Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

La Scrittura, specchio della vita del monaco

Che la Scrittura sia essenzialmente “specchio” della vita del monaco è l’idea che troviamo espressa già nella Vita di Antonio, scritta da Atanasio di Alessandria, laddove riferisce che Antonio “diceva tra sé che l’asceta deve imparare sempre dalla vita del grande Elia, come in uno specchio (hos en esóptro), la vita che egli stesso deve condurre.”

Adamo, Abramo, Giacobbe, Mosè, David, Elia, Isaia, Geremia, Giobbe, Daniele, Giovanni il Battista, la cananea, Maria la madre di Gesù, Maria Maddalena, il pubblicano, il buon ladrone e altri ancora, fino allo stesso Gesù Cristo, diventano modelli di comportamento e veri e propri “precursori” del monaco.

Il monaco, quale ‘divoratore avido’ della parola del Signore, da una parte è chiamato a riconoscere in tali esempi le virtù ascetiche che egli stesso persegue, dall’altra a coinvolgersi a tal punto con la loro vicenda da considerare la loro storia come propria e la propria storia come la loro.

Un tale disse a Giovanni il Persiano: «Abbiamo tanto faticato per il regno dei cieli: riusciremo dunque a ereditarlo?». L’anziano disse: «Io confido di ereditare la Gerusalemme di lassù che è iscritta nei cieli (cf. Eb 12,23). Colui che ha promesso è fedele (Eb 10,23): perché dovrei dubitare? Sono stato ospitale come Abramo, mite come Mosè, santo come Aronne, paziente come Giobbe, umile come David, eremita come Giovanni, incline alle lacrime come Geremia, maestro come Paolo, fedele come Pietro, sapiente come Salomone; e credo come il ladrone che colui che per la sua bontà mi ha donato tutto ciò, mi accorderà anche il regno dei cieli».

Poiché infatti la perfetta conformazione a Cristo rimane la meta finale, il cammino di avvicinamento può prevedere anche dei modelli intermedi, fino alla piena identificazione in Cristo.

​La Parola scende nel profondo e fa risuonare una chiamata

Sembra dunque plausibile che proprio il Salterio, in cui parola di Dio e parola dell’uomo si incontrano e diventano vox Christi, sia divenuto il modello di appropriazione dell’intera Scrittura e abbia favorito questa lettura “a specchio”, nella quale la conoscenza della parola di Dio procede e si approfondisce di pari passo alla conoscenza di sé e viceversa.

Si può dire che i monaci del deserto, in maniera più o meno consapevole secondo le diverse fasi della tradizione dei “Detti dei padri”, abbiano costruito una sorta di mistagogia della vita monastica attraverso le parole della Scrittura. Ai loro occhi il “mistero” della vita del monaco si cela e si disvela in speculo Scripturarum, secondo l’espressione cara ad Agostino.

La maturità monastica è raggiunta quando il monaco sente risuonare nella Parola un appello a un coinvolgimento personale rivoltogli dal Signore stesso; quando arriva a comprendere che la sua immagine, la sua vera vita è lì dentro, nelle Scritture. Il monaco dunque si lascia possedere dalla parola di Dio, che «penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12), e, finalmente nudo, come creatura appena nata, si conosce e riconosce il suo vero essere in Dio.

​Giungere alla pienezza

È in tale adempimento, nella vita pienamente “realizzata” secondo la volontà del Padre espressa nella Scrittura, che si può cogliere il senso ultimo dell’esperienza della Scrittura da parte dei padri del deserto. È qui che anche il “gioco degli specchi” si compie: è ormai la vita stessa dell’uomo, reintegrata nella sua purezza creazionale, a essere specchio della Scrittura e a riflettere la luce divina. Lo testimonia la tradizione stessa dei “Detti dei padri” quando ci mostra anziani giunti alla pienezza e divenuti nella propria stessa carne sintesi ed esegesi vivente dell’intera Scrittura, come abba Pambo, il quale arriva a unire in sé l’immagine gloriosa di Adamo (evidentemente prima della caduta), lo splendore di Mosè e la luce trasfigurante di Cristo. Si racconta, dell’abba Pambo che, come Mosè il cui volto fu glorificato (cf. Es 34,29), ricevendo così l’immagine della gloria di Adamo, così anche il volto di abba Pambo splendeva come una folgore (cf. Mt 17,2) ed era come un re seduto sul suo trono (cf. Sal 46 [47], 9). Lo stesso avvenne anche per abba Silvano e abba Sisoes.

Giovanni Cassiano, nelle sue “Conferenze”, afferma che: «Ricevendo in sé tutti i sentimenti contenuti nei salmi [il monaco] comincerà a cantarli con tale intensità da ripeterli con profonda compunzione del cuore, come se non fossero stati composti dal profeta ma da lui stesso, come una sua personale preghiera, o almeno da ritenerli indirizzati alla sua persona e riconoscere che le loro parole non si sono adempiute soltanto allora per mezzo del profeta o nel profeta, ma si realizzano e si adempiono ogni giorno in lui … Tutti questi sentimenti li troviamo espressi nei salmi, al punto che, vedendo tutto ciò che ci è capitato come in uno specchio purissimo, lo riconosciamo in modo più chiaro e così, istruiti dai nostri stessi sentimenti, palpiamo la realtà di quelle cose non perché ne sentiamo parlare, ma perché le abbiamo viste personalmente».

