Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Alberto Randazzo

È dottore di ricerca in “Giustizia costituzionale e diritti fondamentali”. Ricercatore a t.d. di Istituzioni di diritto pubblico, presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università degli Studi di Messina; ha conseguito il titolo di avvocato e l'abilitazione a professore associato di Istituzioni di diritto pubblico. È autore di diverse pubblicazioni e collabora con varie riviste in materia pubblicistica. È Presidente diocesano di Azione Cattolica della Diocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela, nonché membro dell’Équipe dell’Ufficio Diocesano per i Problemi Sociali e il Lavoro.
Alberto Randazzo

Il punto di partenza

“Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12, 56).

Quando, diversi giorni fa, il 23 ottobre, ho letto tra i brani della liturgia il passo dal quale prende spunto questa breve riflessione, mi sono subito sentito interpellato, provocato; mi è sembrato che in quel momento quelle parole si rivolgessero proprio a me. Certamente così era: io (ma non solo) ero tra i destinatari di quelle due spiazzanti domande, fra loro strettamente collegate e cariche di forza.

La Sacra Scrittura e la vita

Quanto ora detto mi permette di appuntare l’attenzione su un profilo che a volte viene dato per scontato o che si sottovaluta: la vita di fede non può che “poggiare” sulla Sacra Scrittura, in essa trovando fondamento e da essa venendo alimentata. Essa, “parola data per mille generazioni” (Sal 104,8), ci ricorda la perenne alleanza tra Dio e l’uomo, conservando ancora oggi tutta la sua attualità. Ecco perché, come l’esperienza di Azione Cattolica mi ha aiutato a comprendere sempre di più, la Parola illumina la vita e la vita può essere “letta” alla luce della Parola, in una dinamica che esprime un moto di ricarica incessante tra l’una e l’altra, una tensione fra le due che le rende inestricabili e che fa sì che la fede si “incarni” nell’esistenza propria e in quella di chi incontriamo sulla nostra strada.

Alla luce della Parola, chi crede può orientare la propria vita, affrontare le insidie del percorso terreno, individuare la direzione che conduce alla Meta e rimettersi sulla retta via, quando quest’ultima viene smarrita. Il credente, allora, è colui che con il salmista deve poter affermare: “lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119, 105).

Mentre la situazione pandemica drammaticamente peggiorava, nel giorno in cui i contagi avevano superato i 19000 (dopo poco tempo erano quasi raddoppiati), Gesù ha rivolto a noi quelle due domande, precedute da parole che appaiono di scherno e che io rivolgo a me stesso “traducendole” così: ci sentiamo tanto bravi (quasi “onnipotenti”), il progresso scientifico è arrivato ad un punto tale da farci credere abili conoscitori dell’universo (appunto, “della terra e del cielo”), “padroni” del mondo, ma ci ritroviamo impotenti di fronte a quanto sta accadendo, incapaci di comprendere il tempo che ci è dato da vivere.

A me pare che quelle domande del Maestro siano un toccasana, perché in grado di mettere in risalto le nostre fragilità, ridimensionando le nostre presunzioni e “buttandoci di peso” a fare un “bagno” di umiltà; tutto ciò appare necessario per comprendere la realtà e non rimanerne avulsi o schiacciati. Il cristiano, d’altra parte, non è (e non può essere) una persona che vive nel “suo mondo”, ma è colui che vive nel mondo e fa della realtà il “luogo” in cui incontrare Dio ed in cui rispondere alla universale chiamata alla santità.

“Dentro” il tempo

Se, come ha detto il Santo Padre, siamo dinanzi ad un cambiamento d’epoca più che ad un’epoca di cambiamenti (cfr. il Discorso del 21 dicembre 2019 alla Curia Romana), occorre essere in grado di accompagnare e favorire tale processo, con tutte le ricchezze (oltre le complessità) di cui esso è portatore. Sarà così possibile trasformare questa crisi, che mai avremmo voluto vivere e dalla quale speriamo di uscire al più presto, come un’opportunità.

Si rende però urgente affinare l’“arte” di saper leggere i “segni dei tempi”, come richiesto dal Concilio Vaticano II (cfr. Gaudium et spes 4) e da diversi pontefici (si veda, ad es., Ecclesiam suam 52, Evangelii gaudium 51). Anche di recente, Francesco ha affermato che “la vera saggezza presuppone l’incontro con la realtà” (Fratelli tutti 47), che peraltro è “superiore all’idea” (Evangelii gaudium 233) e che “ci educa” (per dirla con Carlo Carretto, testimone luminoso di Azione Cattolica).

