Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

La scuola spirituale dei nostri predecessori

Abbiamo incontrato la spiritualità della CfD fondata da don Divo Barsotti, condividendo brani di tanti suoi esercizi spirituali predicati in comunità, e attraverso molte delle lettere circolari indirizzate a noi figli: non concepiva immobilità, pigrizia dello spirito, in questo senso era sempre in cammino e non nascondeva, fino agli ultimi giorni della sua vita terrena, di chiedersi accoratamente se avesse pienamente corrisposto a ciò che il Signore si aspettava da lui.

Con questo spirito don Divo arricchiva la sua spiritualità eucaristica, biblica, liturgica anche accostandosi a tante anime più conosciute e meno conosciute di tutti i tempi, approfondendo questi “incontri” tramite i loro scritti o grazie alle testimonianze dei loro discepoli, per trarne insegnamento, stimolo, confronto e per la stessa ragione ci richiamava all’amicizia spirituale con queste persone sante, che prima di noi aveva incontrate, per fare tesoro del lavorio interiore nel loro continuo tendere a Dio.

Questo il senso di un nostro accostarci alla scuola dei padri e delle madri del deserto così come ci viene proposto in comunità: un arricchimento e un allenamento per il nostro tendere a Dio.

La radicalità dei “cercatori di Dio” nel deserto

La storia della cristianità ci parla già dal III secolo d.C. dell’esperienza di ascesi dei Padri e delle Madri del deserto e don Divo stesso ha attinto alla loro esperienza non già per una fuga dal mondo, (la condizione di solitudine da loro cercata nel deserto come condizione per entrare in relazione con Dio) piuttosto per confrontarsi con questi “cercatori di Dio”, che pure in questa “fuga”, nella semplicità e umiltà del loro vivere, sono stati padri e madri spirituali di una moltitudine che aspirava a piacere a Dio. Possiamo intendere l’ascesi come una scuola nella quale ci si esercita, ci si mette in cammino alla sequela dello Spirito Santo, in questo caso facendo tesoro dell’esperienza dei padri e delle madri del deserto.

Dice don Divo nell’adunanza di Firenze del gennaio 1950: “Come sono grandi i primi Padri del deserto! La semplicità della loro vita come esprime bene la trascendenza divina!”.

Esistenze nascoste

Come consacrati, siamo attratti dalla serietà profonda e dalla radicalità dell’impegno di questi uomini e di queste donne sia che, nel tendere a Dio, abbiano fatto una scelta eremitica nel deserto egiziano come il padre Antonio il grande ( 251-356) o come la madre Sincletica (266-ca350) sia che, come Pacomio, abbiano dato vita a cenobi, cioè alle prime forme di vita comunitaria in piccole celle, distribuite nell’arco di 10 chilometri, per ritrovarsi solo alla fine di ogni settimana per una veglia di preghiera, un’eucaristia e un pasto festivo della domenica.

Questi padri e madri, una volta infiammati dall’amore divino e celeste, stimarono come nulla le cose che gli uomini ritengono buone e pregevoli e cercarono innanzitutto di non fare niente per essere visti. Fu col nascondersi e col celare, per eccesso di umiltà, la maggior parte delle loro opere, che percorsero la via che è secondo Dio: perciò nessuno ha potuto descriverci con precisione la loro vita; tuttavia alcuni si sono dati una grande pena per affidare alla tradizione scritta un po’ delle loro esperienze di vita (es. san Girolamo in “Vita di Malco”) e dei loro insegnamenti mettendo in forma di racconto i detti di questi anziani con uno stile semplice, semplice perché miravano all’edificazione di molti.

Relativizzare e oltrepassare sé stessi

Come monaci quest’anno ci proponiamo una esperienza di confronto con questi uomini e queste donne che hanno incontrato Dio nella dimenticanza di se stessi, si sono spogliati della sufficienza del proprio giudizio e della propria volontà e si sono progressivamente aperti all’unica proprietà della persona che sostanzia l’essere “figlio di Dio”: la capacità di vivere l’unione e l’amore che lo Spirito Santo vuole comunicare a tutti i battezzati in una relazione sempre più profonda e viva con Dio e con i tutti gli uomini.

Un cammino di ascesi è richiesto in modo particolare a noi consacrati dal nostro Statuto allorchè indica la vita di comunità come strumento di liberazione dall’individualismo, per consentire il superamento del proprio giudizio e della propria volontà e rendere più facile la rinuncia a se stessi nella pazienza e nell’umiltà, per vivere l’amore.

Ogni anima certamente ha il suo cammino e il suo ritmo personale nel rispondere a Dio, secondo l’azione che lo Spirito Santo esercita nell’anima e secondo la Grazia cui l’anima in cammino perviene.

