l’anno di prova o precedentemente in una prova orale non selettiva ma indicativa per la riconferma o meno della idoneità). Se, invece, le istituzioni ecclesiali competenti fossero favorevoli alla modalità concorsuale ordinaria, sarebbe bene che, con altrettanta «franchezza» e «dolcezza», manifestassero tale orientamento perché se ne possa discutere – e pregare – insieme: ciò costituirebbe il miglior modo per cominciare il cammino sinodale richiesto da Papa Francesco.

– La via pastorale presentata da papa Francesco nell’Evangelii gaudium è quella della Chiesa in uscita capace di mostrare le proprie ferite e di accogliere per sanare quelle altrui. In tale visione ecclesiale, quale contributo possono offrire gli insegnanti di religione cattolica? Un personale qualificato e con una peculiare esperienza professionale non potrebbe tornare molto utile nei piani pastorali delle varie diocesi italiane?

Certamente, ma anche in tal caso bisogna stare molto attenti alla complessità dei rapporti tra Stato e Chiesa, per evitare che l’utilità dell’IRC venga individuata nell’essere, ancora una volta, una sorta di “cavallo di Troia” per fare proselitismo dei “valori non negoziabili” di ieri e di oggi. Come ho fatto notare in più sedi sin dall’inizio di questo pontificato, l’IRC e l’Idr sono oggi già Chiesa-in-uscita (o, come si diceva ieri, Chiesa-estroversa). Anzi, in molte diocesi italiane rappresentano, per usare un ‘immagine biblica, l’ultimo lembo del mantello – che copre quel corpo di Cristo che dovrebbe essere la Chiesa – toccabile da tutti quei giovani (e corrispondenti famiglie) che, dal punto di vista ecclesiale, sono ormai «fuori dal recinto» (come recita il titolo di uno studio, ancora decisivo, di Alessandro Castegnaro). Una sorta di Chiesa-della-frontiera o, in un senso ampio, di-periferia. Attraverso la mediazione dell’Idr, quindi, la Chiesa potrebbe veramente, con il linguaggio di Evangelii gaudium, incontrare e mettersi in ascolto dialogico della multiformità culturale dei pensieri, dei linguaggi e delle azioni delle generazioni attuali per «imparare», anche a costo di qualche «incidente», non solo ad essere più credibile, ma soprattutto a ripensarsi e realizzarsi sempre di più come colei che sa tenere insieme armonicamente tale pluralità in quella Chiesa-«poliedro» che Papa Francesco ci ha indicato come modello. A patto, però, che sia sempre chiaro il carattere principalmente e fondamentalmente «culturale» di tale mediazione: sono anni che, a tal fine, auspico la formalizzazione di una sorta di «mandato ecclesiale culturale» (teologico-fondamentale) per gli Idr. Chiarito ciò, un Idr – come qualsiasi altro insegnante – potrà poi interpretare il suo ruolo anche come accompagnamento delle studentesse e degli studenti nel loro percorso di crescita umana e spirituale, stimolandoli all’impegno in attività di vicinanza ai poveri, ai piccoli, agli anziani e ai migranti. L’importante è che anche in tal caso l’Idr non sia, di nuovo, ridotto ad oggetto strumentale di cui la Chiesa si serve per “entrare” nella scuola, ma venga riconosciuto e valorizzato come il soggetto (ministeriale?) che si fa eco dell’«imprevedibile» che lo Spirito sta già operando nell’ambiente scuola.

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