Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Rocco Gumina

Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica.
Rocco Gumina

La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente smascherato i limiti dell’odierna stagione politica. In Italia, la personalità di Mario Draghi ha messo d’accordo tutti, o quasi, ma la nostra repubblica non può basarsi soltanto su “salvatori della patria” seppur di autorevole profilo. Occorre altro a partire da un nuovo protagonismo dei partiti, dei corpi intermedi e della cittadinanza.

Dell’attuale momento politico, discutiamo con Rino La Placa. Già dirigente scolastico e deputato all’Assemblea Regionale Siciliana, La Placa è stato fra i più stretti collaboratori di Piersanti Mattarella. Attualmente è presidente dell’Associazione degli ex deputati all’ARS.


 – On. La Placa, lei ha vissuto diverse e difficili stagioni della politica siciliana e italiana. Dall’uccisione di Piersanti Mattarella alla “primavera di Palermo”, dalla fine della Democrazia Cristiana alla fondazione del Partito Democratico. Alla luce della sua esperienza, come valuta l’attuale stagione politica italiana?

Gli ultimi anni della vita politica italiana sono segnati dall’emergere del populismo e del sovranismo; sono gli anni della crisi dei partiti e della demotivazione alla partecipazione democratica. Dal mio punto di vista, la democrazia del n0stro Paese ne ha sofferto tanto ed io ho provato e provo tanta tristezza osservando il modo di svolgersi della politica nel nostro contesto sociale. Non c’è in me rassegnazione. Penso alla possibilità e al dovere di ciascuno di superare questa difficile fase. È necessario un impegno, forte e razionale, individuale e corale che superi lo scadimento della qualità del confronto e della dialettica modificando e rinnovando alcuni modi di essere e realizzando le necessarie riforme per una migliore funzionalità delle istituzioni democratiche. Il primo mutamento deve essere, però, nel modo di sentire e di vivere la politica. La politica deve rivelarsi come un servizio competente, da prestare insieme agli altri, non contro.

– Nel passato, la Sicilia è stata spesso definita come un “laboratorio politico” capace di anticipare lo sviluppo dei movimenti sullo scenario nazionale. La situazione odierna, a suo avviso, fa della nostra regione un modello futuribile per la politica italiana?

Con riguardo all’ambito regionale siciliano i rilievi critici espressi assumono, ai miei occhi, una dimensione di maggiore gravità. Alle negative modalità di confronto, spesso caratterizzate da autoreferenzialità, aggressività, continui cambi di collocazione politica individuale, scarsa progettualità va collegata una classe dirigente politica che non riesce ad aiutare la Sicilia nello sforzo di superamento della marginalità e dello squilibrio territoriale e sociale. Non si tratta di fare pagelle a singoli esponenti o, in modo generico, a tutta la classe politica non solo perché non se ne ha titolo ma anche perché ci sono, in tutte le formazioni, eccezioni lodevoli, non in grado – purtroppo – di modificare la complessa e critica realtà.

La Sicilia è stata tante volte “laboratorio” politico, che ha anticipato temi, scelte ed alleanze nazionali di rinnovamento, ma non mi pare che gli ultimi tempi ed il presente siano stati o siano idonei per significative innovazioni. L’esperienza di governo di Piersanti Mattarella alla fine degli anni settanta e quella della “Primavera di Palermo”, un decennio dopo, mi sembrano irripetibili anche nella somiglianza. Da parte mia mi sento ricco e privilegiato, avendo partecipato, con ruoli diversi, all’una e all’altra esperienza di rinnovamento della politica. Cosa resta dell’espressione “avere le carte in regola”? In che cosa si sostanzia il meridionalismo odierno? Chi scorge e chi coltiva l’entusiasmo partecipativo dei giovani?

– Fra i problemi della nostra democrazia, a qualsiasi livello, vi è la leadership. Oggi, leader solitari assumono il comando dei partiti e consumano – spesso in poco tempo – percorsi politici inizialmente di successo ma destinati ad inabissarsi nell’irrilevanza. A suo parere, perché la nostra società non riesce più a generare una classe dirigente in grado di avere una visione politica d’insieme come è avvenuto per buona parte della storia repubblicana?

È vero che la leadership si presenta oggi come un problema della democrazia perché è più competitiva che rappresentativa di valori e progetti, è narcisista, risente molto delle campagne mediatiche e coinvolge principalmente per cooptazione. Non nasce dal confronto, anzi anestetizza il dibattito e lo esaspera rendendolo spesso rissoso. Oggi i leaders comandano troppo, si consumano presto e spesso si dissolvono senza restare modelli per i giovani. Anche sotto questo aspetto la democrazia mostra le sue crepe. Dove è finito il sistema dei partiti della prima repubblica?