L’Essenziale e il superfluo

Tutta la sofferenza che stiamo provando in questi mesi andrà perduta (o comunque non sarà adeguatamente “valorizzata”) se non riusciremo ad imparare le tante lezioni che stiamo avendo l’occasione di apprendere.

Assai lunga è la lista e non è possibile “scorrerla” in questa sede. Uno su tutti, però, mi pare l’insegnamento dai quali tutti gli altri discendono: stiamo avendo l’opportunità di riscoprire l’Essenziale e di comprendere ciò che, invece, è superfluo. Tale differenza di importanza apicale non è facile da cogliere quando si è immersi nella frenesia quotidiana di un “mondo” che gira sempre più veloce, specie se la vista è annebbiata da “manie di grandezza”, tipiche – come detto – dell’uomo e della donna di questo tempo.

Volendo parafrasare Zygmunt Bauman, possiamo rilevare che le nostre “vite di corsa” hanno favorito la “liquefazione” dei nostri legami e della solida base valoriale che avevano i nostri antenati, provocando un senso di smarrimento che in condizioni “normali” rimane sotto traccia ma che di fronte ad inattese difficoltà (come quelle che oggi siamo chiamati ad affrontare) irrompe con tutta la sua forza, facendoci trovare impreparati.

Sarebbe già tanto se imparassimo che – quando arriva – “la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità” (Francesco, 27 marzo 2020). Questa (dolorosa) consapevolezza può aiutarci, oggi e sempre, ad affrontare meglio il futuro.

Tornando, quindi, a quanto dicevo poco sopra, ci si potrebbe chiedere cosa sia l’“Essenziale”. Non v’è dubbio che per rispondere a tale domanda occorra tenere conto di una componente soggettiva; sono certo, infatti, che nel proprio intimo – con onestà di cuore e di mente – ognuno riesca a cogliere “cosa” del proprio stile di vita precedente alla pandemia, in fin dei conti, apparteneva alla sfera del superfluo. Immagino che sarà possibile scoprire che alcune (ritenute) priorità invero non erano tali e che la propria attenzione sia stata a volte mal riposta.

Preferisco non azzardare esempi in merito, ma ritengo più utile chiudere questo breve scritto affidando a chi legge la voglia di riflettere a tal proposito ed, al tempo stesso, avanzando una proposta.

… con lo “strumento” (concreto) dell’Amore

Si può provare a rispondere alla domanda appena posta servendosi di uno “strumento” (a mio avviso) insostituibile: l’Amore. Lungi dal volere proporre un suggerimento retorico, moralista o viziato da astrattezza, sono dell’idea che “leggere” il tempo indossando la “lente” dell’Amore possa consentire ad ognuno di noi di comprendere quanto ci circonda in maniera più chiara, più limpida e meno gravosa.

Con l’Amore si possono accogliere le proprie fatiche e valorizzare quelle altrui, con l’Amore – soprattutto – si può vivere con filiale abbandono il proprio rapporto con il Padre e si può guardare in modo nuovo (e quindi da una prospettiva del tutto diversa) tutt’intorno e quanto accade nella propria vita.

Come scriveva Carlo Carretto, “amando, troverai pace. È l’amore […] la soluzione di ogni problema”; e ancora: “amando conosci” e “ama di più per soffrire di meno”.

Insomma, l’Amore è la “chiave” per aprire la “porta” che ci immette in modo rinnovato nella realtà, consentendoci di affrontarla meglio e di trarre da essa, per quanto complessa e dolorosa sia, preziose opportunità di crescita personale e comunitaria.

In conclusione

Così facendo, probabilmente, sarà più agevole distinguere ciò che “giusto” da ciò che non lo è, dicotomia la cui esistenza viene confermata dalle parole evangeliche dalle quali siamo partiti e che spesso si dà per acquisita una volta per tutte senza invece poterlo essere.

Compiuta tale operazione di discernimento, sarà poi necessario fare il possibile per (ri-)orientare la propria vita e dare concretezza alla riflessione personale svolta, contrastando al tempo stesso quella pericolosa tendenza (o tentazione) a dimenticare che è tipica dell’essere umano, non sempre capace di fare della storia “vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis” (Marco Tullio Cicerone, De oratore II, 9).

Quello proposto, in definitiva, è un percorso interiore (certamente non in discesa) che varrebbe la pena almeno tentare di intraprendere; esso, infatti, potrebbe dare un senso alle fatiche e alle preoccupazioni di oggi, per non rischiare che quella che stiamo affrontando si riveli un’altra “occasione di vita” tanto dura quanto sprecata.

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