Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il Vangelo: Mc 6, 1-6

1Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità.

6bGesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

Le letture di questa 14ª domenica del tempo ordinario hanno al centro la figura del profeta: il suo ministero è “segno di contraddizione” e la sua fedeltà a Dio è fonte di persecuzione e rifiuto da parte del popolo.

Ezechiele e la fragilità dei profeti

Nella prima lettura è presentata la missione del profeta Ezechiele, che si colloca in uno dei periodi più drammatici della storia di Israele, il tempo dell’esilio. Il profeta si trova esule, deportato dopo la prima conquista di Gerusalemme (595 a.C.), in un villaggio nella pianura tra il Tigri e l’Eufrate; in questo luogo egli fa memoria della propria vocazione profetica. Nela sua chiamata è subito posto l’accento sulla fragilità del profeta che deve svolgere una missione al di là delle sue forze con la sola armatura fragile della parola. Nonostante ciò, Dio manda il suo inviato a uomini “testardi e dal cuore indurito”. Israele ha un cuore di pietra, insensibile agli ammonimenti di Dio, ma nonostante ciò egli continua a mandare i suoi inviati: il profeta è allora segno di un amore che non abbandona l’uomo nella sua ribellione. Allontanandosi da Dio, Il popolo va verso la distruzione, da qui l’invito a convertire il proprio cammino ritornando a Dio. Anche se il popolo non ascolterà il messaggio di Ezechiele il profeta deve parlare, non può tacere, perché la sua missione rivela l’amore di Dio per il suo popolo, un amore che anche il profeta condivide. Questo irrimediabilmente comporta sofferenza e tormento nella vita del profeta, ma significa anche che Dio non abbandona i suoi inviati e che li accompagna e li sostiene proprio quando il cammino si fa più duro.

Il rischio del rifiuto

Anche nel Vangelo si fa riferimento al rifiuto del profeta. Subito prima la nostra pericope, l’evangelista Marco aveva narrato i successi che Gesù riscuoteva tra le folle in Galilea, Giudea ed anche nelle terre più lontani come l’Idumea e i territori di Tiro e Sidone (Mc 3,7-8). La prima tappa della predicazione di Gesù era iniziata con un successo, ma si era conclusa con un fosco presagio: farisei ed erodiani si erano messi d’accordo per ucciderlo (3,6). Sin dall’esordio del suo ministero, anche Gesù trova resistenza e opposizione da parte di alcuni gruppi di potere e al contempo riscuote successo soprattutto tra la gente semplice, coloro che si trovavano ai margini della società.

La diffidenza di chi è “vicino”

Il rifiuto degli abitanti di Nazareth è difficile da comprendere perché, dopo la decisione dei farisei e degli erodiani, Gesù aveva suscitato speranze di liberazione tra il popolo e nel gruppo dei discepoli. Tuttavia, nonostante il suo mistero sia accompagnato da segni e miracoli, i suoi concittadini si scandalizzano di lui e si domandano: “da dove gli vengono queste cose? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?”. La sapienza che traspare dal suo insegnamento suscita diffidenza. Siamo davanti non al rifiuto da parte di nemici o all’indifferenza di gente estranea, sono invece i suoi concittadini, la sua gente a rifiutarlo. Lo hanno visto crescere, lo conoscono e non sono disponibili a mettere in discussione le loro idee su di lui. Essi “sanno”; proprio perché sono convinti di conoscere tutto, ritengono di non essere chiamati a discernere i segni, mentre la gente dell’Idumea e dei territori di Tiro e Sidone, cioè i lontani, sono capaci di riconoscere nelle opere compiute da Gesù il rimando alla sua identità. Ancora una volta i profeti vengono rifiutati sulla base del calcolo politico e religioso, ma Dio suscita profeti dove lui vuole e “figli di Abramo anche dalle pietre” (Mt 3,9), perché, scrutando i segni, possano ricordare a tutti noi che “resta poco della notte perché il sole sta già inondando l’orizzonte” (Don Tonino Bello).

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