​La vita in sequela

Da quanto si è soltanto appena accennato, si comprende che accostarsi alle Vite dei padri o delle madri, è incontrare chi ha colto serissimamante che il senso della vita èil ritorno all’Eden: riconquista del dominio sulla creazione in virtù della nuova innocenza che si riceve nel battesimo e produce il frutto dell’obbedienza appunto come “ritorno a Dio”; è “Sequela del Cristo”; la “fatica” quotidiana del loro vivere è vissuta come partecipazione alla passione del Cristo; la radicalità della loro scelta consente di assimilare la vita dei padri e delle madri del deserto a quella dei martiri; è Escatologia: lotta quotidiana contro il demonio per vivere protesi verso il ritorno del Signore, attendendo e affrettando la parusia del suo giorno (2 Pt 3, 14). Queste realtà vissute nel nascondimento, quotidianamente, costituiscono l’essenza del cristianesimo, ma ancor più della vita monastica. Se «non sono del mondo» (Gv 17, 16) quelli che il Signore ha separati e consacrati nel battesimo, tanto meno devono esserlo quelli cui il Signore ha chiamato a testimoniare che «il tempo si è fatto breve» (1 Cor 7, 29) e che «l’apparenza di questo mondo passa» (ibid., 31).

Se da una parte il monaco è proteso verso la consumazione di tutta la realtà nell’ultimo giorno, accoglie tuttavia e vive l’insegnamento neotestamentario secondo cui la grande lotta escatologica è già in atto. Cristo e Satana sono i due antagonisti che combattono personalmente e direttamente l’uno contro l’altro. Anzi, la lotta è già stata consumata sulla croce e il Cristo ha trionfato definitivamente; ma essa continua a svolgersi nel suo corpo che è la Chiesa fino alla fine dei giorni, quando Satana non avrà più alcun potere sull’uomo. I padri del deserto sono ben consapevoli che i protagonisti della lotta sono prima di tutto più grandi di loro e al di fuori di loro.

​L’azione e la parola dei santi

Contro le tentazioni, è solo nel Nome di Cristo, con la sua croce, con la sua forza, con le sue parole, che il monaco può lottare e vincere.

Col segno della croce infatti gli anziani cacciavano demoni e operavano guarigioni. Su questa base dunque gli anziani interpretano tutta la propria vita come momento della grande lotta escatologica già in atto, ciascuno si sente in essa personalmente coinvolto istante per istante e partecipe della forza vittoriosa del Cristo.

Il grande Antonio avrebbe detto: «Le Sacre Scritture sono sufficienti alla dottrina, ma è bello che noi ci esortiamo gli uni gli altri nella fede e che ci incoraggiamo con le parole». Egli afferma così da un lato che le Sacre Scritture contengono la pienezza della rivelazione, dall’altro che la parola carismatica dell’anziano è un tramite efficace della forza divina.

Se l’uomo è così trasformato in Dio da essere veramente un “altro Cristo”, non un’immagine, ma una presenza reale e privilegiata di Lui, egli parla parole di Dio, sia che pronunci parole della Scrittura, sia che dica parole che nascono dal suo cuore. La Parola di Dio non perde la sua trascendenza e il suo mistero, ma è come deposta nell’uomo così deificato; cessa qualsiasi antinomia con la parola dell’uomo. Il perno del discorso è sempre la centralità dell’incarnazione, che fa camminare in novità di vita (cf. Rm 6, 4) e rende cristiformi: «santi, in cui parla il Cristo».

La rivelazione contenuta nelle Scritture è unica, completa, irripetibile. Ma i santi “pneumatofori”, docili all’ispirazione divina, la rendono in qualche modo presente e attuale a ogni generazione con un grado nuovo di certezza e con sempre nuove esplicitazioni.

​“Portare la Scrittura in tutti gli angoli della vita”

Ci pare bello concludere con una riflessione di Jeremy Driscoll, padre benedettino a noi contemporaneo, in occasione di un seminario sul tema, svoltosi in Comunità: «Noi non leggiamo la Scrittura perché i padri hanno detto di farlo, piuttosto leggiamo i padri perché ci aiutano a leggere la Scrittura. Il senso più profondo della Parola di Dio è lo scopo della ricerca (…) una ricerca che non può essere solo freddamente scientifica. Per raggiungere questo senso bisogna aprire il cuore ed estendere i versetti della Scrittura ad ogni angolo della nostra vita. Agli angoli più intimi: quelli più sporchi e quelli più belli. Alle parti attraenti della mia personalità, al mio corpo, alla mia storia e a tutte le stagioni della mia vita: la mia giovinezza, la mia mezza età, la mia vecchiaia. In tutti questi angoli della mia storia va portata la Parola di Dio. E proprio per il modo sorprendente con cui i detti dei padri ci insegnano a leggere la Scrittura sono convinto che questi detti possono aiutarci a portare la Scrittura in tutti gli angoli della nostra vita».

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