Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Alfio Briguglia

Laureato in ingegneria e filosofia ha insegnato matematica e fisica nei licei scientifici. Attualmente è direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale dell’Educazione, Scuola e Università.
Alfio Briguglia

La pandemia e le sue crisi

Da un anno a questa parte tutte le organizzazioni sanitarie, i governi, gli scienziati ballano su un ritmo prima sconosciuto e per il quale non erano preparati: la prima pandemia dell’antropocene tecnologico.

Se prima rischiavamo un delirio di onnipotenza – a parte una frangia limitata di negazionisti e terrapiattisti –, sicuri delle nostre risorse tecnologiche, adesso viviamo disorientati di fronte all’incertezza degli scienziati, dei medici, dei governi e alla perdita di parenti e amici, stroncati da un virus killer insidioso e mutevole.

Monta anche la rabbia sociale di chi ha perso il lavoro, dei poveri che sono diventati più poveri, a fronte di ricchi sempre più ricchi. Si allarga la forbice tra nord e sud. Donne e giovani sono penalizzati. Antiche e nuove ingiustizie diventano palesi. Di fronte a chi dice: “siamo sulla stessa barca” si precisa: “siamo nella stessa pandemia, non nella stessa barca!”.

Le mosse da ballo impacciate di chi dovrebbe “sapere” hanno evidenziato i limiti di un affidamento acritico ai poteri della tecnoscienza. Poteri enormi, ma pur sempre circoscritti e limitati.

A fronte di una concezione mitica del sapere scientifico si è evidenziato il limite epistemico della scienza e il ruolo decisivo delle scelte politiche. L’incertezza dei politici, però, ha disorientato molti.

La conoscenza scientifica procede per prove ed errori, non fornisce certezze assolute a priori

Chi pensava che la parola di uno scienziato fosse verità scolpita nella roccia in modo definitivo – questo non lo hanno mai pensato gli scienziati – ha dovuto constatare con stupore e disorientamento che la schiera dei virologi che si alternavano sul piccolo schermo a volte sembrava sparare sul mucchio, cercando protagonismo, più che adoperare pinze sottili, tirare a indovinare il futuro, più che argomentare con cautela sul presente.

“Scienza” è un contenitore troppo grande per attività di ricerca che sono molto diverse tra loro. Alcune discipline scientifiche non si basano su sicure relazioni di causa ed effetto, ma su correlazioni studiate su modelli semplificati, su algoritmi gestibili, che devono poi essere messe alla prova dei fatti.

Così avviene soprattutto per i nuovi farmaci, come i vaccini anti Covid-19. L’efficacia tradotta in numeri è un dato statistico, come dato statistico sono gli effetti collaterali.

Le conoscenze e le tecniche che hanno permesso di creare vaccini in tempi record adesso si trovano di fronte ad una popolazione che supera enormemente il campione messo alla prova. Parliamo di circa quarantamila individui sottoposti a prova a fronte di milioni di persone vaccinate. Mai nessun farmaco aveva compiuto in modo così rapido questo salto da migliaia a milioni di individui sottoposti a trattamento. Poiché siamo realtà complessa con caratteristiche individuali specifiche è naturale aspettarsi che si manifestino reazioni e complicazioni individuali impreviste, che solo i grandi numeri possono rilevare.

La governance politica è insostituibile dalla tecnica

Di fronte alle decine di decessi messi in correlazione con la somministrazione dei vaccini (non solo AstraZeneca) gli scienziati possono indagare e suggerire correlazioni o ipotizzare cause dirette. Possono suggerire comportamenti prudenti, possono rassicurare o allarmare. La scelta, però, sul che fare passa alla fine ai politici. Questi hanno prima sospeso il vaccino AstraZeneca e poi lo hanno riabilitato, oppure hanno ristretto la fascia di sicurezza della somministrazione.

Spettava a loro e a nessun altro decidere. Come avviene in tutto il mondo con le scelte di lockdown parziale o totale, diversificate da nazione a nazione, da regione a regione, in modi più o meno opinabili, ma comunque politici.

A tutti i livelli la vita associata e la ricerca scientifica dipendono dalla politica. Lì dove un bene o più beni comuni sono in questione è necessaria una decisione saggia, un discernimento prudenziale.

Il politico si occupa per definizione del bene della polis ed è sempre chiamato a fare una scelta, che non è mai esente da rischi e che può rivelarsi non la migliore possibile. A volte deve scegliere il male minore, che finisce per penalizzare alcune categorie di cittadini.

Nel caso del vaccino AstraZeneca si trattava di capire se i vantaggi della vaccinazione di massa erano superiori ai rischi di decessi possibili e se il rischio rientrava entro quei margini di tolleranza che riguardano tutte le scelte che quotidianamente compiamo.

Un noto virologo l’altro giorno in televisione chiedeva se ci rendiamo conto di quanto sia rischioso salire su un’auto o camminare per le strade. E gli esempi si possono moltiplicare. Di fronte al rischio occorre scegliere, decidere per sé e per altri. Il politico è stato eletto e delegato a scegliere per tutti i cittadini.

