Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il Vangelo: Mc 4, 35-41

35In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». 36E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 37Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che moriamo?». 39Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». 41E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?».

La liturgia di questa dodicesima domenica del tempo ordinario ci presenta la reazione dell’uomo di ogni tempo davanti alle sue fragilità e alle prove della vita.

Nella profondità del mistero del cosmo: la prima lettura

Nella prima lettura, tratta dal libro di Giobbe, viene riportato il grande discorso divino che conclude il libro presentandone la chiave teologica: davanti al lamento di Giobbe, simbolo del dolore innocente, Dio accetta la sfida di rispondere all’uomo.

Non si tratta, in realtà, di una apologia personale o del suo operato, ma di una serie di interrogativi sulle ambiguità del mondo. Davanti al mistero l’uomo avverte la sua inadeguatezza e comprende che solo Dio può entrare nelle trame del cosmo e conoscerne il senso.

Nella parte del testo propostoci, Giobbe viene messo davanti al mistero della creazione: Dio conduce l’uomo a riconoscere, all’interno del creato, il suo limite invalicabile; l’essere umano, infatti, non può abbracciare i confini dello spazio e del tempo. Dio è il “totalmente altro” che mette l’uomo davanti alla sua limitata sapienza e potenza.

L’immagine del mare diventa allora un argomento per dimostrare l’infinita superiorità di Dio rispetto a ciò che l’uomo può fare: chi infatti, se non Dio, può limitare il mare e la sua potenza distruttiva? Non si tratta soltanto di riportare l’uomo al suo limite, ma queste immagini vogliono anche presentare una sapienza divina che precede l’uomo e non lo abbandona agli elementi distruttivi. Dio ha un piano sapiente che porta a compimento secondo il suo volere: si tratta di una sapienza che precede i nostri ragionamenti, che non possono spingersi oltre un perimetro circoscritto.

Davanti quindi alle forze oscure che sembrano governare la storia di ciascuno di noi e del mondo, l’uomo non è lasciato alla deriva, ma rimettendosi alla sapienza divina che lo precede, è chiamato a riconoscere che esiste una parola che dispone gli eventi secondo un ordine che egli non può comprendere, ma che non per questo è meno reale.

La signoria di Cristo sulle forze del mondo

La pericope evangelica permette un ulteriore approfondimento. L’episodio della tempesta sedata è riportato sia da Marco che da Matteo, ma mentre Matteo, dopo la tempesta e prima del miracolo riporta il rimprovero di Gesù per la poca fede dei discepoli, Marco prima descrive la tempesta, poi il miracolo e infine il rimprovero. Nella redazione marciana emerge la sottolineatura cristologica: Gesù domina la tempesta e mette i discepoli nelle condizioni di riconoscere la sua identità.

È notte. Gesù e i discepoli sono saliti sulla barca per attraversare il lago quando una tempesta improvvisa si scatena e le onde sembrano volerli inghiottire. I discepoli sono sempre più terrorizzati; consapevoli che si tratta degli ultimi istanti della loro vita, si rivolgono al Maestro, che nonostante la tempesta e il grande trambusto seguita a dormire. «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Gesù si rivela loro non come un maestro, ma soprattutto come il Signore a cui anche le forze della natura obbediscono. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

«L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle… Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai» (Papa Francesco).

Oltre la paura

Il luogo proprio della fede non è la brezza che accarezza, ma la tempesta: in un tempo di grandi turbamenti, in cui tutta la nostra vita precedente è stata messa in questione, nell’incertezza del futuro, la fede non offre certezze rassicuranti. La tempesta fa paura e il compromesso è il canto delle sirene che ci attrae. Ma non sono queste le vie del cristiano: il discepolo è colui che scommette sulla presenza e sulla sapienza di Dio, a cui obbediscono anche le più grandi tempeste della storia. «Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza» (Papa Francesco).

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