Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

Il testo del Vangelo: Mc 1, 40-45

40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Per capire il significato di questo, che è fra i primi miracoli di Gesù narrati nel vangelo di Marco, bisogna ricordare che la lebbra era per gli Ebrei qualcosa di più che una malattia. Il testo del Levitico che ne parla insiste sul fatto che il lebbroso è un simbolo vivente dell’impurità che rende un essere umano estraneo e perfino maledetto agli occhi dei suoi simili. Su di lui si immaginava pesasse la punizione divina. Viene alla mente l’immagine del capro espiatorio, l’animale che veniva caricato di tutti i peccati della comunità e mandato a morire nel deserto.

Perciò bisognava stare a distanza dai lebbrosi, non solo per non essere contagiati dalla malattia, ma anche per non essere contaminati da questa impurità, che avrebbe impedito di essere ammessi alle celebrazioni del culto.

La misericordia che ci compromette

Ciò che è essenziale perciò, nel racconto di Marco, non è tanto che il lebbroso venga guarito, ma il modo in cui ciò avviene. Gesù non si limita a compiere il miracolo restando a distanza – come pure, in altri casi, mostrerà di essere in grado di fare –, ma «tese la mano, lo toccò».

È la differenza tra la pietà (umana) e la misericordia (cristiana). Chi sperimenta la prima, si impietosisce delle sventure dei propri simili, li compiange, all’occorrenza offre loro dei mezzi per superarle, ma rimane nella sua posizione di superiorità, a partire dalla quale si china sull’altro.

La misericordia – così come il vangelo la rappresenta, attribuendola innanzi tutto a Dio – è invece un condividere la sorte del povero e del malato, facendosene carico personalmente e pagando sulla propria pelle questa condivisione. Gesù ha fatto questo nei confronti del lebbroso. Si è esposto al contagio e all’impurità tendendogli la mano e toccandolo. C’è qui un’anticipazione di quello che farà quando, condividendo la crocifissione con i disperati della terra, si farà – dice Paolo – «maledizione per noi» (Gal 3,13). Da ora in poi tutti i lebbrosi, tutti i “capri espiatori” mandati a morire nel deserto, potranno riconoscersi in quest’uomo che ha scelto di vivere la loro emarginazione.

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