Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Pubblichiamo, con qualche giorno di ritardo, questo contributo di A. Cavadi sulla discussione sul disegno di legge Zan iniziata la settimana scorsa con il Chiaroscuro di G. Savagnone, in relazione a cui questo articolo fornisce una risposta ed un’interpretazione critica.
La Redazione


Sul disegno di legge Zan è stato scritto molto, troppo. Solo per la stima intellettuale e umana verso il mio amico Giuseppe Savagnone mi decido ad aggiungere, telegraficamente, qualche osservazione critica sul suo articolo in proposito.

  1. Giustissima la sua considerazione sul “carattere fortemente simbolico e pedagogico che la nuova legge avrà”: come ogni legge, esprime un livello di coscienza sociale ma, a sua volta, lo conferma e lo incrementa;

  2. Altrettanto fondata la tesi che, nella giornata contro l’omofobia, passerà l’idea che “è una questione di ‘civiltà’ riconoscere la perfetta equiparazione etica e giuridica tra omosessualità ed eterosessualità” (idea che dovrebbe contro-bilanciare il grave “condizionamento” culturale che induce i cittadini, sin dalle scuole elementari, a supporre il contrario). A me pare un passo in avanti evolutivo (dal punto di vista scientifico, etico e politico): perché invece a Giuseppe Savagnone sembra un passo indietro? Perché a suo parere la legge non si limita a “rivendicare la dignità umana di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali”, ma “pone le basi per una educazione capillare e totalitaria alla cultura dell’indifferenza sessuale”. La prova? Il “concetto cardine del testo (ma anche, in realtà, di tutta la teoria del gender)”, che è quello di «identità di genere». Ma è una prova che prova troppo e, dunque, nulla. Mi spiego. Il diritto alla proprietà privata, riconosciuto dalle Rivoluzioni moderne (inglese, americana, francese), ha emancipato il cittadino dall’assolutismo regio del sovrano come padre-padrone di tutti i beni dentro i confini di uno Stato. Alcune teorie politiche (come la Dottrina sociale cattolica o il Socialismo liberale) lo intendono in un modo, altre teorie politiche (come l’Anarco-capitalismo o il Fascismo) lo intendono in un altro modo. Chi diffida di alcune interpretazioni, è obbligato a rinunziare tout court a difendere tale diritto elementare? Personalmente penso di no e sono sicuro che Giuseppe Savagnone condivide questo dovere di discernimento: il fatto che col fuoco si possono incendiare intere città non ha mai convinto nessuno a privarsene radicalmente e permanentemente. Distinguere l’identità sessuale (biologica) dalla “identità di genere” (sociologico-culturale) è un’acquisizione scientifica e pedagogica indiscutibile: e tale resta se qualcuno la brandisce come una clava per usi impropri.

  3. Quando nel disegno di legge Zan leggiamo che per “identità di genere” «si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso», ci troviamo di fronte a una formulazione ambigua che – a mio parere – andrebbe chiarita. Su questo concordo con Savagnone e con tutte le associazioni femministe che hanno evidenziato tale ambiguità. Ma una cosa è esprimere meglio la distinzione fra ‘sesso’ e ‘genere’ e tutta un’altra cosa è negare che tale distinzione sia fondata sull’esperienza antropologica e preziosa per ogni strategia pedagogica. Nell’ultimo anno ho scritto due libretti – uno per gli educatori (L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato) ed uno per gli adolescenti (Né Principi azzurri né Cenerentole. Le relazioni di ‘genere’ nella società del futuro) per illustrare la geniale intuizione di Simone de Beavoir che “femmina si nasce, donna si diventa” (cui corrisponde, dovrebbe corrispondere se fossimo una società più matura, che “maschi si nasce, uomini si diventa”): mi perdonerete se, non solo per narcisismo, rimando a quelle pagine per le argomentazioni ulteriori.

  4. Non senza segnalare una mossa attuata, senza avvertire nessun lettore, da Savagnone. Per rafforzare le proprie tesi, infatti, egli passa da una questione ‘aperta’ (la differenza fra identità sessuale e identità di genere) a una questione ‘chiusa’ da decenni: la “teorizzazione dell’omosessualità come equivalente alla eterosessualità”. Ma che c’entra questa tematica? Riguarda un punto di vista terzo rispetto ai due sinora in esame: non il sesso, non il genere, ma l’orientamento affettivo-sessuale. Veramente vogliamo ancora discutere se l’omosessuale e l’eterosessuale hanno la possibilità psico-fisica di essere altrimenti? E dunque se dal punto di vista morale e giuridico vanno trattati esattamente sul medesimo piano? “I corpi, con la loro struttura biologica morfologica, hanno un loro racconto che deve essere ascoltato e non può essere messo tra parentesi”: così asserisce, giustamente, Savagnone. Ma per dire che il racconto del corpo ‘eterosessuato’ va ascoltato e il racconto del corpo ‘omosessuato’ va messo fra parentesi. No, questo capitolo – mi si perdoni – non intendo neppure aprirlo: me ne vergognerei al cospetto di tutti i miei amici e le mie amiche omosessuali, come mi vergognerei di discutere se i neri o gli ebrei hanno gli stessi diritti dei bianchi o dei non-ebrei.

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