Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Per accostarci più compiutamente all’esperienza ascetica dei padri e delle madri del deserto è importante conoscere anche il contesto storico in cui nacque e si diffuse. Aprire una finestra per dare uno sguardo sul “dove e quando” si iniziò questa esperienza ci consentirà, ancora una volta, di scorgere con gli occhi della fede l’intervento provvido di Dio, Signore della storia. Condividiamo pertanto il testo proposto sul tema alla Comunità dal nostro fratello, padre Agostino Ziino.

Il cristianesimo nel tardo impero e i padri del deserto

“La prima manifestazione di quel particolare carisma che è il monachesimo, con cui il Signore ha voluto arricchire la Sua Chiesa sin dai primi secoli, è stata l’esperienza dei Padri del deserto. Inquadriamo questo fenomeno nel suo contesto storico per capirne il valore ancora attuale. Il monachesimo si sviluppò nel 4°secolo, quando la Chiesa usciva dall’epoca delle persecuzioni. Col c.d. ‘Editto di Milano’ emanato nel 313 dai due Augusti Costantino in Occidente e Licinio in oriente, che confermava l’editto emanato da Galerio a Serdica nel 311, il cristianesimo ebbe diritto di cittadinanza nella società romana tardo-antica decaduta e corrotta dal peccato, divenendo religio licita. Cessarono le persecuzioni e si chiuse l’età gloriosa dei martiri, considerati nella Chiesa primitiva i cristiani perfetti, i soli veramente degni di questo nome, per aver realizzato al massimo l’imitazione del Cristo nel sacrificio della vita per amore a Lui e al Vangelo. Dall’età sub-apostolica fino a tutto il 3° secolo la prima grande espressione di una vera vitalità carismatica nella Chiesa era stato dunque il martirio, e il sangue dei martiri era stato davvero seme di nuovi cristiani (cfr. Tertulliano, Apologeticum 50.13). Con l’editto di Tessalonica emanato nel 380 dall’imperatore Teodosio, il cristianesimo divenne addirittura religione di Stato, imposta a tutti i sudditi dell’Impero. È evidente che in questa disponibilità da parte del potere politico ad accogliere la Chiesa si nascondeva un tranello, la tentazione di un compromesso. La Chiesa diventava una struttura portante dell’Impero ormai alla fine, strumento politico per ricompattare l’Impero, creando una nuova unità tra le diverse etnie e culture di cui era composto il popolo dei ‘Romani’. La Chiesa inevitabilmente rischiava così di perdere una delle connotazioni fondamentali della sua identità: la tensione escatologica.

La salvezza “oltre” la storia

Don Divo ci ha sempre ricordato che l’essenza della vocazione cristiana sta proprio in questo orientare la nostra vita al di là del visibile e della storia; non per disimpegnarci dal nostro ruolo nel mondo, che pure dobbiamo evangelizzare con una parola di salvezza, ma per non perdere di vista la realtà fondamentale del Regno di Dio, che non è di questo mondo; in un certo senso cominciamo a costruirlo, ma solo come profezia, cristianizzando le strutture della società fin dove è possibile. Il Regno di Dio infatti avrà la sua piena realizzazione alla fine dei tempi, al di là della storia. Con l’ambigua accoglienza da parte dell’Impero, la Chiesa rischiava di cadere nella falsità e di ubriacarsi di un trionfalismo mondano, che nulla ha di evangelico. Ed ecco allora che il compito dei martiri lo assumono i monaci, nuovi testimoni dell’Assoluto. Al carisma del martirio succede quello della vita monastica.

Radicalità

La vita monastica storicamente è stata la prima espressione compiuta del carisma della ‘sequela religiosa’ del Cristo, e nel corso dei secoli, pur adattandosi alle diverse fasi culturali è rimasta sempre fedele alla missione affidatagli dall’Alto: richiamare all’essenzialità, all’unicità di Dio, a non dimenticarsi degli ‘eschata’: si vive in questa terra, ma per le realtà del cielo, che un giorno godremo in pienezza. Una specifica vocazione rese dei semplici uomini testimoni ‘privilegiati’ di quella radicalità evangelica, che in realtà dev’essere vissuta da ogni battezzato. In verità il carisma della sequela religiosa del Cristo era stato già vivo nella Chiesa primitiva accanto all’esperienza dei martiri. San Paolo, nel descriverci la realtà della Chiesa nascente, parla delle ‘vergini’ che, sottoposte al Vescovo, vivevano la loro vita di ascesi in una piena consacrazione a Dio e al servizio della Chiesa; e nei testi cristiani di età sub-apostolica si parla degli asceti, i ‘continenti’, che facevano anch’essi voto di celibato per il Regno dei cieli, restando a vivere nelle loro città e partecipando alla vita della comunità ecclesiale.

Dalle città al deserto

Ma ecco che all’inizio del 4° secolo assistiamo al nascere del monachesimo nella forma nuova e provocatoria della fuga dalle città. Prima espressione di questa radicalità nella sequela fu il fenomeno straordinario e imprevedibile del ‘ritorno al deserto’. Le zone più aride e più inospitali di Egitto, Palestina e Siria si popolarono di eremi e di cenobi.

