Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

Il passo del Vangelo: Lc 2, 22-40

22Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. 25Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; 26lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28lo prese tra le braccia e benedisse Dio:
29«Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
30perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
31preparata da te davanti a tutti i popoli,
32luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele».
33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». 36C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. 39Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

Il Vangelo di oggi, festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, ci presenta un episodio particolare dell’infanzia di Gesù, che apre a noi una finestra sulla famiglia di Nazareth. Si tratta della presentazione al Tempio con cui, in osservanza alla Legge, ogni figlio primogenito era offerto a Dio: sicuramente è un episodio che spezza la quotidianità di una famiglia alle prese con un neonato. Ascoltiamo oggi annunci profetici su questo piccolo bambino, uguale a tutti gli altri bambini ma, allo stesso tempo, avvolto nel mistero agli occhi dei suoi stessi genitori.

Ogni figlio è di Dio

Il primo spunto di riflessione di questo brano evangelico riguarda il rito che si compie: l’offerta del nuovo nato a Dio. Riferirsi a colui che dona la vita, riconoscere che Dio è il Signore della vita, che Egli chiama alla vita gli uomini, sono atti simbolici che devono scuoterci. Nel clima culturale che viviamo, in cui la vita dei figli “appartiene” ai genitori e a essi è costantemente riferita, oppure in cui il figlio diventa un idolo, riconoscere la Signoria di Dio è quanto mai raro. Ogni uomo, ogni Figlio è di Dio: oggi è il Vangelo stesso che ce lo ricorda. In qualsiasi situazione esso si trovi. I mezzi della famiglia di Nazareth non bastavano per l’oblazione di un agnello, e, nella semplicità, offrirono due giovani colombe. “Offrire” il figlio a Dio, non per immolarlo su un altare, ma perché sia benedetto (Gn 22,12), libera l’uomo da possibili dinamiche famigliari asfittiche.

Incontri

Nel gran numero di persone che il Tempio di Gerusalemme ogni giorno accoglieva, Maria e Giuseppe fanno due incontri peculiari: un uomo giusto, mosso dallo spirito, che profetizza su Gesù, una anziana profetessa che loda Dio sul bambino. Lo stupore dei genitori è grande. Un uomo sconosciuto chiama il loro piccolo bambino “salvezza”, “luce” per rivelare Dio alle genti, “gloria” di Israele.

“Andare in pace”

La preghiera di Simeone è molto intensa, infatti la Chiesa la porta quotidianamente con sé nella Liturgia delle Ore. Possiamo rivederci in essa: anche a noi, in qualche modo, è promesso l’incontro con il Cristo; la nostra vita deve essere tesa a questo incontro. Anche noi, così assetati di vita, così poco propensi a “andare in pace”, possiamo riscoprire che la vita, a cui siamo tanto attaccati, è protesa e riempita di senso in vista di questo incontro. Il Natale, appena celebrato, ci insegna che è la venuta di Gesù l’unica cosa da “attendere” costantemente nella vita.

Una spada

Nella profezia di Simeone c’è anche una inquietante ombra: questo bambino sarà segno di contraddizione. La sua stessa vita mobiliterà il bene e il male che abitano l’uomo, svelerà i pensieri dei cuori, sarà caduta per uno, salvezza per l’altro. A Maria è detto che una spada la trafiggerà: non solo sotto la croce, ma per tutta la vita a fianco di questo misterioso Figlio, spesso solo, incompreso, considerato pazzo.

“Custodire” Dio

L’ultima frase del brano ci riporta alla quotidianità famigliare (e rassicurante) di Nazareth. Questa quotidianità ci provoca su come viviamo nelle nostre famiglie. La famiglia di Maria, Giuseppe e Gesù è un modello perché in essa Gesù è custodito e portato nel modo, perché essa è abitata dalla presenza di Dio, che ogni giorno vi cresce. Ogni famiglia, anche la più complicata o la più sofferente, ha l’opportunità di custodire Dio come un piccolo bambino, di viverlo ogni giorno, di vederlo crescere, di portarlo al mondo. In questo senso è vero che tra le mura di una casa si gioca qualcosa che salva il mondo intero, che “l’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia” (Familiaris Consortio, Giovanni Paolo II).

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