Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

Il passo del Vangelo: Mc 1, 7-11

…e [Giovanni]7 predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. 8Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo». 9In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. 11E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Il silenzio di Marco sulle origini di Gesù

Il vangelo di Marco, a differenza degli altri due vangeli sinottici, che collocano la figura di Gesù in un contesto storico che ne presenta la genealogia nel tempo (una specie di “prologo terreno”) e di quello di Giovanni, che questa “genealogia” la pone nell’eterno rapporto tra il Logos e Dio, nel mistero trinitario (“prologo in Cielo”), fa entrare in scena il protagonista del suo vangelo senza alcuna presentazione che ne chiarisca l’identità. A meno che non si consideri tale l’oscuro annuncio del Precursore, che parla di uno «più forte» di lui che «battezzerà in spirito Santo» e non solo con l’acqua.

Poiché il vangelo di Marco è il più antico, è stato spontaneo chiedersi se il suo silenzio sulle origini umane e divine di Gesù non rispecchi una visione primitiva che le ignorava e faceva iniziare tutto con il battesimo. Gli evangelisti successivi, per conferire autorevolezza al personaggio, avrebbero cercato di sopperire a questa mancanza di radici collocandole indietro nel tempo – Matteo in Abramo, Luca addirittura in Adamo –, oppure in Dio stesso (Giovanni). Da qui la dignità messianica di Gesù come discendente di Davide e la sua nascita verginale, di cui parlano sia Matteo che Luca; da qui la sua identificazione con la Sapienza che aveva assistito Javhé nella creazione del mondo e che l’evangelista Giovanni ripropone attraverso il concetto greco di Logos.

Solo un essere umano chiamato alla comunione con Dio?

La conclusione logica di questo filo di pensieri sarebbe che è stato Marco il solo a dirci che era davvero Gesù: un artigiano di Nazareth che, presentatosi al Giordano per il battesimo, ebbe in quell’occasione una visione mistica che lo convinse di essere stato prescelto da Dio per una missione. La sua vocazione non si fonderebbe, dunque, su una sua preesistente identità di Messia e di Figlio di Dio, ma sulla “consacrazione” avvenuta in occasione del suo battesimo. Saremmo, insomma, di fronte a un uomo comune, che non ha mai pensato di essere né il Messia, né tanto meno il Figlio di Dio, divinizzato dai suoi discepoli dopo la sua morte per uno di quei processi di mitizzazione che nella storia non sono infrequenti.

Si muove in quest’ottica un noto pensatore ebreo, Martin Buber, il quale si chiede perciò quale abbia potuto essere il cammino che ha condotto «alla apoteosi, alla deificazione di Gesù». E lo individua nelle parole che egli ha detto a Nicodemo, un fariseo venuto a trovarlo di nascosto per interrogarlo sulla sua identità : «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio».

Commenta Buber: «Nell’universo simbolico ebraico “acqua e spirito” rimandano (…) alla situazione del mondo al momento della creazione: il soffio potente si infonde dall’alto nella potenzialità risvegliata della creatura e la porta all’esistenza». Ecco, secondo lui, quello che Gesù ha sperimentato nel battesimo: un rigenerazione, una “nuova creazione”, che ha fatto di lui un uomo nuovo, a cui Dio ha potuto dire : «Tu sei mio figlio». È di questa “figliolanza”, dice Buber, che Gesù è stato consapevole e ha inteso parlare con i suoi discepoli, che però lo hanno frainteso.

Logos: la Parola di Dio

Ma davvero la scena del battesimo presentata da Marco parla solo di un uomo che ha un’esperienza spirituale soggettiva, da cui poi sarà determinato il suo destino? Proprio l’accostamento fatto da Buber tra questa scena e il racconto della creazione suggerisce altro. Si dice in quel racconto che, mentre «lo Spirito aleggiava sulle acque», la Parola – il Logos – di Dio risuonò per trarre dal caos liquido le forme di tutte le cose.

Nella ricostruzione di Buber c’è l’acqua primordiale, c’è lo Spirito, ma manca la Parola. E si capisce, perché l’illustre studioso attribuisce a Gesù solo il ruolo di un destinatario di questa creazione. Ma, se si vuole veramente fare il parallelo tra Marco e la Genesi, bisogna che ci sia anche il Logos, la Parola. E questa, nel racconto di Marco non può che essere Gesù.

È vero, perciò, che l’evangelista, a differenza degli altri successivi, sembra non offrire alcun contesto storico o metafisico che “presenti” Gesù nella sua dignità messianica e divina. Ma, alla luce del testo della Genesi, ben presente «nell’universo simbolico ebraico», appare evidente che, nella laconicità del suo resoconto, egli ha dato del Signore la caratterizzazione teologica più completa, presentandolo, nell’episodio del battesimo, nel quadro della Trinità: «la voce dal cielo» (il Padre), il Figlio (a cui il Padre si rivolge), lo Spirito che dal Padre «discende verso di lui», unendo le due prime persone della Trinità.

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