L’Egitto dal 30 a.C. era un’importante provincia dell’Impero Romano. Soprattutto le regioni di Nitria, Celle e Scete, non lontane dalla grande città di Alessandria, nel Basso Egitto, e la lontana zona della Tebaide nell’Alto Egitto, videro lo svilupparsi della vita monastica. In Palestina la vita monastica si sviluppò sia nelle zone più aspre – il deserto di Giuda, Gaza, Gerico – sia nei centri urbani legati agli eventi evangelici – Betlemme, Gerusalemme –. Per Siria dobbiamo intendere la vasta zona geografica comprendente la vera e propria antica Siria, la Fenicia e parte della Mesopotamia, che già dal 64 a.C. si era costituita come provincia dell’Impero. Più o meno in tutti e tre questi centri si realizzarono le tre forme di vita che la vita monastica venne presto ad assumere: l’anacoretismo, il cenobitismo, il sistema semi-eremitico della ‘laura’. Il tema della ‘fuga mundi’ è un tema tipico della spiritualità dei primi monaci del deserto. Il mondo da cui fuggire si identificava con l’enorme realtà dell’Impero. Ma si fuggiva nel deserto soprattutto per la sua valenza religiosa. Abramo era stato chiamato da Dio a peregrinare nel deserto, percorrendolo in su e in giù senza mai trovare una sua stabilità. La fuga dall’Egitto aveva poi portato per quarant’anni Israele nel deserto. E poi anche la spiritualità dei profeti in gran parte era stata incentrata sul deserto: pensiamo ad Osea, Amos, Isaia e ai grandi profeti che hanno richiamato il valore religioso del dialogo con Dio ‘a tu per tu’. Nel deserto Cristo stesso vi passò quaranta giorni e quaranta notti prima di iniziare il Suo ministero. E il deserto è il luogo in cui anche Paolo, dopo la sua conversione sulla via di Damasco, sentì la necessità di ritirarsi a lungo prima di darsi all’evangelizzazione.

Il luogo dell’essenzialità e della lotta

Il deserto è il luogo dove l’uomo si ritrova a fare i conti con sé stesso e con Dio; non ha nessun aiuto, ma anche non ha nessun ostacolo esterno. Il deserto evoca e realizza quella dimensione esistenziale nella quale Dio può trovare spazio per parlare all’uomo, come nel deserto aveva parlato ad Abramo, a Mosè e a Israele. Il deserto è dunque il luogo dove si va per incontrare Dio; ma nel deserto inevitabilmente si incontra anche il nemico. È il luogo della lotta corpo a corpo col maligno, perché proprio lì il maligno si rifugia quando viene cacciato da dove ci si riunisce per pregare e incontrare Dio. Questa fuga nel deserto è dunque indice del bisogno che la Chiesa sentì, sotto l’azione dello Spirito, di ritornare alla genuinità della proposta cristiana, nella sua essenzialità, cioè al rapporto a tu per tu tra l’uomo e Dio. Quel rapporto che pure dev’essere mediato dalla Chiesa. I Padri del deserto, infatti, pur fuggendo da città e villaggi, non hanno mai rinnegato la Chiesa, e il richiamo forte a un cristianesimo essenzializzato nella libertà da strutture e istituzioni mondane non è mai scaduto in un atteggiamento polemico verso la Chiesa istituzione. Non solo il popolo di Dio, la base, venerò subito questi grandi uomini di Dio, i ‘Padri’ nel deserto andandoli a visitare e ad ascoltare, ma la gerarchia, i grandi pastori delle capitali dell’Impero ormai cristianizzato, riconobbero e valorizzarono la loro presenza nella Chiesa.

Una corrente nata dal popolo

È importante notare che il movimento monastico nel deserto non fu programmato dall’alto, dalla gerarchia: si trattò di un dono gratuito dello Spirito alla Chiesa di allora, un movimento spontaneo nato dalla base, dal popolo stesso di Dio, manifestazione mirabile dell’azione libera dello Spirito che guida la Chiesa parlando direttamente ai cuori più aperti e generosi. Lo Spirito sa di che cosa la Chiesa ha bisogno, e in quel momento la Chiesa viveva l’urgenza di un richiamo forte al Vangelo. Erano passati tre secoli dal primo annuncio del Cristo e si sentiva il bisogno di recuperare la genuinità evangelica. È stata questa intuizione che mosse Antonio, Pacomio e tutti i primi grandi uomini del deserto a farsi coinvolgere dallo Spirito in questa avventura tutta nuova, per rinnovare non tanto gli eventi della storia d’Israele quanto quel ‘miracolo della Chiesa nascente’ che Luca descrive in Atti 2,42-48; 4,32-35; 5,12-16, fatto di comunione fraterna, ascolto fedele della Parola, obbedienza agli Apostoli, continua preghiera. E, insieme a questo, il puro Vangelo, colto nel suo primo annuncio sulle labbra del Cristo. “«Se vuoi essere perfetto, lascia ciò che è tuo, vendi tutto e seguimi»” (Mt 19,21): fu proprio in obbedienza a questa parola che Antonio, il primo dei grandi Padri del deserto, si mosse dalla sua città e cercò la solitudine del deserto.

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