La politica non è un’intrusa nel mondo della scienza, un disturbo rispetto alla saggezza degli scienziati.

La politica spesso è “a monte” dei progressi scientifici

Forse non ci rendiamo conto di quanto la politica influenzi anche le scienze più “dure”, più legate a leggi matematiche garanti della relazione di causa ed effetto. Il 6 marzo 2013 il cittadino comune è stato chiamato da Fabiola Gianotti, portavoce dell’esperimento Atlas, a rallegrarsi per la scoperta di una particella “fondamentale”, il bosone di Higgs, chiamato impropriamente “particella di Dio” (o “del diavolo”, secondo la l’appellazione originale).

Nessuno si è chiesto però quanto costi all’Italia tutto l’apparato del CERN di Ginevra, quanti fondi sono necessari per costruire macchine acceleratrici e rivelatori e sostenere i diciassettemila tra scienziati, ingegneri, tecnici che formano una vera e propria cittadella della ricerca. L’Italia partecipa annualmente in maniera consistente al mantenimento del CERN. Si tratta di parecchie decine di milioni di euro, parte dei quali rientrano in commesse alle industrie italiane. Adesso è in progetto una macchina dieci volte più potente dell’attuale LHC cui si deve la rivelazione del bosone.

Sono soldi pubblici che potevano essere impiegati diversamente. È stata una scelta politica, fatta dall’Italia nell’immediato dopoguerra, a spingere risorse economiche, organizzative, intellettuali verso Ginevra. L’avanzamento in una determinata direzione della conoscenza dipende da scelte politiche.

Sono soldi ben spesi? La risposta è filosofica e politica. Per lo scienziato impegnato sul campo è chiaramente positiva.

Leonardo da Vinci aveva bisogno dei finanziamenti di Ludovico il Moro per le sue macchine; ma tanti piccoli ricercatori e scienziati del Cinquecento e del Seicento lavoravano con strumenti fatti in casa. Si pensi alla strumentazione minima di Galileo Galilei per mettere alla prova la legge del moto di caduta dei gravi. Oggi non è possibile fare ricerca senza consistenti finanziamenti, senza scelte politiche che valutino urgenze, necessità, prospettive future, valori culturali.

In America, nel secolo scorso, il progetto di un grande acceleratore, tre volte più lungo di quello di Ginevra, fu bloccato, dopo che il tunnel era stato costruito, anche in seguito alla diatriba tra un premio Nobel come S. Weinberg e un altro premio Nobel come Ph. Anderson, ognuno perorante la causa del proprio campo di ricerca. Ambedue fisici, si impegnarono in una discussione, che divenne anche una discussione filosofica su riduzionismo e complessità, circa la opportunità di destinare fondi pubblici alla fisica delle particelle elementari o alla fisica della materia condensata.

Alla fine furono i politici a decidere. La costruzione fu bloccata e il CERN rimase leader mondiale nella fisica delle particelle.

Gli effetti sugli ‘altri’ delle scelte politiche sulla ricerca e sulla tecnica

Anche dietro la rivelazione di onde gravitazionali, il lancio di satelliti scientifici, la costruzione di grandi osservatori astronomici o l’impresa spaziale c’è sempre una scelta politica su quello che può essere considerato il bene di una collettività.

E che dire della scelta di investire nella progettazione di armi sempre più sofisticate? Le guerre ci sono sempre state, quasi come naturale corredo della civiltà. Le guerre moderne però sono vere carneficine di civili, frutto di scelte politiche di governi “illuminati”, dell’investimento nella tecnologia della guerra: meno soldati morti e stragi di civili. Scegliere di studiare nuove armi, produrle, esportarle è scelta politica che incrementa la ricchezza di una nazione. Il nostro benessere di Italiani è pagato anche da tutte le vittime innocenti delle guerre “intelligenti”, vittime nate per caso nel posto sbagliato.

Tra parentesi, lo sviluppo del mondo occidentale è stato possibile anche grazie alla mano d’opera a basso costo fornita da veri e propri schiavi e dalla colonizzazione dell’Africa, considerata nell’Ottocento come consegnata da Dio all’arbitrio delle potenze europee. Non dimentichiamolo, quando gli abitanti di quel continente battono alle nostre porte!

L’impatto pubblico delle politiche di sviluppo e ricerca

Come conviene indirizzare e investire fondi pubblici? Qual è il bene primario da difendere? Come equilibrare la distribuzione delle risorse tra lo sviluppo tecnologico, la ricerca scientifica, l’ammodernamento del paese, l’istruzione pubblica, il sistema sanitario, la lotta alla povertà e alle diseguaglianze, l’aiuto ai paesi in difficoltà?

In alcuni casi è evidente come la politica con le sue scelte influenzi la vita dei cittadini. Pensiamo alle scelte industriali sulla green economy, alla decisione se costruire o meno un inceneritore, se disboscare per avere più campi a disposizione a pro della alimentazione mondiale (nel caso migliore) o se evitare di intaccare le risorse boschive, necessarie per il riciclo della CO2. Nel nostro piccolo di cittadini palermitani, pensiamo alle discussioni sulla decisione di finanziare altre linee di tram o allocare diversamente le risorse, di aprire o meno nuove strade, di gestire in un modo o in altro un immobile pubblico. È inutile continuare negli esempi!