Vituperati (qualche volta anche da me), erano certamente bisognevoli di cure, ammodernamenti, riforme, ma non da cancellare senza valide sostituzioni. Avversando, genericamente, la “casta” si è inferto un duro colpo alla qualità della classe dirigente, perché la nuova è risultata più incompetente, di scarsa formazione e assai carente sul piano della motivazione al servizio. Non c’è certamente da fare alcuna attenuazione al contrasto e alla lotta al clientelismo, alla corruzione o alle turpi mercificazioni di alcuni modi di essere della politica, ma non si può cadere dalla padella nella brace. Migliorare e correggere sì, distruggere e rottamare tutto, no. Occorre riprendere le esperienze esemplari di tanti testimoni e protagonisti del tempo recente, ritornare alla voglia di politica come servizio, stimolare e valorizzare un esercizio di cittadinanza attiva, che spinga a un impegno politico serio, lungimirante e armonico. Nessuno si sottragga a questo compito e i giovani siano gli attori principali.

– In una recente pubblicazione dedicata alla figura di Piersanti Mattarella, lei ha affermato che il presidente della regione siciliana trucidato nel 1980 dalla mafia va fatto conoscere alle future generazioni. Perché è così rilevante trasmettere la sua testimonianza?

Ciò che sostengo per Piersanti Mattarella vale per tante altre figure esemplari, martiri e non. Ho conosciuto da vicino Piersanti Mattarella e mi sento un suo allievo perché la sua influenza nella mia formazione politica è stata enorme e decisiva.

Come professionista di scuola conferisco grande importanza ai modelli, ai punti di riferimento umani nella formazione dei giovani e valuto quanto sia grave non agevolare la conoscenza dell’esperienza umana e politica di Mattarella, presidente della Regione Siciliana, venuto a mancare per mano assassina. Il suo impegno politico e il modo con cui lo ha esercitato costituiscono – a mio avviso – un patrimonio da trasmettere ai giovani d’oggi, anche per approfondirlo e conoscerlo meglio.

– Politicamente lei è cresciuto, e si è affermato, all’interno della Democrazia Cristiana. È stato anche un importante esponente del rinato Partito Popolare Italiano. Dal suo punto di vista, quale contributo sono chiamati a dare oggi i cristiani in politica?

I cristiani in politica? Sì. Ormai da tempo il Magistero è chiarissimo. La politica non è terreno di perdizione. Fare politica è una nobile attività, la più alta espressione di carità; è un dovere di ciascuno contribuire al bene comune, è un servizio che qualifica. Papa Francesco nella “Fratelli tutti” si chiede: “Può funzionare il mondo senza politica?” E risponde sostenendo che abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, una politica sana, capace di riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche.

La mia esperienza comincia con la Democrazia Cristiana /corrente morotea/ e attraversa il PPI, la Margherita arrivando al Partito Democratico, dove dovevano confluire le grandi culture politiche progressiste del Novecento. Per fare alcuni nomi è stato il percorso di Castagnetti, Letta, Franceschini, Franco Marini, Rosy Bindi, Leopoldo Elia e tanti altri “cattolici democratici”. E’ stato il percorso di Sergio Mattarella prima di diventare il Presidente di tutti gli italiani.

Oggi non c’è un’aggregazione strutturata, un partito dei cattolici né può rinascere la Democrazia Cristiana. C’è e deve esserci una presenza di cattolici per offrire un doveroso e originale contributo allo sviluppo del Paese in forza di una visione cristiana della vita e dell’uomo. Mancando una struttura che accoglie i cattolici in politica, in quanto tali, ogni cristiano cerchi il posto dove meglio vivere ed esercitare la coerenza con i propri valori.

Per riflettere indico un tema: il Mediterraneo il più grande cimitero d’Europa (Papa Francesco). Affrontando questo tema si può sostenere qualsiasi formazione politica e rinunciare ad operare una scelta coerente? Non c’è una collocazione partitica certa e obbligatoria per il cristiano, ma c’è da tenere in gran conto il discernimento coerente in stretto rapporto con le opzioni personali e le responsabilità di ciascuno. Mi permetto ricordare che uno sguardo retrospettivo può essere di grande aiuto e la presenza dei cattolici democratici nella vita del nostro Paese è stata di grande rilievo ed utilità: i tratti distintivi del pensiero che ha animato le loro azioni possono ben illuminare anche il nostro difficile presente.

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