Restando a vivere lì dove siamo, la cosa importante che si impone per noi è il convertire ogni condizione di vita, ogni occupazione voluta per noi dal Signore in uno strumento di liberazione interiore da ogni nostro egoismo per divenire sempre più disponibili ad una Grazia che sempre più ci assorbe e ci trasforma.

Obbedienza e volontà propria

Il Battesimo ci ha già inseriti in una dinamica di conformazione a Gesù Cristo, ma vi è un processo di somiglianza che via via si può compiere per ciascuno e deve trovare conferma nelle scelte quotidiane.

L’inno della Lettera di Paolo ai Filippesi dice:” Pur essendo nella forma di Dio Egli non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la forma di servo”. La nostra ascesi, nella vita presente, è un esercizio di liberazione dai nostri pesi e crediamo che si compia nella obbedienza a Dio che Gesù Cristo ha vissuto per primo: è l’essenza della vita religiosa, ne viene che il massimo nemico della vita religiosa è la volontà propria.

Si può fare esperienza che, quanto più ci si consegna a Dio, alla Grazia, tanto più si sperimenta la capacità di percepire lo Spirito Santo che vive in noi per esserci guida e viene progressivamente meno anche quella resistenza che naturalmente gli opporremmo a motivo della nostra libertà anche di opporci a Dio.

Ritornare nell’interiorità

Un primo insegnamento che si può trarre dall’esperienza dei padri del deserto è questo: prima è l’incontro personale con Dio e per questo incontro bisogna essere disponibili a discendere nel proprio fondo, i termini che incontreremo nei loro detti per esprimere questo cammino, possono essere diversi, ma tutti indicano una discesa ed un progressivo spogliamento.

Il monaco del deserto intende l’ascesi come strumento per acquisire le virtù necessarie al fine di dominare le passioni, pervenire al dominio di sé con esercizi spirituali quali la meditazione, l’attenzione interiore o il pensiero della morte, che non hanno un rapporto diretto con la sfera corporea.

Tra gli scritti di San Giovanni Climaco leggiamo: “Al corpo tieni ben chiusa la porta della tua cella; conserva sigillate le labbra al vano parlare; chiudi il segreto introito del cuore agli spiriti del male. Purifica la carne da ogni macchia, distacca la mente da ogni legame con le creature e sottometti la tua sensibilità, tieni la tua anima, vincendo ogni limite naturale, sempre davanti a Dio. Quando sarai del tutto unito all’amore divino, nella tua carne apparirà, come in uno specchio, l’interiore chiarità della tua anima.”

Per San Basilio l’ascesi è il cuore della vita monastica, è l’esercizio per piacere a Dio.

Quando il padre don Divo parla o scrive di cammino dell’anima spesso parla di morte, di spogliamento, di povertà, di purificazione.

San Francesco, ad esempio, cerca Dio attraverso un cammino di spogliamento che è povertà, i Padri del deserto cercano Dio attraverso un cammino a volte di umiltà, a volte di purezza; ma in fondo il cammino dell’umiltà come quello della purificazione del cuore o dello spogliamento di ogni proprietà, tendono tutti ad un medesimo punto: ricondurre l’uomo a quello che egli è come creatura, pura capacità di accogliere Dio.

La guarigione della capacità di rapportarci a Dio

Nel suo magistero don Divo ci parla della necessità della ascesi “in vista della comunione”, del risanamento cioè delle ferite causate dal peccato: è la stessa natura umana che è ferita dal peccato, e per la profondità e la necessità del rapporto che lega la creatura al suo creatore è in qualche modo severamente mutata anche la sua relazione con Dio. Allora l’allenamento alla semplicità, all’umiltà, lo spogliamento sono solo condizione perché non vi sia ostacolo ad un suo ritorno, alla ricostituzione della integrità della relazione della creatura col suo Creatore ma il risanamento non può essere opera della morale, nemmeno dell’ascesi, è opera della Grazia che dice che l’uomo è nuovamente in rapporto con Dio; l’ascesi è conseguenza della Grazia.

Quand’anche parliamo di ritorno dell’uomo parliamo solo di una sua disponibilità perché l’iniziativa è sempre di Dio che inserisce l’uomo in un processo di divinizzazione senza il quale non potrebbe esservi rapporto tra creatura e Creatore. Don Divo dice che: “L’uomo che nel peccato ha voluto affermare una sua grandezza, una sua nobiltà, cercando di fondare una sua autonomia nei confronti di Dio, di fatto non può da sé ristabilire il suo rapporto con Dio che nell’umiltà di chi riconosce che nulla egli può, che tutto ha fatto per rovinarsi e, come la rovina è opera sua, così non può essere opera sua ora una sua salvezza. Fondamento di tutta l’ascesi è questa volontà di ritornare in rapporto con Dio, volontà di risanare un rapporto che il peccato ha compromesso: non c’è inizio di vita che in quanto l’uomo accetta Dio e si ordina a Lui.”