Sono casi nei quali l’impatto pubblico è evidente. In altri casi non ci rendiamo conto di come le scelte politiche influenzano ed influenzeranno le nostre vite e quelle dei prossimi abitanti della terra; la linea causale delle scelte che conduce passo passo fino alla vita di tutti i giorni non è spesso evidente.

La politica dei cittadini

Ma politiche non sono solo le scelte dei nostri amministratori. Anche noi siamo chiamati a fare scelte politiche ogni giorno. Le nostre scelte rimarranno scritte nella memoria personale, in quella delle relazioni con gli altri, nell’ambiente, nel nostro corpo, nel linguaggio. Le conseguenze positive o negative le registreranno i nostri figli e nipoti. Quando facciamo acquisti, quando decidiamo di limitare l’uso di mezzi privati di trasporto, quando confezioniamo i nostri sacchetti della spazzatura, quando invadiamo i social di parole che non costruiscono relazioni o addirittura le distruggono, quando decidiamo di fare un gesto civile, anche se scomodo, noi facciamo scelte politiche, perché sono scelte che renderanno più o meno vivibile la polis.

Fa parte di un certo genere letterario prendere in giro i politici, per ridere un po’. Ma dovremmo renderci conto del fatto che, dopo la sana risata, occorrerebbe un impegno diverso, attraverso tutte le azioni che possiamo compiere in base alle relazioni nelle quali siamo coinvolti, attraverso le associazioni di cui facciamo parte o di cui siamo responsabili, attraverso scelte di voto oculate… Altrimenti le nostre risate sarebbero la spia di un qualunquismo rinunciatario e delegante.

Dovremmo avere ben chiaro che se la consapevolezza della pervasività della natura politica delle nostre scelte non diventa per noi un ambiente mentale consolidato i comportamenti nostri e quelli dei deputati per elezione a scegliere per tutti, inevitabilmente, renderanno la vita delle nostre città meno vivibile con conseguenze che alcuni, più esposti, più fragili, più poveri, sentiranno bruciare sulla propria pelle.

Una maggiore attenzione alla politica, dovuta alla consapevolezza della nostra vulnerabilità

Ma dovremmo anche comprendere che non possiamo evitare di affidarci ai politici. Nessuna avanzata conoscenza scientifica può esimerci alla fine da scelte responsabili e rischiose anche se prudenti.

Questa pandemia, che ci affligge da più di un anno, porterà con sé alcune acquisizioni positive. La ferita subita, le fragilità e l’impotenza sperimentate, costituiranno un patrimonio di consapevolezza da non disperdere. Forse una più attenta consapevolezza alla politica sarà un altro bene collaterale del danno subito. Mai come in questi mesi siamo stati attaccati a Tv e giornali per seguire le decisioni dei nostri politici, i DPCM, le crisi di governo che ci hanno tenuti in sospeso sull’orlo di una catastrofe sociale ed economica, gli interventi del Presidente della Repubblica. Mai come in questi mesi abbiamo sperato nella emergenza di figure di rilievo, che dessero di nuovo dignità alla politica.

È sperabile che tutto questo lasci in qualche cittadino di buona volontà il desiderio di vivere la politica come qualcosa che riguardi direttamente le nostre città vissute non come il fuori delle vie nelle quali andiamo a passeggiare, ma come la nostra stessa casa, quella abitazione nella quale viviamo insieme, intessiamo relazioni, costruiamo quella “amicizia civile” auspicata da papa Francesco nella sua ultima enciclica.

Ci eravamo abituati al basso profilo, se non alla meschinità e ristrettezza mentale dei nostri rappresentanti. Poteva sembrare ai più giovani che la politica fosse questo, e, ai più anziani, che l’epoca dei De Gasperi, dei Moro, dei Berlinguer, fosse irrimediabilmente tramontata, che il comportamento rissoso, ciarliero e narcisistico dei nostri politici fosse lo standard di qualunque politico.

Ma la sfiducia dei cittadini nella politica fa avanzare la cattiva politica.

Improvvisamente abbiamo visto che lo stile, il linguaggio, le scelte attente al bene comune e non a quello del partito o della propria collocazione personale, della propria leadership erano ancora possibili. A torto o a ragione (lo vedremo) la convergenza verso Mario Draghi ha avuto il sapore di una rivelazione: “un mondo diverso è possibile!”.

Potrebbe essere un esempio trascinante per nuovi stili di rappresentanza politica?

Speriamo!

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2 Response Comments

  • Roberto Rinciari  aprile 11, 2021 at 1:01 pm

    Bellissimo articolo, può considerarsi un testo fondamentale di educazione civica in grado di stimolare numerosi temi legati alla cittadinanza attiva.
    Leggendolo mi riecheggiavano le parole di una famosa canzone di Giorgio Gaber : “libertà è partecipazione”.

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