Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

All’indomani della nomina a presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, abbiamo intervistato Giuseppe Notarstefano. Ricercatore universitario presso la LUMSA di Palermo, da sempre impegnato in Azione Cattolica, Notarstefano è marito e padre e proviene dall’arcidiocesi di Palermo.

– L’Azione Cattolica accompagna da sempre la tua vita. A tuo avviso, come è cambiata in questi anni l’associazione ecclesiale più radicata sul territorio italiano?

L’Azione Cattolica nella sua lunga storia ha sempre cambiato per essere sempre se stessa: una forma di vita cristiana caratterizzata dal desiderio di contribuire all’edificazione della comunità attraverso la formazione delle coscienze, il dialogo intergenerazionale, l’amicizia sociale, la popolarità e la corresponsabilità nel servizio. Il suo radicamento nella vita delle chiese locali si è sempre tradotta attraverso una straordinaria generosità spesa in modo speciale nel servizio educativo e nell’animazione cristiana della vita della città nella prospettiva del Concilio Vaticano II. Proprio per questo in questi anni l’Azione Cattolica non ha esitato nell’assumere le indicazioni del magistero di Francesco a partire dall’invito ad essere “Chiesa in uscita” secondo le coordinate disegnate in Evangelii Gaudium. Abbiamo visto in questi anni, e particolarmente in questo periodo caratterizzato dalla pandemia, un’associazione molto resiliente, capace di rigenerarsi a partire dalla capacità di mettere al centro le persone e le relazioni fraterne, ma anche un servizio attento alle vulnerabilità e marginalità nei diversi territori del nostro Paese. Un’associazione che si mostra oggi con un volto giovane, che vive la fatica ma anche la bellezza di una laicità cristiana che ricerca sempre una sintesi ulteriore tra le tensioni, i conflitti e le contraddizioni di questo tempo consapevole che il Vangelo è oggi la grande buona notizia per l’uomo di questo tempo, che sceglie di abitare la vita sociale attraverso lo stile delle alleanze tra le diverse realtà associative non solo ecclesiali e che riconosce la sfida della conversione ecologica come opportunità per ripensare in modo più fraterno la convivenza civile.

– Nel messaggio di saluto dopo l’annuncio del tuo nuovo incarico di presidente nazionale dell’Azione Cattolica, hai sostenuto la grande importanza del servizio svolto attraverso la corresponsabilità e la cooperazione. Questioni importanti che aprono al grande tema della sinodalità. Perché, per la Chiesa italiana di oggi, è così importante la sinodalità?

La sinodalità è uno dei filamenti costituitivi del DNA ecclesiale e che oggi si traduce nel costruire spazi di ascolto e dialogo che siano inclusivi e che raggiungano tutte le persone perché sentano e vedano una comunità intenta a costruire un “noi” sempre più grande. Durante l’ultima udienza con il consiglio nazionale dell’Azione durante la XVII Assemblea nazionale, il Santo Padre ha riconosciuto l’Azione Cattolica come “palestra di sinodalità”, uno stile di discernimento da incarnare nella quotidianità e nella concretezza della vita associativa. Lavorare insieme e lavorare per “l’insieme”, cercare di raggiungere tutte le persone e tutte le dimensioni della persona, perché il Vangelo è per tutti e fiduciosi che il Signore “primerear”, cammina davanti a noi e ci attende nella Galilea delle genti anche in questo tempo così drammaticamente frammentato e talmente preoccupato del presente da aver dimenticato il futuro. Il percorso sinodale intrapreso sia a livello della Chiesa universale che a livello di Chiese in Italia è una straordinaria e preziosa occasione per tutta l’Azione Cattolica per rigenerare la propria scelta di essere una forma inclusiva e popolare che accompagna ciascuna persona a scoprire la gioia del Vangelo, restituendo fiducia nell’uomo, nella sua capacità di bene, nella sua attitudine “generativa” e nella sua naturale propensione ad “essere in relazione”.

– Nonostante il cambiamento di epoca in atto, il cattolicesimo continua a rappresentare una grande riserva di senso e di servizio per le nostre comunità. Le immagini dei “costruttori di ponti” o dei “giardinieri sapienti” rendono l’idea di quale possa essere il compito dei cristiani nelle odierne società. Concretamente, quali percorsi avviare alla luce di simili prospettive?

Penso che in primo luogo sia importante restituire alle persone la fiducia verso il futuro, verso la possibilità di attivarsi per migliorare positivamente e insieme la vita sociale, prendendosi cura “localmente e caso per caso” del bene di tutti. Diventa fondamentale promuovere un’autentica vita comunitaria: la pandemia ha svelato l’impostura della “tristezza individualista”, nessuno si salva da solo… ciascuno ha bisogno degli altri per vivere e per raggiungere non tanto il proprio “ben-essere” ma il proprio “buon-vivere”. Per questo sono sempre più importanti, a livello educativo e formativo, le esperienze di servizio, di volontariato e di cura che oggi possono esprimersi attraverso forme istituzionali che rigenerano il tessuto sociale e civile. In questo senso ritengo profetiche le iniziative che in questi anni ha cercato di modificare in profondità le pratiche economiche, sociali e amministrative e che sono state messe in luce nel percorso delle Settimane sociali, così come per certi versi la rete dei giovani di Economy of Francis e del Progetto Policoro.

– Come ci ricorda tanto papa Francesco quanto la Conferenza Episcopale Italiana, questo è il tempo per risvegliare la “passione cattolica” ovvero la passione per l’uomo. Nell’attuale clima culturale, sociale, economico e politico contraddistinto dalla pluralità come ripensare la “passione cattolica” per il mondo e per la storia?

Torna ancora – a mio parere – il tema del futuro, di nuove visioni di futuro come leggiamo nell’enciclica Fratelli tutti. Occorre un nuovo pensiero complesso, capace di contenere in modo più armonico le dimensioni poliedriche della realtà riscoprendo la politica come arte del dialogo e della discussione per la ricerca di soluzioni condivise. Ciò richiede una nuova “mistica” che si alimenti di contemplazione e di capacità di entrare in profondità nella vita. La scelta religiosa compiuta dall’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet per “attuare il Concilio” ci ha insegnato proprio questo: intuire e abitare la radice spirituale che è svelata a chi non resta in superficie, l’essenziale che orienta e da forma alle scelte concrete per il Bene Comune. I credenti oggi sono chiamati a lavorare in modo instancabile per percorsi di autentica fraternità, coltivando il dialogo come metodo fondamentale per affrontare in modo innovativo le questioni e le sfide che oggi sono poste all’umanità. Oltre la deriva tecnocratica ma anche oltre la semplificazione che spesso viene operata dai media sociali.

– Da sempre l’Azione Cattolica propone alla Chiesa tutta figure di testimoni credibili di Cristo nel mondo. Pensi sia giunto il tempo per riconoscere pubblicamente la santità di uomini impegnati direttamente in politica come Piersanti Mattarella?

Assolutamente sì… la figura del presidente della regione Siciliana assassinato dalla mafia, così come quella di Aldo Moro rappresentano due figure emblematiche per questo tempo: due esempi di “marturya” cristiana che ci impegnano nella memoria ma anche nel progettare una nuova stagione di responsabilità dei credenti a servizio di istituzioni più giuste.

(Visited 403 times, 18 visits today)

No Comment

You can post first response comment.

Leave A Comment

Please enter your name. Please enter an valid email address. Please enter a message.