Dunque prima di ogni altra cosa l’ascesi implica il ristabilimento di un rapporto intimo con Dio stesso.

Rinunciare alla volontà propria

Dice ancora don Divo: “…Tanto più ciascuno realizza la sua vocazione soprannaturale quanto più ciascuno rinuncia alla sua volontà propria, quanto più mortifica e spezza la propria volontà perché in lui non vive che Cristo. Secondo molti padri della Chiesa (…) il primo nemico, l’unico nemico della vita cristiana è la voluntas propria: nella misura in cui ciascuno vive una sua volontà, questa non è una volontà che lo unisce, ma una volontà che lo contrappone agli altri. Ogni proprietà ma soprattutto la voluntas propria implica precisamente separazione. Pertanto vivere la vita cristiana è per ciascuno esigenza di rinuncia alla sua volontà propria per unirsi alla voluntas communis, che è la volontà di Dio e prima ancora è la volontà del Cristo che ci redime in quanto fa “una” tutta l’umanità in Sè medesimo, per cui tutti noi sussistiamo nell’unico Cristo, viviamo tutti un’unica vita, abbiamo tutti una sola volontà.

Di qui l’ascesi nella vita cristiana. Quanto più grande è in noi l’esigenza di perfezione, tanto più grande è l’esigenza di un’obbedienza che ci tolga ogni proprietà nel volere.”

La parola che trasforma

UN DETTO:

Un fratello interrogò il padre Sisoes: “Vedo che il ricordo di Dio permane in me”. L’anziano gli dice: “Non è una gran cosa se il tuo pensiero è con Dio. È cosa grande invece, vedere sé stessi al di sotto di ogni creatura. Questo infatti, e la fatica del corpo, conducono all’umiltà”.

In certo senso, anche il ricordo di Dio può non essere trasformante, lo è certamente l’ascolto della sua Parola per vivere l’incontro con Lui. I padri del deserto si alimentavano con la Sacra Scrittura e spronavano i loro discepoli a fare altrettanto.

Chi volesse in quel tempo piacere a Dio infatti, ricorreva ad una pratica molto importante, quella di chiedere consiglio ad un padre, chiedere “una parola” attraverso un rito semplice, una domanda elementare: “Padre, dammi una parola”. E quando un padre riusciva a dare una parola forte, questa veniva ricordata e riportata da un monaco all’altro. Così si è formata la letteratura dei detti dei padri del deserto. I detti testimoniano le relazioni tra questi monaci, o durante il ritrovo del fine settimana oppure negli incontri che avvenivano nelle celle dei padri durante la settimana. Quando un monaco nuovo arrivava nel deserto, non c’era un programma o un noviziato per lui: si presentava alla porta di un padre e diceva: “Voglio farmi monaco. Come faccio? Padre dammi una parola” e il padre rispondeva: “Ti faccio vivere con me una settimana e dopo lo saprai”.

Le parole del padre erano viste come un’estensione delle Scritture per la santità di vita del padre che dava alle sue parole l’autorità stessa delle Scritture: quando siamo davanti a un padre, siamo di fronte a un testo vivente. Se io chiedo al padre una parola, non gli chiedo la sua idea: gli chiedo la Parola della scrittura che solo lui può darmi.

I padri del deserto non vedono se stessi al di sopra dei loro discepoli: vivono l’umiltà profonda del riconoscersi puri strumenti e insieme l’intima certezza dell’ispirazione divina, questo li fa padri ed è espresso in modo efficace da Giovanni di Gaza in un breve biglietto al Vescovo, che dopo averlo interpellato su una questione ecclesiastica era rimasto stupito della sua risposta. Giovanni dice: ”In realtà non ho detta nulla da me stesso: ho pregato e ho detto ciò di cui Dio mi ha dato rivelazione certa. Non perché io sia capace è stata data mediante me questa risposta, perché in caso di necessità, Dio apre la bocca anche di un’asina.”

Mantenerci in ascolto della Parola di Dio dunque, ci insegnano i Padri e le Madri, produce pian piano una apertura della nostra anima che rimane in attesa che Dio si comunichi a noi. Accostarsi quotidianamente alla parola di Dio per far sì che questa lettura ci nutra, ci alimenti, ci illumini, ci doni forza nel nostro cammino verso il Signore, oggi come allora.

È con la parola divina che Egli nutre la volontà dell’uomo perché la volontà venga rafforzata, perché l’intelligenza sia alimentata e saziata dalla Verità.

La fatica dell’ascesi

Ma non soltanto la Parola di Dio, anche la preghiera assidua lavora l’anima, la plasma in vista della sua identificazione col Cristo, verso la sua trasformazione nel Cristo.

