Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il Vangelo del giorno: Mc 14, 12-16 e 22-26

12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo 14e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, gia pronta; là preparate per noi». 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua. […]

22Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. 25In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». 26E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

La liturgia della solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo mette in relazione la cena del Signore con l’alleanza che Dio aveva stabilito con il popolo di Israele.

La prima lettura: l’antica Alleanza del Sinai

Nella prima lettura è presentato il racconto dell’alleanza del Sinai, evento fondativo di tutto l’Antico Testamento: Mosé sparge il sangue animale del sacrificio metà sull’altare e metà su tutto il popolo; esso rimanda al principio vitale, perché la vita di ogni essere vivente è il suo sangue ( Lv 17,14). Il sangue sparso sull’altare e sul popolo rappresenta dunque la vita: entrambi i contraenti si legano in un patto di reciproca appartenenza. Segue quindi la rivelazione divina e la risposta del popolo di Israele, che si impegna a “fare” ciò che Dio ha detto; in questo modo Dio e Israele sono legati l’un l’altro in maniera tale che Dio si vincola ad essere il Dio di Israele e questi si impegna ad essere il popolo di Dio.

Questa alleanza permette ora ad Israele di vivere una nuova condizione, che i profeti descriveranno nei termini di una relazione d’amore, e anche quando l’alleanza verrà vissuta dal popolo in termini puramente formali e ritualistici, Dio non mancherà di ristabilirne la purezza originaria a motivo del suo amore.

Il profeta Geremia descriverà la nuova alleanza come un rinnovamento su basi nuove: se l’antica alleanza era segnata dall’incapacità dell’uomo di osservare i precetti della Torah – comandi scritti su pietra che non toccavano il cuore dell’uomo -, la nuova alleanza è impressa da Dio nel cuore stesso dell’uomo. Non si tratta di una contrapposizione tra antica e nuova alleanza, ma tra un passato segnato continuamente dalla violazione del patto e il futuro in cui Dio stesso agisce, perdonando e rinnovando.

Il Vangelo: La nuova alleanza a partire dall’istituzione dell’eucaristia

Il vangelo di questa domenica ci presenta il senso autentico dell’ultima cena celebrata da Gesù, inizio di un tempo nuovo che ricostituisce in maniera definitiva l’alleanza tra Dio e l’uomo peccatore.

Nel vangelo di Marco, il racconto dell’istituzione dell’eucaristia viene inserito in un contesto segnato dal tradimento di Giuda e dall’annuncio del rinnegamento di Pietro e di tutti i discepoli. Prima di mettersi a tavola con i suoi discepoli, “Giuda Iscariota, uno dei Dodici si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù”, e da quel momento “cercava come consegnarlo al momento opportuno” (Mc 14,10-11). Dopo aver consumato la cena pasquale con i suoi discepoli, mentre si recava al Monte degli ulivi, a Pietro che protestava davanti l’annuncio dello scandalo che da lì a breve si sarebbe abbattuta sui discepoli, Gesù predice il suo triplice rinnegamento (Mc 14,30).

A questa comunità di peccatori, Gesù offre il pane spezzato e il calice, chiara metafora della sua morte, in cui offre se stesso liberamente per ristabilire la comunione con Dio.

È un’offerta personale: “Questo è il mio corpo”, “Questo è il mio sangue”, non più il sangue di tori e di agnelli. Alla sua comunità, che lo tradisce e rimane scandalizzata, Gesù offre ancora una volta la sua compassione e il suo amore, accettandoli così come sono, accettando il tradimento e la condanna, il ripudio e la morte, in un amore che vive di ciò che dona. “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). L’eucaristia è il segno che Dio ha cominciato la sua opera e che la porterà a compimento: “In verità io vi dico, che non berrò mai più del frutto della vita e fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (Mc 15,25). E proprio nelle contraddizione della storia, quando la speranza sembra venire meno, l’eucaristia è per la vita del mondo (Gv 6,51), perché “abbraccia tutto l’universo e stringe a sé tutti i problemi dell’umanità, perché il corpo di Gesù è strettamente unito al corpo mistico che è tutta la Chiesa” (Card. Bassetti).

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