Si comprende che l’ascesi ci porta ad un continuo esercizio spirituale quotidiano e questo non è senza fatica.

Significativo in proposito è l’aneddoto dell’Abba Giovanni Nano cui chiesero: “che cos’è un monaco? “lui rispose: “Fatica. Perché in ogni azione il monaco deve sforzarsi. Questo è il monaco.”

Questa risposta oggi come oggi risulterebbe quasi scandalosa, noi siamo in un mondo dove pretendiamo ottenere tutto subito, dalle cose più banali alle cose più importanti.

Riflettiamo invece su quanto è fondamentale sforzarsi, il fare fatica per raggiungere qualcosa, l’esercizio continuo per analizzare e migliorare se stessi, come diceva appunto San Basilio, esercitarsi per piacere a Dio. Non essere più noi che viviamo ma lasciar vivere Cristo in noi.

Il nostro impegno ascetico non toglie certamente nulla alla grazia di Dio; queste le parole di don Divo negli Esercizi spirituali a Venezia, 1963 (Commento al Prologo delle Regola di San Benedetto):

“Facile è quello che non costa e non ha efficacia, l’efficacia di un mezzo non si misura certo dalla fatica che ne esige l’uso, non è però senza quella fatica. Dio ha voluto che il frutto di un nostro lavoro dipenda anche dalla fatica che questo lavoro ci chiede… È vero che nella vita soprannaturale noi dipendiamo dalla grazia di Dio, ma la grazia di Dio non ci dispensa dalla nostra cooperazione, anzi la provoca e la esige.”

Imparare e insegnare il percorso dello spirito

La vita spirituale è una scuola: San Benedetto nel prologo della sua regola definisce il monastero come una scuola di servizio al Signore e ci dice che la vita spirituale è “un magistero, una scuola per il servizio divino”.

Ancora, nel Vangelo si dice che Gesù chiama degli uomini a seguirlo. Questi uomini sono i discepoli, egli è il Maestro: è dunque una scuola. Il vivere insieme, il rapporto che essi hanno avuto con lui e lui con loro, costituiva una scuola, scuola di preghiera e scuola di servizio del Signore. Gli Apostoli, in questa scuola imparano due cose: come si ama Dio e come si amano i fratelli. Ora, l’amore di Dio implica di per sé la preghiera, implica una intimità con Dio, una conoscenza della sua volontà. D’altra parte, amare gli uomini implica un servizio.

Se l’esperienza di questi discepoli che vivono in comunità col Maestro li renda poi essi stessi capaci a insegnare, è evidente che la vita religiosa è il più grande insegnamento che possono dare. Noi ci mettiamo, in forza di una consacrazione che ad altro non c’impegna che a ripetere il gesto degli apostoli, in questa scuola che diventa esperienza.

Bisogna intanto che noi sentiamo che Dio veramente è maestro per l’anima nostra ed è Padre perché da Lui abbiamo ricevuto il Suo Spirito. Lo Spirito Santo è il Maestro dell’anima e noi tutti abbiamo questo maestro e nella dipendenza da questa Persona noi possiamo crescere. L’insegnamento che dona il Signore è veramente un insegnamento di vita, è una comunicazione di vita e colui che lo ascolta diviene suo figlio più che discepolo perché Egli dona Se stesso. Lo Spirito Santo agisce in noi attraverso le mozioni segrete dello Spirito, ma anche attraverso un’azione esterna che può essere l’insegnamento della Chiesa o un padre spirituale, quindi sempre legata a un magistero.

San Benedetto dopo aver detto “ascolta o figlio” (nel prologo alla Regola) immediatamente prosegue con i precetti del maestro, significa che, anche qua, il maestro non ha un rapporto qualunque col discepolo; ma ha un rapporto di comunicazione di vita, tanto è vero che il discepolo viene chiamato immediatamente figlio.

La centralità dell’amore

Questo cammino che ci conduce a Dio è una scuola di amore. Amore per Iddio, la preghiera, bisogno di intimità con il Signore; amore per i fratelli, ed ecco l’amicizia fra gli uomini; l’amore verso le cose ed ecco il rispetto della bellezza del mondo. Tutto ci invita ad amare e tutto esige da noi l’esercizio d’amore. Siamo la Comunità dei Figli di Dio non perché viviamo una vita che ci strappa alla consuetudine e al rapporto con gli uomini, a donarci anche a loro. No. Viviamo nella Comunità perché vogliamo che la Comunità sia per noi la scuola dell’amore, la scuola di preghiera, la scuola del servizio.”

Anche noi al padre don Divo abbiamo affidato le nostre anime, ci siamo posti alla sua scuola, riconoscendo in lui questa Sapienza nella fede che viene dall’Alto per avere vissuto, in questa vita, il primato di Dio.

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